Contro-controcorrente

ZIEPerché contro-controcorrente? E perché la pubblicazione di scritti che datano fin dal 1986 (praticamente archeologici)? Per la pratica consolidata di partire da sé. Per il rispetto ad una storia che è stata la mia. Complicata, a volte contraddittoria, ma la mia. Mai ho considerato la coerenza a tutti i costi un valore, ma ho rispetto delle vite, per quel tanto, o per quel poco, che sono state segnate da esperienze personali, generazionali, dal clima sociale, culturale, politico in cui si sono dipanate. E questo significa per me il rispetto per lo sforzo che ogni generazione fa per immaginare il mondo in cui vuole vivere, a partire dalla realtà complessa, e anch’essa contraddittoria, in cui è inserita. Sapendo che  se il passato è solo una base dalla quale partire, e non un’eredità mitizzata o rifiutata a priori, è importante utilizzarlo come strumento di conoscenza e non come un macigno che impedisce o rende ostico qualunque tentativo di, letteralmente, costruire movimento. Il movimento è dinamico, non prevede passive ripetizioni, né può essere fossilizzato in un’unicità granitica in cui si combatte, scimmiottando le derive della politica istituzionale, “muro contro muro”, o si tenta di immagazzinare ogni sforzo di pensiero divergente nell’alveo tracciato da una più visibile e mediaticamente rappresentata maggioranza.

Sembra oggi che il movimento (ma esiste un movimento senza un reale confronto tra le sue componenti?) cosiddetto LGBTQ (e chi più ne ha ne metta) sia rivolto verso un unico obiettivo, l’omologazione, perché raccoglie consensi, scatena sì convulsioni retrive ma anche tolleranze acritiche. Sembra vincente. E allora tutt* accodat*. E quasi pacificat*. Tanto da assumere come obbligo politico la messa in mora, il silenziatore di tutte le voci fuori dal coro, considerate disturbanti, inutilmente utopiche, quindi nemiche.

Non considero irrilevanti i problemi che fanno scattare questo riflesso condizionato. Sono troppo vecchia per non aver vissuto, o visto vivere, le tragedie che derivano dalla sottrazione di un diritto pieno di cittadinanza e le discriminazioni selvagge che la accompagnano,ma mi chiedo quanto le richieste di omologazione diano voce alle nostre vite, passioni, desideri, e quanto – e quando – questo movimento si sia confrontato sul significato che vuole costruire di “diritto di cittadinanza”. Almeno il movimento veicolato dalla televisione e dalla stampa. Perché, per fortuna, nei blog, nelle sedi universitarie, nei gruppi, lesbici gay o queer, nelle attività  più o meno pubblicizzate che instancabilmente vengono organizzate, di cui difficilmente arriva la voce, soffocata dal clamore maggioritario, circolano analisi articolate, tentativi non banali di rilanciare dibattito a partire dalla realtà materiale delle proprie vite. Mattoni che costruiscono discorso. Questa pagina del blog vuole essere solo uno di quei mattoni.

Simonetta Spinelli

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