Riflessioni fuori luogo

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Della minoranza [1]

Una minoranza ha senso se è una minoranza. Se fonda in sé il senso  della propria esistenza e lo articola in un discorso suo. Che non ci sarebbe se non ci fosse quella minoranza. Che quel senso costruisce e da quel senso è, a sua volta, ridefinita.

Una minoranza ha uno sguardo necessariamente bifocale. Non può, per definizione, adagiarsi nell’ottica monolitica che la forza – o la prepotenza, che è altra cosa – dei numeri e la simmetria di sguardi univoci, consente alla maggioranza. Pur senza volerlo, guarda due piani di realtà: il proprio, al quale è necessitata, perchè rappresenta il suo spazio di esistenza, l’altro, che dimensiona una vivibilità definibile attraverso parametri diversi, così stratificati e pervasivi che è impossibile non farci i conti. Anche – e soprattutto – quando i conti non tornano. Al contrario della maggioranza che può considerare quanto è diverso da sè accidentale, perchè, nella logica dei numeri, irrilevante, la minoranza non può ignorare la diversità: ignorerebbe se stessa.

Chi appartiene alla maggioranza può scegliere o non scegliere. Il suo statuto di esistenza è comunque dato. E’ a prescindere. Chi appartiene a una minoranza sceglie la sua necessità invece della necessità prevista dallo statuto. E una scelta non si può fare a metà. Sarebbe un atto di miseria.

Una minoranza non si pone il problema di provocare. O è una provocazione o si confonde nell’indistinto. Scegliere la propria necessità e l’ottica che ne costruisce i rimandi è l’unica provocazione che una minoranza consapevole di sè può fare. A se stessa. Ma produrre senso per sè è una provocazione per il resto del mondo, perchè costruisce parola autorevole, svelando quanto non era detto o dicibile.

La minoranza è legata a un patto che segna le coordinate dell’appartenenza. Un patto di responsabilità non scritto sulla carta, ma nei corpi e nella memoria. Che individua un legame che va oltre le singole vite, ma è tutto interno alle vite, e di queste segna una consapevolezza di sè che nel dirsi esprime, necessariamente, quel legame. Non sovrastrutturale ma fondante. Che va esplicitato,  articolato, reso visibile in una trama di rimandi che costruisce mondo, cioè lo spazio della sua agibilità.

La minoranza o tende ad una progettualità in continuo divenire o si disgrega. Perchè il suo senso sta tutto nell’essere luogo di possibilità. E il possibile è ciò che eccede, che deborda dai margini, che non può essere contenuto, nè istituzionalizzato, che prevede un percorso per spostamenti, ridislocazioni, aperture di discorso.

Del percorso

L’omosessualità femminile mai è stata minoranza. E non a caso utilizzo il termine omosessualità. Perchè le parole hanno un peso e una storia, e rimuovere quel peso e quella storia è cancellare le vite che ne hanno costruito lo spessore e la memoria. E’ tagliare radici e autocancellarsi.

Il lesbismo ha scelto di essere minoranza. E lesbismo non è una parola di moda che, precariamente e casualmente, ne ha sostituita un’altra. E’ il nome che abbiamo dato ad una pratica sessuale che significava – e significa – un percorso di intelligenza, attraverso il quale restituirci, l’una all’altra, in termini di sapere, le nostre vite. Dirci lesbiche è stata una scelta politica, originata da un lavoro di autocoscienza, dalla volontà di assunzione di sé, di costruzione di pensiero, da parte di donne che la loro pratica sessuale vivevano come generatrice di senso.

Elena Gentili scriveva nel 1976: “Quando un rapporto mi rende la caricatura di me stessa penso sia sbagliato. Oggi non per caso amo la donna. Io dico di amarla per intelligenza d’amore”.[2]

Una scelta politica non nasce dal niente. Nasce dalla fatica di raccogliere tracce di percorsi di somiglianza, appena accennati e subito cancellati, e ricostituirne il patrimonio. Nasce dallo scavo del passato e delle proprie vite con la passione di chi inventa il futuro: costruendo l’oltre. Nasce da un ostinato desiderio collettivo.

Il femminismo – parola ieri di moda, travisata, oggi parola fuori moda, sconfessata, che uso per il semplice motivo che non amo travisare e sconfessare quanto le donne femministe insieme hanno costruito, compresa la mia vita – è stato il laboratorio in cui è maturata questa scelta. Maturata per fasi, per cesure, per ritorni indietro. Ma ogni volta siamo andate un po’ oltre.

Abbiamo utilizzato il movimento nascente perchè con le altre donne ricucivamo uno strappo storico violento, di cancellazione reciproca. Quindi anche di noi con noi. Denunciando l’oppressione comune abbiamo gridato la nostra. Parlando di donne tra donne abbiamo nominato il nostro essere donna. Affermando: riappropriamoci del nostro corpo e della nostra sessualità, abbiamo scoperto che un corpo di donna ha le sue ragioni che la ragione non conosce affatto. Portato alla luce l’indicibile che eravamo noi. Tutte noi, donne lesbiche e donne eterosessuali. Ognuna difesa e garantita da quel dirsi collettivo.

Per questo abbiamo lottato per la depenalizzazione dell’aborto, o contro la violenza sessuale: perchè erano lotte che ci riguardavano. Affermavano che il corpo delle donne appartiene alle donne, quindi che il corpo di una donna che ama un’altra donna è suo. Di quel corpo decide solo lei. Solo lei conosce le ragioni di quel corpo. E abbiamo, parallelamente, cominciato a scegliere, a partire da quel nome: lesbiche, lanciato dalla cultura codificata come un insulto – abitanti di Lesbo, ironico traslato per abitatrici di una riserva, recintata dal mare, perimetrata – di cui ci siamo riappropriate, ricostruendolo come simbolo di forza. L’isola perimetrata ha, per il solo fatto di esistere e di nominarsi esistente, perimetrato il mondo.

Nel femminismo abbiamo imparato che fondare pensiero non è restringersi in una nuova codificazione, ma essere capaci di rimettere in discussione, confrontando le pratiche, ogni acquisizione di coscienza. Che andare oltre sposta l’orizzonte di senso e obbliga ad un cambiamento di ottica, ad una ridislocazione di sè. Non smentisce quanto politicamente si è agito, ma lo riattraversa con lo sguardo che il percorso di coscienza ha reso più acuto.

Il lesbismo politico è nato quando, riattraversando analisi e pratiche femministe che ci appartenevano – nel senso che contenevano l’esperienza e il portato delle nostre vite – abbiamo compreso che restare all’interno di logiche rivendicative non favoriva la fondazione di un pensiero autonomo, ma rischiava di ratificare una mentalità minoritaria.

Della mentalità minoritaria

La mentalità minoritaria si esprime quando la costruzione di sè fonda su altro da sè. Quando ciò che si dice esistente si nomina a partire da, in una logica oppositiva. L’altro da sè, parametro di esistenza, dimensiona la ricerca di un senso a partire da sè, per sè, che si trasforma in richiesta di riconoscimento. Rivolta a chi, per statuto, è esistente e al quale si attribuisce – per il solo fatto di rivendicarne lo statuto – titolarità a generare senso.

La mentalità minoritaria non fonda discorso. Ripete linguaggi inscritti nel codice, di cui chiede l’adeguamento – quasi un’appendice aggiornata -, mai ponendo la propria irriducibilità alla struttura di potere da cui promana la normazione.

La mentalità minoritaria non articola differenze, le congloba. Ha bisogno di valutarsi quantitativamente e di una visione unitaria. Quindi livella, equiparando ogni tentativo di elaborazione in una mediazione al ribasso, e mima un ambiguo egualitarismo che, azzerando ogni diversità, tutto riconduce all’indistinto, all’etichetta che sostituisce la responsabilità politica, a un patto di facciata fondato sul nulla.

Abbiamo attraversato la denuncia dell’oppressione e le ricadute nella mentalità minoritaria come tappe inevitabili – probabilmente necessarie – dei nostri percorsi di coscienza. Ma le abbiamo anche sottoposte a verifica, svelandone l’inadeguatezza. Una verifica attraverso esiti di pratiche politiche confrontate.

Dell’attraversamento

Nel ridislocare il nostro sapere, indagandone lo scarto, ci siamo dette (noi donne lesbiche e eterosessuali per le quali il femminismo è stato costruzione di libertà femminile):

  • il rifiuto dell’assimilazione al modello maschile ha prodotto l’inadeguatezza a tradurre in rapporti sociali la pratica politica dei rapporti tra donne. Per superarla “Bisogna sessualizzare i rapporti sociali… toglierli dalla loro apparente neutralità”[3].
  • L’uso moderato delle ipotesi produce esiti moderati: “L’utile politico collegato alla denuncia dell’oppressione della condizione femminile è compreso nelle leggi di mercato. Sappiamo che la separazione tra obiettivi e progetti è il modo in cui i poteri dominanti controllano e riordinano i conflitti”[4].
  • L’appartenenza non è definibile in termini di etichetta ma nel confronto del sapere di sè e della sua traduzione in pratica politica: “Immaginare e tentare il pensiero e la pratica politica della propria appartenenza significa apprendere i propri segni specifici e personali non più come eccentrici rispetto al codice dato ma anche rispetto al genere femminile politico, dal momento che è enunciabile e che quindi può dire le sue differenze”[5].
  • “Fondare il pensiero di una verità soggettiva femminile e le condizioni della sua circolazione”, significa indagare il nesso tra affettività e politica, cioè verificare in quali pratiche si rappresenti la modificazione interiore, e quali rapporti tra donne tali pratiche mettano in atto: “La necessità di quella particolare relazione che è costituita dal lesbismo è data dal fatto che il nesso tra affettività e politica vi appare come strutturale: in tutte le relazioni tra donne, comunque, quanto più il nesso si assottiglia o viene giudicato irrilevante, tanto più si passa dalla politica delle donne al negoziato sociale o all’imitazione, e soprattutto si riducono le figure femminili che possiamo produrre nella comunità delle donne e nel sociale”[6].
  • Il negoziato con l’istituzione non rappresenta di per sè perdita, in quanto può favorire condizioni tali da rimuovere disparità sociali obiettive, a patto che non sia mediazione con l’appartenenza a sè ma, al contrario, scelta di strumenti segnati da un forte investimento su di sè, mai riducibile o occultabile[7].
  • Non si costruisce pensiero nell’isolamento o fidando soltanto sullo spontaneismo. Occorre costituire una rete di rapporti politici, vincolati dalla necessità di rimandi di sapere: “Le Amanti sono figura collettiva in cui si nominano molte pratiche, e quindi molte donne: sono l’essenza di un’esperienza collettiva che costruisce rimando di valore … sono una figura sociale che non può essere intesa riduttivamente, nel senso di coppia, spazio chiuso, ma nel senso di spazio originario ritrovato, spazio aperto, mobile, trasmissibile e interiorizzabile, nel quale ognuna ritorna a sè attraverso l’altra, cioè nel senso di luogo da cui guardiamo il mondo, misura giudicante”[8]
  • Il ricorso alla legge – che peraltro ha dato esiti limitati e contraddittori (v. violenza sessuale), tranne quelli non richiesti (v. servizio militare alle donne) – deve essere affrontato con un’indagine approfondita, perchè rischia di ribadire una concezione giuridica per la quale la donna è un soggetto debole da tutelare, o da rendere ‘persona’ con aggiustamenti parificatori. Contro vantaggi ipotetici, ha fino ad ora prodotto l’equa redistribuzione a tutte le donne di miseria simbolica[9]: “Ben oltre la critica di <<esclusione/assimilazione>> la differenza sessuale mette in questione l’efficacia prescrittiva della misura di uguaglianza, non per come ha storicamente operato … ma perchè in quel soggetto-individuo universale la donna nè si incarna, nè trova misura simbolica della sua esistenza”[10].

Di una diversa produzione di senso

A questo riattraversamento le donne lesbiche femministe hanno contribuito, inscrivendovi l’esperienza e il portato delle loro vite. Da questo riattraversamento è nata la necessità politica di nominare la propria differenza, di significare il lesbismo “come rapporto particolare tra donne che non è solo sessuale, ma anche socio-simbolico: vale a dire, un rapporto tra donne che comporta una diversa produzione di riferimenti e significati, anche se non sempre nei termini del femminismo”[11]. Di costruire le coordinate di un pensiero in cui “L’avvento di nuove pratiche e forme simboliche, la presenza di rappresentazioni e discorsi autorevoli che acconsentono e autorizzano la sessualità lesbica possono produrre non solo un diverso sapere del corpo… ma anche … una diversa produzione di senso e di riferimenti”[12].

Ricominciare sempre da zero non produce senso. Produce cancellazione.

L’appassionata provocazione di Wittig: “Le lesbiche non sono donne”[13], sul genere come costruzione sociale, così spesso ripresa dalle giovani, è un richiamo non ad ignorare quanto le donne tra loro hanno costruito, ma ad andare oltre, nell’ordine di discorso intravisto, suggerito e fondato da quella che de Lauretis chiama pratica d’amore. Andare oltre che non può consistere nel ritorno a suggestioni di forzata unitarietà, che a tutte tolgono spessore e responsabilità e titolarità di proposta. E tanto meno nell’ostinata opposizione – e nell’altrettanto ostinata ricerca di consenso – nei confronti di teorizzazioni che non riconoscono il lesbismo se non come rapporto di intimità contenuto nella soggettività femminile, o lo riducono ad una latente omosessualità femminile segnata dall’identificazione al materno e costitutiva di tutto il genere.

Andare oltre vuol dire inventare strategie per costruire uno spazio a dimensione del desiderio lesbico, in cui le trame relazionali e le pratiche sottese dalla sua ineludibile necessità siano agite e non ridotte. Strategie incentrate sul viversi come tracotante parzialità. Che si nomina, si espone, informa a sè quanto attraversa, produce e trasmette sapere, e a partire da sè, e solo da sè, lo ridiscute. Irriducibile ad ogni altro ordine di discorso, e quindi svelante l’inadeguatezza della pretesa alla codificazione onnicomprensiva.

Di incivili diritti civili

Un pregiudizio di principio sul negoziato – come già detto – non ha ragione di essere. La mediazione è spesso l’unico modo per rimuovere obiettive situazioni di svantaggio. Affrontare un negoziato prevede, però, la verifica di alcune premesse: che ci siano due o più parti, cioè due centri di interesse, non solo in contrasto, ma motivate ad appianarlo con una contrattazione e, quindi, un reciproco riconoscimento, pur nell’ottica di rapporti di forza diversificati; che la mediazione non rappresenti la riduzione all’infimo di una delle due parti in questione; che la contrattazione non aggravi le condizioni dello svantaggio.

Nel momento in cui alcune donne lesbiche propongono una mobilitazione per il riconoscimento a lesbiche e omosessuali dei cosiddetti diritti civili, la richiesta non si pone come neutra, ma produce il suo senso. Implicito nella richiesta stessa. E’ come se dicessero: riconosciamo questo specifico ordinamento giuridico – e il discorso che lo sottende – come unico titolare all’elaborazione dei principi di libertà valevoli per tutti; i diritti cosiddetti civili corrispondono alla nostra concezione di convivenza sociale, al punto che deleghiamo alla legge di stabilire canoni relazionali entro i quali deve esprimersi la nostra sessualità; consideriamo che tutto ciò rappresenti un vantaggio, perchè ci stana dalle nostre postazioni minoritarie e mimetizzate e ci costringe ad uscire allo scoperto.

Forse non è casuale che un tale ragionamento, apparentemente lineare e semplificativo, non sia stato partorito prima. O che analoghe precedenti proposte siano state respinte.[14].

Il problema non sta nel negoziato. Sta nei termini in cui viene ipotizzato.

L’ordinamento giuridico fonda sul pensiero elaborato da un mondo maschile che si assume come universale e assimila a sé tutto l’esistente. Non contempla diversità. Al massimo della sua espressione democratica inventa la parità, cioè la riduzione all’uno delle differenze. A partire da quella di sesso.

Non ci sono spazi di aggiustamento con un ordinamento che ribadisce le sue pretese onnicomprensive proprio mentre afferma la sua concezione di democrazia: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politiche, di condizioni personali e sociali”. Aggiungere, come proposto, “di orientamento sessuale” – e non a caso, perchè orientamento è termine che presuppone un vagolare incerto e indefinito, la dove “scelta”, individuando la volontà precisa di essere titolari di sè, crea un certo malcelato imbarazzo – non muta la concezione di fondo del dettato costituzionale. Titolare del diritto è un maschio, bianco, fornito di cittadinanza, che parla la lingua della maggioranza e ne professa la religione e le opinioni politiche, e gode di condizioni  personali e sociali che lo garantiscono. A partire da questo soggetto unico, i diritti di libertà sono concessi alle donne, ai bambini, alle minoranze, agli stranieri, ai diseredati, malgrado siano, appunto, differenti.

Un vuoto di legge, ad es. l’abolizione dell’art. 3, avrebbe segnato un orientamento democratico, più di quanto non faccia una sottolineatura sessista, nazionalista, razzista, classista, tesa non a valorizzare ma ad azzerare le differenze: “la libertà ad una donna spetta a causa del suo essere una donna e non a prescindere dal suo sesso come recita invece la Costituzione… Se io dico: sono una donna e, a partire da questa materialità, affermo la mia libertà, è cosa diversa che dire: I principi di uguaglianza e di libertà elaborati dal mondo maschile devono valere per uomini e donne”[15].

Se questo è valido per le donne, lo è parallelamente per le donne lesbiche. Se io dico: “sono una donna lesbica, e a partire da questa materialità, che fonda il pensiero di me su di me, affermo la mia libertà”, dico simultaneamente un’irriducibilità ai principi di libertà, monosessuati  e eteronormativi, enunciati dall’ordinamento.

Svelare che non esiste un patto sociale ma solo la dichiarazione unilaterale di un genere, che l’altro genere non ha sottoscritto, nè tanto meno negoziato, non risolve le condizioni dello svantaggio sociale, ma impedisce alle donne lesbiche consapevoli di sè l’appiattimento e l’omologazione a contenuti normativi già dati. Perchè mette in luce I termini reali del conflitto – irriducibilità dei soggetti e pretesa universalità del processo normativo – e costringe (dovrebbe costringere) a considerare l’uno in funzione dell’altra. Cioè a far convivere l’esigenza contingente di superare le condizioni di svantaggio con l’obiettivo primario di dar voce al sapere di sè e alle istanze sociali che lo rispecchiano, contribuendo alla costruzione di un patto sociale tale da consentire l’articolazione di tutte le differenze.

Un lavoro faticoso, complesso, di lunga durata. Che implica riflessione, analisi, valutazioni sulle possibili ricadute in termini sia pratici che simbolici,confronti con quanto le donne stanno teorizzando o hanno già sperimentato, compresi i fallimenti.  E non può essere lasciato all’improvvisazione, nè all’imitazione passiva di quanto è elaborato in altri contesti culturali.

Non è un invito all’immobilismo, è il richiamo a studiare soluzioni, anche legislative se serve, ma che ci corrispondano almeno parzialmente, e a non delegarle ad altre/i che ci interpretano a partire dalla loro esperienza e non dalla nostra.

Di alcune proposte

  • Poniamoci, seriamente, il problema di formulare quello che pensiamo debba essere uno statuto civile che, almeno parzialmente, corrisponda al sapere delle nostre vite. Mettiamo in atto un raccordo di studi e di ricerche, a lungo termine, che non abbia come premessa la fretta di organizzare in pochi mesi un convegno, e quindi non si limiti a raccogliere proposte già formulate senza il nostro contributo.
  • L’art. 3 della Costituzione non è incompleto, è concettualmente sessista. Proponiamo la sua abolizione o la sua modifica. Che potrebbe essere – ma ci devo riflettere -: “Tutte/i hanno pari dignità sociale e la legge garantisce l’espressione e il rispetto delle differenze”. Non è grandioso, ma è meglio di quanto proposto dalle esperte – non si sa di che orientamento sessuale – di Strasburgo.
  • Un rapporto di materialità, e il sapere di sè che fonda, non può essere codificato. Al di fuori di una logica di potere, che istituzionalizza per produrre gerarchie, ipotizzare che la legge debba stabilire la destinazione dei miei rapporti, rende inessenziali quei rapporti. Perchè ne stabilisce le regole e le gradazioni, una volta per tutte, indipendentemente dall’intensità e dallo spessore, o dal significato che assumono per me. Sono così inessenziali i rapporti lesbici da poterli pensare nei termini riduttivi e svilenti di matrimonio? Non è vero che il non poter accedere al matrimonio sia discriminante. E’ vero il contrario: il matrimonio è un’istituzione discriminatoria, perchè concede privilegi solo ad una parte della popolazione. Discrimina singole/i, lesbiche/omosessuali, conviventi, discrimina bambine/i che vengono affidati secondo logiche istituzionali e non affettive. Perchè dovremmo chiedere l’equiparazione – totale o approssimata – a questo orrore? Chiediamo che l’istituzione ‘matrimonio’ sia abolita. Con tutto quello che ne consegue: possibilità per singole/i di decidere a chi affidare la gestione dei propri interessi, sia affettivi che patrimoniali; a chi lasciare liberamente, come già avviene in quasi tutto il nord-Europa, il proprio patrimonio, fatta salva la tutela dei minori e degli incapaci, e via di seguito.
  • Usciamo dalla mentalità minoritaria e consideriamoci, una volta tanto, le uniche esperte di noi stesse.

Simonetta Spinelli

 

[1] Intervento presentato al Convegno: Il mondo da fare. Sul ruolo politico del movimento delle lesbiche, organizzato dai gruppi lesbici del Centro Femminista Separatista e dall’ARCI-Lesbica, Roma, 20-22 giugno 1997

[2] in Differenze, n. 4, Roma, 1977, p. 18. Nel numero della rivista, gli scritti delle donne lesbiche erano, provocatoriamente, firmati: una donna.

[3]Sottosopra (Più donne che uomini), gennaio 1983

[4] Editoriale, in DWF (Mi piace non mi piace), n. 1 (Primavera 1986), p. 9

[5] Editoriale, in DWF (Appartenenza), n. 4 (Ottobre.dicembre 1986), p. 9

[6] Editoriale, in DWF (Responsabilità politica), n. 5-6 (1988), p. 6

[7] cfr. Editoriale, in DWF (Forme della politica), n. 7 (1988), p. 7

[8] A. De Perini, in Da desiderio a desiderio. Atti del Convegno lesbico, Impruneta 5-7 dicembre 1987, Firenze, L’Amandorla, 1989, p. 104

[9] cfr. Democrazia e diritto (Diritto sessuato?), XXXIII,2 (aprile-giugno 1993), in particolare: T. Pitch (pp. 33-48); L.Cigarini (pp. 95-98); M.L.Boccia – R. Tatafiore (237-242); M.L.Boccia (313-317)

[10] M.L.Boccia, Da “sopra la legge” una critica a un punto di vista maschile, in ivi, pp. 315

[11] T. de Lauretis, Praticad’amore. Percorsi deldesiderio perverso, Milano, La Tartaruga, 1997, p. 182

[12] ivi, p. 266

[13] M. Wittig,, The Straight Mind, trad. it. di R. Fiocchetto, in Bollettino del CLI, IX,2 (1990), pp. 5-16

[14]  Cfr.:Atti del convegno di donne lesbiche, Roma 26-28 dicembre 1981, Differenze, n. 12 (maggio 1982)

[15] L. Cigarini, Libertà femminile e norma, in Democrazia e diritto, cit. p. 95

One thought on “Riflessioni fuori luogo

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