Vengo anch’io. No, tu no!

Ci mancava anche questa. La rissa sui diritti civili, già carente di per sé, perché priva di ogni articolato confronto e monopolizzata da un’opinione maggioritaria e assertiva in cui tutto si riduce al “o sei con me o contro di me”, e di conseguenza riduce il dissenso all’irrilevanza, o peggio al disfattismo, adesso si è evoluta. Siamo arrivate/i  al “la mia discriminazione è meglio della tua, quindi levati di mezzo”. Come diceva mia nonna: “aveva ragione quella vecchia che non voleva morir mai”.

Già il 18 luglio 2012, nel suo blog, Ivan Scalfarotto lanciava le sue perle di saggezza, ribadite con granitica coerenza nell’intervista riportata in La Repubblica dello scorso 16 marzo, in merito alle unioni civili:

“Se le coppie etero non sposate volessero avere i diritti delle coppie sposate, non dovrebbero far altro che sposarsi. Se non lo fanno vuol dire che non accettano i diritti e, soprattutto, i doveri del matrimonio” (1912)

“C’è bisogno di rimediare a una discriminazione, quella che nega alle coppie gay di vedersi riconosciuti i diritti che le persone sposate hanno. Gli etero hanno già la loro unione civile: è il matrimonio. Confondere le unioni civili con le coppie di fatto è come confondere pere e mele” (2015).

Ora, con buona pace di Scalfarotto e delle sue similitudini agro-alimentari, adeguate ad attutire il panico che colpisce i partiti di tutto l’arco costituzionale quando si parla di lasciare libertà ai cittadini di gestire in pace, e senza interferenze indebite, alcune questioni fondamentali della loro vita, peraltro garantite dalla Costituzione, l’unico a non capire la differenza tra i due istituti è proprio lui.

Il matrimonio è un’istituzione, cioè lo Stato si arroga la potestà di legittimare un rapporto da cui fa discendere una serie di conseguenze,  di natura patrimoniale e non, stabilendo diritti e doveri che i coniugi si impegnano ad osservare, e che può essere sciolto solo con l’autorizzazione dello Stato medesimo. L’unione civile è un libero accordo sottoscritto con atto amministrativo (registrazione nell’albo comunale) tra due persone che reciprocamente si impegnano in una convivenza,  che si scioglie con una dichiarazione congiunta (si spera, ma non è detto, non  belligerante come la maggior parte dei divorzi) di cui lo Stato deve solo prendere atto.

Nell’ottica istituzionale, che siano pere o mele, i due istituti sono uno di serie A e uno di serie B. La serie A è un problema di chi liberamente la pratica. Della serie B non ci sarebbe bisogno se lo Stato riconoscesse che la destinazione dei rapporti non rientra nella sua sfera di competenza ma solo in quella dei titolari dei rapporti stessi. Poiché questo non avviene, le coppie di fatto sono costrette – non a caso si verificano matrimoni tardivi  tra etero non più giovani, che hanno scelto di convivere da una vita – a tutelarsi reciprocamente per impedire che la mancanza di una firma al Comune renda inessenziale l’esperienza di una vita insieme, e la burocrazia impedisca loro l’esercizio del diritto fondamentale  di occuparsi delle persone care (visite in ospedale, decisioni concordate sulle cure, visite in carcere, eredità et similia). La reale discriminazione sta nell’assenza di rispetto verso i diritti individuali da parte delle istituzioni ed è discriminazione generalizzata, che non riguarda le scelte sessuali dei conviventi, ma colpisce tutte/i, siano etero, lesbiche, gay o trans.

Il problema è parlare di diritti e doveri e mai di rapporti. Come se il codice potesse automaticamente costruire rispetto, cura, tenerezza, complicità. Come hanno salvato i patti matrimoniali le vittime del femminicidio, degli abusi in ambito familiare, della possessività contrabbandata per amore? Quando si parla di unioni di fatto come di tentativi di sottrazione a diritti e doveri, che il matrimonio potrebbe tranquillamente sanare, si fa finta di ignorare che le convivenze sono un complicato esercizio di equilibrio e non durerebbero un minuto se non ci fosse l’ostinata determinazione a scegliersi con consapevolezza ogni giorno della propria vita, assumendosi dell’altra/o fatiche e leggerezza, salute e malattia, reciproche contraddizioni, non in forza di un obbligo imposto per legge, ma in nome di un legame che si considera vitale, anche se per romperlo basterebbe fare la valigia e andarsene. Che si sia etero, lesbiche, gay o trans non vedo la differenza.

Mettere in discussione e sminuire i diritti altrui  per affermare i propri mi sembra il massimo dell’orrore a cui si poteva arrivare.

Simonetta Spinelli

 

 

 

 

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