Ma di cosa parliamo?

In teoria 10  [1]

Rifletto. Devo dire che l’attività in questione mi diventa sempre più difficile. Mi sembra che non ci si capisca più sulle parole che, lanciate come un richiamo, diventano, non si sa bene come, sassi. Che invitano a schierarsi: o con me o contro di me. Per questo in genere rifletto in solitudine. Poi la redazione di Towanda mi chiede (la-dea-solo-sa-il-perchè) di scrivere 60 righe e io (sempre-la-dea-solo-sa-il-perchè) mi metto al computer. Non faccio più (come si diceva una volta?) militanza (?), politica attiva (?) – fate un po’ voi –  proprio perché mi sono resa conto che ogni parola detta diventava un pezzo di muro. Non era la mia aspirazione. Ho agito, parlato, scritto perché avevo bisogno di spazio e di aria, e raccoglievo parole, riflessioni di chi come me sognava di costruire dimensioni non perimetrate di vita e di discorso. Non  eravamo pacifiche, ci siamo scontrate, spesso anche con asprezza, ma con una fondamentale predisposizione all’ascolto. Appartengo ad una generazione che si è confrontata anche facendosi la guerra ma ha coscientemente rifiutato di farla con le donne che l’avevano preceduta, alle quali si riconosceva di aver comunque rotto una barriera di silenzio e di omertà, anche a costo di rimetterci la vita, la posizione sociale, la sanità mentale. E che non vuole fare la guerra con le generazioni che seguono. Anche per questo ho smesso di frequentare, se non occasionalmente, i luoghi  del dibattito politico emergente. Non credo di essere indispensabile e credo che ogni generazione abbia il diritto di costruire lo spazio a dimensione di sé, senza che la generazione precedente sia lì a contenderle il passo. Ma ho anche imparato dalle donne con le quali ho diviso percorsi di vita e di pensiero, che esiste un patrimonio di coscienza che non può essere lasciato cadere come se fosse niente, e che non si può vivere seguendo i tempi invece che se stesse. Elena Gentili, che se n’è andata troppo presto, diceva che il silenzio tra le donne è calunnia. Io non posso fare alle giovani generazioni il torto di questa calunnia. E quindi torno alle parole che non capisco, che cambiano significato prima ancora di arrivarmi alle orecchie, e sulle quali, in nome della fine delle ideologie, si costruiscono dogmi e non confronto. Ma vorrei che qualcuna me le spiegasse, senza darle per scontate e senza premettere ad ogni discorso che c’è un pro e un contro pregiudiziale che chiude ad ogni possibilità, perché è dato come unica possibilità.

Quando scrivo che manca un dibattito sui diritti civili non ignoro le catastrofi e le tragedie che accadono quando, per una qualunque inaspettata fatalità, si scatena la farsa familiare della riappropriazione della figlia o del figlio prodighi. Mi rifiuto soltanto di credere che una soluzione possa essere trovata innestandola sul solco predeterminato dell’eterosessualità normativa, come fosse l’unica ipotizzabile. Mi dà fastidio pensare che la scelta del patto di convivenza alla francese, piuttosto che il matrimonio all’olandese, dipenda dalla considerazione che è più facile ottenerlo in un paese neofascista e gravato da integralismo cattolico e non dal fatto che corrisponde maggiormente ad un nostro laico – si spera, ma non è detto – modo di intendere i rapporti. Su questo non c’è stato dibattito né chiarimento. In ogni caso mi sembra riduttivo credere che su questa battaglia si debbano concentrare prioritariamente gli sforzi del movimento LGTQ, come se il nostro cervello e la nostra passione, in assenza di patto di convivenza istituzionalizzato o matrimonio, debba essere per forza inabilitato al funzionamento. Mi disturba pensare che una minoranza che ne ha subite tante, e che continua a subirne, ma che ha dimostrato forza di resistenza e orgoglio, non possa ragionare in termini di orgoglio, di consapevolezza di sé, prima che di resistenza.

E arriviamo al LGTQ, o nelle versioni alternative GLQT, GLBT et similia. Ma di che stiamo parlando? Se è solo una sigla per riassumere le presenze al Pride, può anche andare. Se significa un confronto reale su pratiche diverse, che trovano punti in comune sulle quali allearsi nel rispetto reciproco e/o verificano i limiti di un’alleanza, non capisco quando questo evento si sia verificato. Persino decifrare la sigla concretamente è arduo. Se un minimo di comprensione si ha sulla L e sulla G, molto semplificando (perché già solo per le lesbiche si parla di L-femministe, L-postfemministe, L-separatiste, queer più che L, postgender più che L) e riferendosi ad un confronto presunto, peraltro né generalizzato né grandioso, sulla decodifica della T succede il marasma. Transessuale o transgender? O ambedue? E in quest’ottica con cognizione di causa o come se fossero due paia di scarpe intercambiabili, con buona pace delle vite? O un oggetto misterioso da inserire in elenco per essere politicamente corrette/i ma sul quale nessuna/o ha interesse a indagare, a conoscere? Per la Q è peggio che andare di notte. C’è dentro tutto e il contrario di tutto. Mai confrontato.

Eppure il termine queer è stato rilanciato proprio da un desiderio di confronto. Lo utilizzò Teresa de Lauretis, intitolando Queer Theory: Lesbian and Gay Sexualities un convegno del 1990 il cui intento era proprio quello di uscire dagli schematismi rigidi in cui gli studi lesbici e gay si stavano involgendo, mettere in discussione l’omologazione tra sessualità femminile e maschile, ambedue identificate solo in contrasto con l’eterosessualità, e di riaprire una ricerca teorica che le analizzasse contestualizzandole in relazione alle condizioni di esistenza storiche, materiali, sociali[2].

Oggi il termine queer è sinonimo di ciò che sfugge al confronto, è come il mercurio, scivola da tutte le parti e cambia forma. E’ il capolavoro dell’ottica di Buttler:  basta astrologare sul soggetto eccentrico, sulla frontiera, sul margine, su questioni complicate come il desiderio, i corpi, la sessualità, i generi, sulle lesbiche che non sono donne, sull’eterosessualità normativa e sull’omosessualità, sulla razza e i condizionamenti culturali, siamo al postgender. Dalla funzione che crea l’organo siamo approdat* alla performatività che crea il soggetto. Cioè all’innecessarietà del soggetto che viene sostituito da un sano volontaristico delirio di onnipotenza: voglio tutto, sono quello che desidero essere in un dato momento – poi cambierò idea -, rendo esistenti, mettendole in scena, in un lavoro continuo di costruzione/decostruzione simultaneo le mille sfumature di quella fucina infinita di possibilità che sono io. Un lavoro a tempo pieno in cui chi si ferma è perduto.

Ma di cosa stiamo parlando? Qui non si tratta di fare una scala di valori tra la roccia, immobile nei secoli, e il mercurio che per prendere ogni forma non ne assume alcuna. Si tratta di trovare un momento di discussione in cui confrontare, non dico le vite, che sarebbe troppo sperarlo, ma almeno i termini che usiamo. Invece di dare per scontato un movimento, costruiamolo, magari cominciando da un vocabolario comune, non rigido, ma che verifichi reali livelli di conoscenza e non ripeta acriticamente linguaggi nati in altri contesti, mutuati da una teoria di cui si sono persi sforzi e esiti. E se proprio dobbiamo parlare di diritti civili, ebbene parliamone, ma almeno confrontiamoci prima su cosa intendiamo per diritto civile. O, questo sì prioritariamente, su chi sono i soggetti concreti che tali diritti reclamano.

Simonetta Spinelli

[1] Pubblicato in: Towanda!, IX,17 ( marzo-maggio 2005)

[2] Teresa de Lauretis, La nemesi di Freud, in  Soggetti eccentrici, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 105

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...