Ho fatto a pezzi la regina Cristina

di Simonetta Spinelli

Raccattare pezzi di immagini e rimontarli. In altro ordine: paradossale, smembrato, eccessivo. Ecco il lavoro che mi occupa quando vado al cinema.

Mia madre ha scoperto che fra me e lei c’era qualche incomprensione di fondo quando si è resa conto che mi piacevano i film di vampiri e rischiavo di addormentarmi durante la proiezione di Via col vento. Un qualche accordo sembrava esserci su Greta Garbo, ma fondava su un equivoco: lei rievocava la donna “fatale” (testuale), io la regina Cristina. Quando l’equivoco si chiariva non sapevamo più di cosa stessimo parlando. «Antonio!» – scimmiottava lei con l’assurda pronuncia di Garbo e un barlume di speranza nello sguardo – «E chi è Antonio?» – chiedevo io spegnendole irrimediabilmente il barlume. Perché, per me, La Regina Cristina era, ed è, un film in tre quadri: una Garbo ironica che puntualizza: «Non sono una zitella, sono uno scapolo»; una Garbo seduttiva e tenera che abbraccia la sua dama di corte: una Garbo strafottente che salta a cavallo il confine della Svezia e si lascia dietro, con una risata, tutto il mondo. L’Antonio, di cui mia madre ricorda la recitazione caricaturale da film muto, è stato abilmente tagliato in moviola.

E analogamente tagliati sono i film che ricordo: immagini sparse, isolate, frazioni di testo riscritte. Come se la suggestione non nascesse dallo sguardo, ma da una ricostruzione infratestuale operata utilizzando scarti. Quello che resta fuori e non è detto, che la memoria ricostruisce con materiali non previsti, presi altrove, fuori scena. Che ricontestualizzano un gesto, prolungano un’emozione e ne mutano il senso. Al punto che, nel ricordo, viene fissata quella mutazione soltanto, e si cancella il resto.

La rappresentazione del desiderio in uno scenario eterosessuale impedisce ad una donna lesbica di identificarsi sia con il personaggio femminile che con quello maschile. In ogni caso c’è una donna in meno, un uomo di troppo e uno scenario incongruo. La visione dei film in circolazione costringe le donne lesbiche ad una doppia fatica: resistere alla frustrazione di viversi come l’irrappresentabile e scavare in ogni possibile anfratto del rappresentato alla ricerca di tracce che, per giunta, devono essere costruite-decostruite-ricostruite. Per godere di tre quadri de La regina Cristina devo eliminare tre quarti del film, riportare in primo piano alcune suggestioni, e ricostruire, collegandole a modo mio, una storia per me. LEGGI TUTTO

pubblicato  in  DWF, Lo strabismo di Venere, 1988,1-2, pp.31-36

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One thought on “Ho fatto a pezzi la regina Cristina

  1. Consolati, io ho fatto a pezzi e reinventato Angelica la marchesa degli angeli. La tipa molla quel cesso di marito e si mette con una piratessa identica a Xena. End. Non sarebbe male.

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