Diritti, coniglie e tacchini

In teoria 5 . [1]

Mi stanno arrivando valanghe di e-mail (con virus annessi) che invitano le lesbiche a mobilitarsi contro la legge per la fecondazione assistita. Leggo e medito nella calura estiva sull’abbondanza di informazioni e sulla carenza di analisi e confronti che ormai è diventata pratica. Non mi piace questa pratica per approssimazione, lo scollegamento tra discorsi diversi che non trova una sua coerenza interna. Che è altro dalla coerenza del codice: prevede ripensamenti, dislocazioni, transumanze, ma non può fondarsi sull’emergenza contingente. Perché se le vite – come abbiamo faticosamente teorizzato – devono costruirsi in aderenza al desiderio che le anima, questo desiderio parla di necessità e non di contingenza. E la necessità va indagata, deve emergere da un sapere profondo di sé, non può essere indotta.

Condivido l’opinione che questa legge sia una cazzata (nel senso di prodotta da un’idea del), perché considera le donne cavie da laboratorio da sottoporre a ripetuti, controllati esperimenti (limite al numero degli embrioni), senza alcun rispetto per i loro corpi, e in nome del principio di proprietà (certa) rassicura il maschio della specie che i figli avranno il suo naso e non quello di un altro e che, grazie all’ereditarietà dei tratti somatici, i suoi beni saranno al sicuro e non nelle mani di figli adottivi (cioè presumibilmente inaffidabili, perché di seconda mano), e detta regole ridicole sulla titolarità dell’essere genitori, come se il mondo, con buona pace delle leggi, non fosse pieno di lesbiche e gay con figli, e la genitorialità, in senso lato, non fosse in gran parte dei casi un incidente di percorso.

Detto questo per evitare che Towanda venga invasa da lettere di protesta, vorrei fare alcune riflessioni sui punti in contestazione che mi restano oscuri.

La maternità. Ammetto che l’appartenenza a una generazione che vedeva nel rapporto con un maschio, o nelle corse in auto con fialette di sperma di donatore compiacente e noto (di cui si sarebbe temuta solo l’ingerenza, non prevedendosi negli anni ’70 il problema dell’AIDS), l’unica possibilità riproduttiva abbia spento in me qualunque velleità materna, mentre per le lesbiche più giovani l’inseminazione artificiale rappresenta un’alternativa concreta a pasticciate pratiche casalinghe. Ammetto che per qualcuna di noi il desiderio di maternità sia così forte da essere irrinunciabile (anche se non capisco la frenesia di consegnarsi mani e piedi legati all’istituzione medica, come se fosse diventata neutra). Ma mi chiedo quanto questa sempre più generalizzata richiesta di accedere al materno canonico non sia frutto di un nuovo consumismo dei diritti. E’ vero che le generazioni precedenti hanno lottato per affermare i loro diritti, ma si trattava di diritti di vita: voglio essere libera di esprimermi, di autorappresentarmi, di costruire la realtà a dimensione del mio corpo e del mio desiderio e di non subire regole costruite a misura di un corpo altro. Quanto questo desiderio di maternità pervasivo delle lesbiche corrisponde oggi al desiderio di avere, comunque – solo perché altre lo scelgono, o lo subiscono – tutto quello che è ipotizzabile avere? Quanto coincide con una volontà di omologazione, di normalità, di essere come le altre, all’interno di un codice stabilito?

La famiglia. Se c’è una identità di vedute che taglia trasversalmente le generazioni di lesbiche, è la coralità del dire “peste e corna” sulla famiglia, identificata come origine di ogni disturbo psicosomatico, caratteriale o patologico che sia. Da qui capirei se si proclamasse che ogni donna singola – indipendentemente dalle sue scelte sessuali – fa figli quando e come le pare. Non capisco perché acriticamente si sia assunto che per tirar su figli siano necessarie due persone (assioma smentito da milioni di famiglie monogenitoriali tirate su da donne), e che le famiglie con due genitori dello stesso sesso siano per diritto divino migliori delle altre, anche se può darsi per certa la probabilità che non siano peggiori. Soprattutto quando, come corollario alle critiche sulla legge, si fa intravedere uno scenario di figli contesi. Film già abbondantemente visto nelle separazioni delle coppie etero.

Il sesso degli angeli (visto che le angele, a quanto pare, non sono date). Una volta, tanto tempo fa, una nota lesbica allessava un collettivo di donne definite intolleranti, in realtà pazientissime, sugli studi di Mary Daly intorno alla partenogenesi e sullo spinoso problema rappresentato in materia dalle coniglie e dalle tacchine. Esperimenti accreditati in atto negli USA avevano infatti verificato che, stimolando elettricamente l’ovulo di una coniglia, si innestava un processo riproduttivo che dava come risultato un’altra coniglia femmina identica alla prima (v. esperimenti poi estesi alle pecore). Forti della sensibilità delle coniglie, studiosi di vari sessi avevano tentato con le tacchine analogo esperimento. Ma – si disperava la lesbica di cui sopra – le maledette tacchine, politicamente scorrette, non si sa bene per quale meccanismo, riproducevano tacchini maschi.

Oggi io prendo nota che, malgrado le assicurazioni dei medici sulle probabilità statistiche medie di mettere al mondo con inseminazione artificiale il 50% di femmine e il 50% di maschi, le sette donne inseminate artificialmente che conosco, tra l’Europa e gli USA, hanno partorito sette maschi. Ora, sette maschi su sette non sono una statistica, sono una iattura. Abbiamo elaborato una teoria sulla sindrome da tacchine o abbiamo deciso che i maschi partoriti dalle lesbiche, anche se con una certa abbondanza, sono incommensurabilmente più decenti dei maschi partoriti dalle etero?

Costi e risorse.  Quando le donne chiedevano che l’aborto fosse libero e gratuito, e una minoranza accorta proclamava più radicalmente “non si legifera sul corpo delle donne”, c’era comunque una convinzione comune: si dovevano salvare vite. Perché di aborto clandestino si moriva. E si parlava di aborto di classe perché sul tavolo delle mammane finivano – e ci morivano – solo le donne prive di reddito. Oggi non sono in gioco le vite. E’ in gioco l’uso delle risorse. Che è altra cosa. Se c’è discriminazione in merito all’accesso all’inseminazione assistita tra donne più o meno ricche, sempre di ricchezza si tratta. Ed è ridicolo invocare la discriminazione di classe in merito, perché tutto è improntato alla discriminazione di classe – o almeno di reddito – l’accesso all’istruzione, alla salute, all’energia, all’acqua, ad una vita decente. Ridicolo e contraddittorio. Dal momento che gran parte dei gruppi lesbici si ritrovano nel movimento No global, e rivendicano un nuovo sistema di diritti che sia negoziato con i soggetti più deboli, e dicono di voler lottare per una redistribuzione delle risorse che renda vivibili le condizioni materiali di tutte/i, senza esclusioni, non possono poi abbracciare rivendicazioni che tendono solo ad allargare la dimensione del privilegio. Un movimento lesbico coerente dovrebbe lottare (se proprio non può farne a meno) per l’inseminazione assistita a pagamento per tutte. Chi vuole figli – lesbica o etero – se li faccia, se li paghi e pretenda che le poche risorse a disposizione siano destinate là dove gli spazi di vivibilità concreta sono così ridotti da mettere a rischio la stessa sopravvivenza.

Simonetta Spinelli

[1] In Towanda!, IX,11 (settembre-novembre 2003)

 

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