Camilla e Antonio

 

CAMILLA E ANTONIO

Un popolo di zaini fa siepe. Come ogni mattina. Staziona indolente sulle scale a cinquanta centimetri dalla porta. Ai richiami di Anna e Francesco – i bidelli – nessuno risponde. Gli zaini, animati di vita propria, si urtano, si agganciano, si mescolano, come in una rissa. C’è un vocio quieto che a volte si allarga in una nota più acuta – saluti, risate, un inizio di polemica, come per rinnovare un’abitudine -, o in un tonfo – zaini lanciati per allenamento.

Anna e Francesco si sgolano, senza riuscire a catturare corpi stanziati oltre il frammento di spazio tra la scala e la porta. Dondolando su scarpe da tennis e anfibi una popolazione di studenti consuma il suo rito di attesa. E fa blocco. Oltrepassare la loro massa agitata e compatta significa affrontare un percorso ad ostacoli inamovibili raccattando disperatamente borse, registri, un pezzo di giacca. Non un passaggio, un guado. Si attraversa tenendo alti sopra la testa gli attrezzi da lavoro. Una distrazione comporta segni incancellabili: su quasi ogni registro l’impronta nera di una suola, rari i bottoni non ricuciti nel corso di un mese.

Sono inutili le proteste e i richiami. Necessaria solo la velocità, chè la traversata va fatta in un lasso di tempo infinitesimale prima che suoni la campana e la massa, graniticamente fissata a quei pochi centimetri di suolo e indecisa, si trasformi in un campionato scomposto di velocisti in fuga sul filo del traguardo e si riversi – gli zaini usati come spazzaneve – nella strettoia della porta da cui viene, in boati a ripetizione, sparata verso le aule.

La dimensione del tempo è tutta lì. C’è un attimo immoto. Poi il vuoto seminato di cartacce e di cicche. Uno zaino abbandonato a memoria e la salita su cui arrancano gli ultimi ritardatari.

Il rito si ripete ogni giorno, scavalca indenne mode e generazioni, non si piega a tolleranze né a eccezioni. Riafferma beffardo una separazione di ruoli:l’interno e l’esterno sono impenetrabili l’uno all’altro e il confine sono cinquanta centimetri di spazio. Terra di nessuno. Al di qua e al di là, mondi chiusi. Spazi refrattari.

Camilla attraversa gli spazi.

Arriva – saggi occhi obliqui che seguono percorsi atemporali -, scende dalla macchina e, incurante dei richiami affannati di suo padre che la insegue con zaino e consigli, avanza, senza flettere dal suo percorso, verso le scale. Ignora, con sovrana indifferenza, la banalità di dettagli che riguardano altri non lei. L’affanno degli addetti sottolinea il suo incedere lento e sicuro: Francesco raccoglie zaino e merenda, Anna apre la porta, il padre esplicita il suo affannato ruolo protettivo. Gesti dovuti che Camilla non nota. Né li nota la massa di studenti in cui i tre annegano, spintonati senza grazia né considerazione.

Camilla incede verso la porta. E il popolo di zaini si tramuta in una siepe morbida e mobile che fa ala, con un unico movimento sincronizzato, al suo passaggio. E poi si richiude.

Camilla, indifferente all’omaggio, attraversa gli spazi e riunisce territori separati: il fuori e il dentro un’unica soluzione di continuità, sottolineata da quell’ondeggiare di folla che segue il suo passaggio come un inchino appena accennato. Ai suoi passi senza fretta il corridoio risuona e le pareti screpolate sembrano adagiarsi a ricevere un suo pensiero segreto.

Camilla, solitaria, prende possesso dell’aula come di una sala del trono e attende. Antonio è già là, gli occhi azzurri troppo giovani circondati da rughe sottili, la barba grigia a pizzetto da moschettiere della regina, il maglione a rombi che ironicamente sconfessa l’età e il ruolo, la fama di strambo che lo precede e lo insegue. Lei lo guarda pacificata, con lo sguardo di chi ritrova la poltrona preferita nel luogo dove l’ha lasciata. Con un gesto sbrigativo lo riassume al servizio – è suo, per destino, chè Camilla ai decreti ministeriali non concede fiducia – e gli permette – unico segno scontroso d’amore – di aiutarla a sfilarsi la giacca. Poi lo dimentica, intenta nel suo gioco di controllare il contenuto dello zaino. Solo a tratti, mentre l’aula si riempie di gente, lancia un rapido sguardo per verificare che non si distragga.

Antonio non si distrae. Come tutti gli strambi è fedele. Gli piace quel gioco difficile e serio in cui lo cimenta Camilla. Perché è lei che dirige l’orchestra – questo gli è chiaro, non basta a confonderlo lo sguardo della collega che sembra incerta se considerarlo un aiuto o un peso, e non sa come gestire lui né Camilla.

Camilla sa benissimo come gestire la situazione. Un assolutismo blandamente illuminato governa il tempo di Antonio: pugno di ferro in guanto di velluto.

Camilla guarda dall’alto della sua posizione privilegiata la classe contendersi con ogni mezzo l’attenzione dell’insegnante. Lei, unica e sola, si concede alle cure di Antonio, esibendo una distratta sufficienza. Che subito muta in guardinga richiesta se Antonio accenna ad occuparsi per un istante d’altro. O di altri. Scatta il controllo. Un mugolio indignato riporta il fedifrago all’ordine, costringendolo ad una trattativa serrata a bassa voce, a manifestazioni di impegno e di attenzione, a esibizioni articolate e di stile. Se il perdono è concesso, è peraltro sudato e non privo di sanzioni. Agli sforzi di Antonio che si arrampica sugli specchi dei verbi, Camilla risponde occupandosi d’altro a sua volta – che impari Antonio il peso dell’indifferenza -, svuotando e riempiendo lo zaino, scartando rumorosamente la merenda, dichiarando a gran voce che muore di fame. Niente le fa cambiare atteggiamento. Resiste ad ogni tentativo o lusinga. Poi all’improvviso – gli occhi di lui quasi vinti, il pizzetto scomposto e affannato, la voce ormai roca per quel contrattare a bassa voce per non disturbare la classe – Camilla si impietosisce. E proprio perché è lui, Antonio, e nessun altro – non si distrae, lei, dai suoi amori – a patire per quei benedetti verbi, con uno svolazzo ridente riempie i puntini sospesi sul foglio: il bambino “è” buono, i bambini “sono” buoni. E Camilla è buonissima, sembra sottolineare con i suoi saggi occhi obliqui, guardando Antonio che approva, di nuovo felice.

Nella scuola Camilla ha funzione civilizzatrice. Nei corridoi dove la ricreazione impazza, mentre circola con Antonio al seguito – intenti ambedue in un minuetto garbato di gesti e parole essenziali – intorno a lei si forma come un’isola di spazio placido, non travolto da corse e scalmane. Persino la ressa vicino alla macchinetta distributrice di merende si rassetta in un qualche ordine.

La macchinetta affascina Camilla che ne ha conquistato, in tempi brevissimi, la tecnica e vi si impegna con una serietà interessata e meditabonda. Antonio, meno esperto, viene scostato con decisione imperiosa. Salvo essere riammesso, per esprimere una doverosa ammirazione, quando la merenda scivola fuori dal suo vano.

Il problema non è la perizia tecnologica – che Camilla evidenzia senza incertezze – ma un’attitudine pervicace verso la gentilezza. Un sorriso appena accennato e Camilla si perde. E segue il sorriso, dimenticandosi le monete inserite nell’apposito foro. Se Antonio è distratto, la riserva monetaria è perduta. Perché lo sport principale della popolazione scolastica locale, durante l’intervallo, consiste proprio nell’applicarsi, con fulminea destrezza, a risolvere a proprio vantaggio le sviste altrui. Operazione che instaura una serie a catena di sottrazioni alimentari, interrotto solo dal suono della campana. Una specie di gioco della scopa a suon di merende carpite.

La fine della ricreazione riporta i malcostumati nelle aule e, simultaneamente, restituisce a Camilla, interrotta nella sua opera di socializzazione, alla dimensione pregressa di attivismo tecnologico a fini nutritivi. Ma la macchinetta, pur sollecitata, rifiuta di cedere alcunché. Camilla è esterrefatta. Il sospetto che qualcosa, o qualcuno, faccia ostacolo al suo legittimo desiderio le sembra un incommensurabile torto. E si agita angosciata dell’evento e ancor più degli inconsulti tentativi di Antonio che cerca di placarla con spiegazioni logiche. Come se in questione fosse la logica e non l’ingiustizia.

Addolorati occhi obliqui guardano – lacrime in punta di ciglia – la guida fidata trasformarsi in un pragmatico di tacca media. E non si danno pace. Più intuitivi – che delusione Antonio certe volte! – Anna e Francesco interrompono lezioni già iniziate denunziando il reato di lesa Camilla. E osservano – statue di sale – un drappello di piccoli lord anglosassoni fuoriuscire dalle classi per profondersi in scuse e monetine.

Camilla, come sempre, è l’unica all’altezza della situazione. Con un breve cenno di assenso minimizza, poi si dedica alle merende, paga che l’ordine del discorso si ricostituisca armonico. E scarta con metodo una merenda dopo l’altra, senza degnare di alcuna considerazione le proteste di Antonio sui pericoli dell’eccesso e le esigenze di dieta. Al più, con espressione complice, gli tocca amichevolmente la pancia che il maglione a rombi accentua, e gli offre comprensiva una merenda fugando una perplessità: fa finta di ignorare, Antonio, o proprio non capisce che l’entità del risarcimento deve essere commisurata all’incongruenza della violazione?

Camilla è una filosofa. Sa che la fedeltà è ossessiva. E Antonio – deve ammetterlo – malgrado una certa tendenza ad essere disponibile verso tutti, è fedele. Camilla apprezza, e utilizza gran parte del suo tempo a spingerlo, con molta pazienza, verso atteggiamenti più flessibili. Non lo contraddice, non si impunta – è un po’ testone a volte, Antonio, ma è sensibile, occorre una grande attenzione per non ferirlo – piuttosto lo aggira, lo distrae, lo seduce. Impegna con lui un balletto di mediazioni progressive, lo sposta a poco a poco verso posizioni meno intransigenti. Senza parere con diplomazia calibrata, lo ammorbidisce. Con lo sguardo lo tiene, con brevi parole lo incalza. Poi, quando gli occhi chiari di lui hanno perso quel lampo di testarda ostinazione, con tenera sollecitudine lo guida senza mai perdere di vista la meta. Antonio, che se mai aveva un obiettivo l’ha perso, sorride soddisfatto che sia una buona giornata.

Se non fosse che il gioco diplomatico l’affascina, Camilla si sentirebbe quasi in colpa per questa vittoria così elementare. Ma è mite, vede Antonio contento, e pensa anche lei che è una buona giornata. E sua madre, che arriva chiocciando a cercarla un po’ prima che arrivi la fine dell’ultima ora, se la trova già in attesa sulla porta: soddisfatti come di una vittoria segreta i saggi occhi obliqui.

Simonetta Spinelli

 

25 settembre 1994

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