Del diritto alla miseria

In teoria. 7 [1]

Mi chiedo che senso abbia discutere di teoria in una rivista che utilizza una proposizione teorica non per discuterla ma per ridurla a battuta. Mi chiedo che senso abbia arrabbattarsi in ogni modo – ed esultare in caso di successo come in una partita di calcio – per avere un’esponente della Libreria di Milano, o della sua discendenza teorica, ad un convegno lesbico per poi ignorare i suoi contributi e appassionarsi unicamente ad una sorta di toto-lesbica – chi è lesbica, e quanto lo è, e come, oppure lo dice, non lo dice, forse l’ha detto. E mi chiedo perchè proprio io, che sono sempre stata critica verso alcune teorizzazioni e pratiche milanesi, devo sempre ritrovarmi a difenderle. Poi mi dico che l’impulso irrefrenabile mi viene dal fatto che il toto-lesbica non è la mia pratica, e non riesco a vederne lo spessore politico, e  considero Non credere di avere dei diritti uno dei contributi teorici più significativi prodotti dal pensiero delle donne in Italia. Un lavoro sul quale si può discutere, sul quale, se proprio se ne ha voglia, si può anche fare dell’ironia, ma solo dopo averlo letto, possibilmente sostituendo la lettura ad attività parasportive.

La polemica sottesa al titolo della precedente rivista rende inutile il tema di questo numero perchè ne dà già la risposta. Non capisco perchè ci si interroghi sull’esistenza di conflitti e/o di situazioni di potere all’interno dei gruppi lesbici”, o più ampiamente nel movimento LGBT. Certo che ci sono! Ed è ovvio che ci siano dal momento che la parola d’ordine è diventata, appunto,  “credere di avere dei diritti”.

Una volta c’erano due matti, una donna e un uomo (li cito ambedue così non verrò tacciata del solito separatismo ideologico): Monique Wittig e Mario Mieli. Due che pensavano, ognuno a modo suo, di aver bisogno, per vivere pienamente la loro vita appassionata, di un diverso pensiero sul mondo. Due a cui stava stretto tutto e che tutto volevano ricostruire a partire da quella diversa economia erotica che li muoveva e che aveva necessità di esprimersi. E che per esprimersi doveva necessariamente, a partire da sè, inventare/edificare un diverso ‘sistema di diritti’.

Wittig e Mieli ci hanno affascinato proprio per quella loro pazzia, per quel loro saper andare oltre il già scritto, il codificato, per la loro capacità di gridare che volevano riscrivere i rapporti affettivi, politici, sociali a dimensione del loro essere come erano. Non tutte le lesbiche (immagino che sia accaduto lo stesso per i gay con Mieli) sono state capaci di seguire Wittig nella sua visione di corpi desideranti che, nello scoprire il loro desiderio, svelavano le mistificazioni del codice prefissato e costruivano un linguaggio proprio di poesia e di politica. Ma quella visione è stata punto di riferimento nella banalità e necessità della quotidiana sopravvivenza. C’era un pensiero che si costruiva a partire dal proprio vissuto e dal proprio desiderio e c’erano le mediazioni a cui si era costrette dalla volgarità e dalla presunzione  universalizzante del pensiero codificato. E tener presente questo doppio registro, farne il perno di ogni azione politica, di ogni riflessione, era costringersi ad una faticosa lucidità di analisi, ad una critica appassionata su di sè e sul mondo. Era ricordarsi una frase scritta negli anni ’70 da Elena Gentili, ora scomparsa: “Amo le donne per intelligenza d’amore”. Se nella lotta quotidiana per il vivere mancano quella visione e quell’intelligenza d’amore, non può esistere un pensiero lesbico e il lesbismo cade nell’irrilevanza.

Per questo il titolo del numero precedente, ‘credere di avere dei diritti’, è una contraddizione in termini. Perchè significa dire: rinuncio a una necessità, che nel mio corpo è materia viva, e la riduco alla richiesta di inclusione in un sistema codificato che sa solo azzerare le differenze schiacciandole, o annullarle assimilandole, rendendole simili a sè. Uguali nella miseria.

Si chiede un pieno diritto di cittadinanza senza rimettere in discussione il concetto stesso di cittadinanza, che include chi accetta di star dentro e segna con l’esclusione più emarginante chi sta fuori. Si pretendono oggi e subito tutti i diritti – come se fossero stati definiti in una sorta di nuova tavola della legge di origine divina, buoni per tutte/i e per tutte le stagioni, e non fossero il portato di una cultura eterosessuale, bianca,  predatoria – e non ci si pone il problema di valutarne il prezzo in termini di sfruttamento che costano ad altre/i nell’economia scarsa delle risorse. O lo si risolve con la partecipazione ai Social Forum. Si ritiene che la legge debba individuare e decidere la destinazione dei nostri rapporti, come se i rapporti fossero destinabili normativamente e predeterminati e non si potesse ipotizzare altro mezzo di tutela – perchè non si parla qui di rinunciare a forme necessarie di difesa – se non di farsi santificare nel mazzo delle famiglie perbenisticamente istituzionalizzate. Si rivendica la libertà di essere come tutte/i, come se questa libertà presunta non passasse (v. Borghi in numero precedente[2]) dalla mercificazione globale dei nostri stili di vita e il nostro statuto di consumatrici non fosse il solo che ci permette di accedere al rango di detentrici di diritti.

In questo meraviglioso scenario perchè non dovrebbero esserci tentazioni di egemonia nei gruppi lesbici?

Se i gruppi lesbici si confrontano sulle pratiche, e sulla visione di mondo che dà spazio a quelle pratiche, ci può essere confronto, rissa, contraddizione. Non tentativo di egemonia o costruzione di miserrimi spazi di potere privi di senso in un discorso teorico, politico, sociale tutto da costruire. La lotta di potere nasce quando l’obiettivo primario è convincere l’istituzione che si è affidabili, non contraddittorie al sistema di diritti vigenti, integrabili. Quando si dimostra che si è una lobby in cui non contano le pratiche, contano i numeri, i voti che si è in grado di veicolare. Non conta il pensiero ma solo la minore o maggiore quantità di fastidi che si procurano e il rapporto quantità-prezzo tra la pressione che si è in grado di esercitare e quello che si chiede  in cambio.

Alle lobbies si domanda di chiedere poco e di urlare tanto, di disturbare il manovratore con linguaggi che può capire senza fare tanti sforzi e con una rappresentanza visibile, nel senso di numericamente significativa e di significativamente omogenea, cioè il più piatta e integrata possibile. Non a caso lotte di potere e polemiche si scatenano, direttamente o di riflesso, intorno al Pride, che significa orgoglio sì ma anche soldi, visibilità, e soprattutto pretesa titolarità di rappresentanza da spendere con i partiti. Il Pride, che è una grande manifestazione alla quale nessuna/o vuole rinunciare, ha perso il suo connotato che era quello di dare visibilità ad una cultura altra, alle analisi e alle pratiche che nascevano da ambiti diversi e che ne costituivano la ricchezza. Schiacciarlo sullo slogan dei diritti in nome di una pretesa uniformità di intenti, e farne il simbolo, tirato da tutte le parti,  dell’unica forma di espressione possibile e praticabile, dell’unica moneta spendibile, gli ha fatto perdere la sua forza eversiva e rischia di ridurlo ad una manifestazione un po’ eccentrica in cui i confronti sono azzerati in nome della pacificazione sociale.

I gruppi lesbici stanno percorrendo la stessa strada. Con poche eccezioni, peraltro spesso chiuse in fortini impermeabili di purezza ideologica, hanno scoperto il fascino della legge. Un bel sistema di regole predeterminate, che possono essere ritoccate appena qua e là, senza dover fare analisi complesse o la fatica di reinventare se stesse e il mondo. Per adeguarvisi è sufficiente reinventare le lesbiche, farle diventare un po’ più accettabili, più normali. E fare la stessa cosa con i gay, i bisessuali, i transessuali, lasciando fuori i transgender che – benedetta gente! – mai si riescono ad inquadrare una volta per tutte.

Se questa è la strategia vincente, mi chiedo perchè ci si pongano tante domande. La ricerca della supremazia, del potere su altre/i, è nelle regole del gioco. Un gioco un po’ maschista e eterosessuale ma tant’è. Bisogna essere consapevoli che nel ‘credere di avere dei diritti’ è compreso anche il diritto alla miseria.

Simonetta Spinelli

[1] In Towanda!,  IX,13, Marzo-Maggio 2004

[2] Liana Borghi, in Towanda!,  VIII,7 (settembre-novembre 2002)

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