Di leggi e di rapporti

di Simonetta Spinelli

Il problema delle leggi in Italia è che vagolano. Non nascono da una concezione strutturata, in cui ogni elemento si incastra nell’altro in un disegno coerente e organico, all’interno e nel complesso delle altre leggi in materia, dando luogo ad una risposta normativa esaustiva di sfumature e complessità. Rappresentano toppe, per giunta tardive, soluzioni di emergenza provocate da tensioni sociali irrimandabili, mediazioni tra spinte spesso violentemente oppositive,  all’insegna del “un colpo al cerchio e l’altro alla botte”. Una cosa sola è certa. Che qualunque sia l’istanza che le ha generate, ciò che deve essere tutelata è l’istituzione. Non le persone – soggetti inaffidabili e tendenzialmente anarchici e che – a dimostrazione – vivono di rapporti quindi di effimero, ma l’istituzione, una sorta di cornice perimetrata, economicamente definita, estranea a sentimentalismi, che costringa i riottosi ad uniformarsi.

Il massimo dell’incongruenza si registra in genere nelle leggi che, direttamente o indirettamente, riguardano le situazioni affettive tra soggetti, per la pretesa statuale di incanalarle a forza in qualche istituzione, e la resistenza di singolarità eccentriche che insistono a considerarle in termini di rapporti e non di codicilli. Ad aggravare la situazione interviene poi la burocrazia che, quando c’è da risolvere un problema, non si fa scrupolo di complicarlo, sostituendo per giunta i suoi consueti tempi biblici con la velocità del fulmine.

Nel 1982 persino in Italia si prende atto che la disforia di genere esiste e non rappresenta la carnevalata di qualche matta o matto, e che la mancanza di normativa rende complicate le vite di chi con  carta di identità di un tipo e autorappresentazione sociale di un altro si trova, di fatto, senza alcuna tutela. In uno slancio di modernità – provocato non tanto dalla letteratura scientifica in merito e relativi dibattiti, né dal rispetto delle vite, quanto dall’insofferenza verso i cortei e le manifestazioni di trans scostumati che si ostinano a rendersi visibili e parlanti, invece di rassegnarsi ad una dignitosa autocancellazione – il legislatore italiano partorisce – con dolore – la legge n. 164 del 1982 sul mutamento di sesso (1). Crede – il legislatore di cui sopra – di aver felicemente risolto tutti i problemi. Ci penseranno poi i soliti ininquadrabili transgender a togliergli le illusioni. Ma questa è un’altra storia.

La legge – bene o male – produce qualche effetto. Fino a quando incappa nell’(incongrua) ostinazione di una coppia. I due, regolarmente sposati, quando il marito, con il sostegno e la comprensione della moglie, decide di percorrere la strada del cambiamento di sesso, in nome di un rapporto che per loro era e resta fondamentale, aldilà della cerimonia istituzionale che lo ha sancito, scelgono di non separarsi. Cioè ribadiscono a se stessi e al mondo quanto già esplicitano coppie conviventi, non tenute insieme da vincoli legalizzati, siano esse etero, omo o trans: quello che conta è il rapporto, l’affettività, la complicità che condividono. Che è al di sopra della legge e che, proprio per questo, la legge dovrebbe, per decenza, tutelare. Come tutela le scelte religiose, che non rientrano nel suo ambito, ma della libertà delle quali si fa garante.

La scelta dei due coniugi sembrerebbe meritevole di rispetto. Invece suscita un vespaio. Un solerte burocrate  del comune emiliano di residenza della coppia, quando riceve comunicazione della delibera del tribunale di Bologna per la rettifica di sesso, automaticamente e con inconsueta solerzia, senza che vi sia alcuna richiesta, notifica lo scioglimento del matrimonio sulla base della legge sul cambiamento di sesso che ne prevede la cessazione degli effetti civili. Decisione che dal punto di vista affettivo significa poco e niente, ma da quello pratico molto, come sa chi sceglie la convivenza e si  sente continuamente ripetere: “Lei chi è e a che titolo interviene”, nei casi tragici della vita (malattia, accanimento terapeutico, morte, eredità, carcere et similia) in cui ci sarebbe bisogno di solidarietà e non di burocrazia.

Il ricorso degli ormai ex-coniugi in difesa del loro rapporto trova sostegno dal Tribunale di Modena che lo accoglie, affermando che non essendoci un provvedimento giurisdizionale che disponeva la cessazione del matrimonio, né la richiesta di parte, tale potere non rientrava nella competenza dell’ufficiale di stato civile. Fine della storia? Neanche per sogno: la Corte di Appello di Bologna contesta la decisione e il giudizio passa alla Corte di Cassazione che, a sua volta, demanda alla Corte Costituzionale la decisione in merito per presunta illegittimità costituzionale della legge n. 164 del 1982, nella parte in cui stabilisce lo scioglimento del matrimonio in caso di mutamento di sesso di uno dei coniugi (2).

Si attende la fine del balletto.

Io intanto medito: vorrei che mi si spiegasse su cosa fonda la santificata istituzione famiglia (con annessi e connessi) se i rapporti contano come carta straccia.

 

(1)La difficoltà sofferta del parto fa tralasciare una serie di considerazioni sulle quali molto sarebbe da discutere.

(2) Per una disamina puntuale del caso cfr. Marco Gattuso, Divorzio all’italiana, http://www.articolo29.it, 30 maggio 2013; per una trattazione più ampia e generale dell’argomento cfr. Fabrizio Mastromartino, Il matrimonio conteso. Le unioni omosessuali davanti ai giudici delle leggi, Editoriale Scientifica, Napoli, 2013

 

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