C come Corpi (confusi, a perdere, possibili, smaterializzati, cittadini)

In teoria 2. [1]

Piove di nuovo. Perché piova ogni volta che Liana ed io ci troviamo a scrivere per le scadenze di Towanda! è uno dei misteri insondabili del presente. Forse è solo un anno da schifo, o forse accennare alla teoria provoca immediate reazioni metereologiche. Le uniche reazioni che provoca. Una volta ne provocava altre.

Eravamo lesbofemministe allora e ci caratterizzava e spingeva la passione, o meglio uno sfrenato appassionamento alla passione. La passione arginava persino le nostre stupidaggini: la donnità o il lesbismo doc (contrordine compagne, l’essenzialismo non è una teoria, è un boomerang), l’unità a tutti i costi (l’universalismo, sia pure al femminile è stata una pratica autolesionista non da poco), il moralismo lesbico (questo si fa perché è da lesbica, quello non si fa perché è maschile, teorizzazioni per fortuna azzerate da una materialità appassionata che rimetteva le cose a posto, per lo meno nei letti), la visione euro-centrica (lesbiche nere statunitensi ci hanno insegnato quattro cosette sul posizionamento prima ancora che leggessimo Adrienne Rich e Audre Lorde). Insomma facevamo un sacco di pasticci, ma sapevamo di avere corpi di passione e di voler costruire una realtà in cui la nostra passione avesse libertà di esprimersi e diventasse patrimonio di civiltà. Non volevamo essere – mutuando il felicissimo titolo dell’ultimo Leggendaria – corpi a perdere.

Si parlava di diritti, certo, ma in riferimento alla costruzione di uno spazio a misura di passione. Abbiamo imparato presto che la richiesta di diritti ci inchiodava nel ruolo di minoranza oppressa e abbiamo sostituito il “vogliamo…” con “siamo…”: corpi esistenti, parlanti, appassionati. Corpi necessitati alla politica come costruzione di una realtà sociale in cui nessuna – ovunque fosse – dovesse assumersi la battaglia umiliante dei diritti e delle richieste. O dovesse assumersela con la consapevolezza che si trattava di una scelta obbligata dalla volgarità di un codice parziale imposto con la violenza, come una battaglia di retroguardia per uno spazio che era altro da quello che volevamo fosse il nostro spazio di espressione.

Dove è finita questa consapevolezza che accompagnava la nostra passione e dove è finita la nostra passione? La teoria queer – termine coniato in un convegno agli inizi degli anni ’90 da Teresa de Lauretis – che era nata per dare uno scossone all’immobilismo in cui erano piombati – per implosione, per stanchezza, per frustrazione – gli studi lesbici e gay si è tramutata, con una velocità incredibile, nella teoria dei corpi possibili e, paradossalmente, nell’impossibilità della teoria. Butler, che considera parziale ogni identificazione e interpreta le espressioni performative (quello che Liana Borghi sintetizza in “lesbica è chi lesbica fa”) come produzioni discorsive che oltrepassano l’intenzionalità del soggetto che le enuncia e simultaneamente lo costruiscono esistente e lo contraddicono – nel senso di “lesbica è chi lesbica fa ma non è affatto sicuro” -, se da una parte rompe con definizioni schematiche che lasciavano fuori una lunga serie di soggetti (transgender, ad esempio), dall’altra identifica tutti i corpi possibili in gruppi da uno che, in virtù della stessa teorizzazione, sono impossibilitati al confronto. Il problema di Butler non mi sembra tanto quello di illudersi sul ruolo politico delle “nuove generazioni” (neanche al massimo della confusione il lesbofemminismo è riuscito a ridurre a categoria sociologica “le giovani”), quanto il fatto che per superare una visione rigida e falsamente unitaria arriva al frazionamento infinitesimale – questo sì realmente irrecuperabile – e, agitando il gioco di prestigio della performatività del linguaggio, lascia fuori, come irrilevante, proprio il desiderio.

Insomma, molto banalizzando, Butler separerà pure sesso e genere (seguendo peraltro una tradizione ben consolidata nei paesi anglofoni) e aprirà a ogni sessualità “altra”, ma se mette tra parentesi il desiderio non si capisce di cosa stia parlando. Siamo al “lesbica è chi lesbica fa ma non si sa bene cosa né, soprattutto, perché”. La teoria queer, che doveva rappresentare una nuova strategia comune a tutti i corpi possibili, al fine di destrutturare il sistema di esclusione e la costruzione sociale del genere, relegando nell’irrilevanza il desiderio e la necessità che lo sottende – perché tutto diventa eguale a tutto e al suo contrario e alla sua eccezione e alla sua moltiplicazione – di fatto traduce i corpi possibili in corpi smaterializzati.

In quest’ottica, la richiesta dei diritti cosiddetti di cittadinanza diventa l’unico punto di unione in cui i corpi possibili possono incontrarsi e organizzare una strategia comune. Ma poiché i corpi smaterializzati sono privi di passione e la carenza di passione impedisce l’utopia, l’unica richiesta che emerge è quella dell’omologazione. ‘Voglio lo spazio in cui agire la mia passione’ diventa ‘voglio abitare lo spazio perimetrato dell’ordine’: il target lesbo-chic massificato di cui parla Liana[2]. Con tutte le conseguenze che tale scelta comporta, compresa l’appartenenza condivisa ad un sistema di privilegi. Se ogni passione è spenta, è inessenziale combattere la logica dell’esclusione, basta assicurarsi di non rientrare tra le escluse.

Una volta quando si parlava di lotta – di retroguardia ma sacrosanta – per i diritti si parlava di corpi offesi e di vite impedite. Dire basta alla discriminazione omofobica, sessista e razzista, all’aborto negli scantinati, alle molestie, allo stupro, alla diseguaglianza, alla censura e alla violenza, significava ribadire che volevamo un diritto civile nel senso di mutuato da un diverso concetto di civiltà, di socialità, di patto di convivenza. Significava dire che non volevamo più essere corpi a perdere, né che altre/i fossero considerati corpi a perdere. Oggi nella lotta per i cosiddetti diritti di cittadinanza (vedi inseminazione artificiale, ma questo è argomento da discutere in altra occasione), per quanto sembri di perseguire obiettivi di democrazia e di combattere contro la discriminazione, di fatto ci si dimentica di fare prioritariamente i conti con il rapporto ineludibile tra diritti (singolari e collettivi) e distribuzione delle risorse, e di rifletteere sul fatto che la cittadinanza, richiesta a gran voce, è per definizione un regime di esclusione. Con ciò non voglio ripetere la vecchia favola che le sinistre ammannivano alle donne con involontaria umoristica minaccia (compagne state calme, prima viene la rivoluzione poi ci occuperemo anche di voi), ma solo che “lesbica è chi lesbica cittadina fa e le lesbiche non cittadine si arrangino” mi sembra un’aberrazione che nulla ha a che fare con l’economia della passione.

Simonetta Spinelli

[1] Pubblicato in: Towanda! VIII,  settembre-novembre 2002

[2] Liana Borghi, In teoria 1 – P come Pioggia, Pratica, Parole, Percorsi, Performance, in Towanda!, n. 7, settembre-novembre 2002

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