Distopie profetiche

di Simonetta Spinelli

L’editoria oggi è fagocitata dal consumismo. I libri appaiono e scompaiono con una tale rapidità che, spesso, il passaparola non fa in tempo a circolare che già molti testi sono spariti al macero. Se la regola coinvolge la saggistica contemporanea, rende per lo più introvabili le analisi del femminismo delle origini e non solo. A meno che la commercialmente provvida scomparsa di un’autrice non convinca le case editrici ad una frettolosa ristampa, una specie di necrologio a copie.  Quanto avviene per la saggistica a maggior ragione si verifica per la narrativa, in particolare per quei settori considerati di nicchia. Così le giovani generazioni ignorano che fra gli anni Settanta e Ottanta si è verificato un moltiplicarsi di donne che hanno rivisitato la fantascienza, rendendola uno strumento di comunicazione al femminile e travasando il pensiero femminista nelle loro opere. Il fenomeno è stato così ampio, e così innovativo nello stile e nei contenuti, che la storica rivista  DWF [1] ha dedicato alla fantascienza scritta da donne un numero speciale: Aliene quotidiane, il cui titolo rimandava alla stretta attinenza tra l’universo fantascientifico, immaginifico ma strettamente legato all’osservanza dei suoi canoni (impatto con mondi altri e civiltà da scoprire, realtà futuribili, viaggi interplanetari) e una realtà che si voleva a dimensione di donna, antidiscriminatoria, antirazzista, capace di abbracciare ogni diversità come valore.

In gran parte le opere di fantascienza di quegli anni raccontano utopie, ma mentre ipotizzano un mondo, una società da costruire con altri parametri collettivi di riferimento, denunciano oppressione e violenza del dominio patriarcale utilizzando l’ironia per sottolineare le paradossali inconsistenze delle sue pretese. Ironia che si rivolge anche ai miti fondanti del dominio, soprattutto a quelli sostenuti dalle donne: la maternità, la famiglia, il rapporto madri-figli, la sessualità etero-normativa, l’ambivalenza amore/possesso.

L’utopia come schema narrativo non è l’unica visione scelta dalle scrittrici di fantascienza che, a volte, affrontano la descrizione di realtà distopiche come approdo inevitabile della cultura del dominio. Ma il mondo futuribile che ipotizzano, pur originato dagli stessi presupposti canonici (l’autodistruzione dell’umanità a causa della guerra,  il rischio che si aggravi il predominio del più forte, nel senso di più armato o tecnologico, o violento, che sia terrestre o alieno), è rappresentato come l’estrema conseguenza di un particolare dominio, quello sui corpi, e quindi sul corpo per antonomasia, il corpo delle donne.

Uno degli esempi più significativi di  fantascienza distopica è Il racconto dell’Ancella [2] di una grandissima scrittrice canadese, Margaret Atwood, che nella metà degli anni Ottanta reagisce all’ottimismo in voga con il cinismo profetico di chi guarda avanzare la controriforma maschista al femminismo. Testo nello stesso tempo acclamato e demonizzato, tanto da essere vietato in alcune scuole superiori statunitensi  e canadesi.

La storia, in estrema sintesi, si svolge in un futuro in cui un conflitto mondiale, e l’inquinamento chimico e radioattivo che ne deriva, oltre al quasi azzeramento ovunque della natalità, provoca la fine degli Stati democratici e del loro sistema di alleanze, e facilita la nascita di agglomerati statali, isolati e chiusi in se stessi, legati solo da un accordo che vieta qualunque ingerenza reciproca. Uno di questi agglomerati è lo Stato teocratico del Nord America, una dittatura governata da gerarchi militarizzati, che prevede l’eliminazione degli oppositori o la loro reclusione nelle colonie dove si smaltiscono i rifiuti tossici, il divieto delle libertà religiose e, soprattutto, il totale asservimento delle donne, che perdono ogni diritto se non quello legato ad un assegnato statuto sociale. Statuto strettamente collegato al mantenimento del dominio e alla soluzione del problema sociale contingente: la crescita zero della natalità. In quest’ottica, “donne” sono considerate gli esemplari femminili in grado di procreare, mentre le donne sterili o in età avanzata sono definite “non-donne” ed eliminate, ridotte in schiavitù lavorative forzate, o segregate nei bordelli , frequentati dai gerarchi, vietati per legge ma tacitamente tollerati per convenienza dagli apparati statali (qui la distopia si è concessa qualche licenza più realistica).

La divisione sessista per funzionare ha bisogno di qualche aggiustamento. Il gerarca, infatti, è vincolato da una serie di leggi (non dichiarate ma implicite): il sistema di alleanze che lo lega agli altri gerarchi, tradizionalmente stretto con l’incrocio dei matrimoni con le figlie degli alleati, pedine senza valore ma necessarie, che  rende pericoloso il ripudio delle mogli sterili; la legge del sangue, che sancisce come la trasmissione del potere avvenga solo e soltanto con i discendenti legittimi del padre e non con sostituti considerati abusivi; la fede consolidata nel dogma che sterili possano essere solo le donne, mai gli uomini.

La soluzione viene trovata nell’istituzione del ruolo delle Ancelle, donne giovani, sane e di fondata capacità riproduttiva, non appartenenti alla classe dominatrice, prive dei diritti e persino del nome (l’Ancella del romanzo si chiama Offred – in italiano Difred – cioè di Fred, appartenente al Capitano Fred), che vengono allevate come future partorienti ma solo dei figli voluti dal detentore del potere, perché ogni altra nascita è vietata e sanzionata per legge. Affinché questo ruolo non dia loro lo statuto di madre, che è privilegio della moglie del gerarca, ci si affida a un’interpretazione distorta  e attualizzata dei versetti della Bibbia in cui Rachele, seconda e amatissima moglie di Giacobbe, gelosa dei figli partoriti dalla sorella, chiede al marito di unirsi con la sua schiava Bila, in modo da dargli, attraverso lei, un figlio: “Unisciti a lei che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anche io dei figli per mezzo di lei” (Genesi 30,1-4).

La trasposizione della frase biblica nell’accoppiamento viene interpretata alla lettera ed è vissuta come un rito: è una cerimonia pubblica, avviene in presenza di testimoni, perché sia certa la discendenza paterna, la continuità della linea del sangue, e deve avere l’adesione della moglie legittima che si assume la maternità simbolica, e si riappropria della definizione di “donna” attraverso la gravidanza dell’altra. Adesione che deve essere verificata – e a cui la moglie non può sottrarsi senza essere definita sterile e quindi “non donna”, eliminabile – ed è esplicitata dal fatto che il congiungimento sessuale tra il padrone e l’Ancella avviene letteralmente tra le ginocchia della moglie che, sostenendo la schiava con il suo corpo, dimostra di prendere parte attiva alla procreazione.

L’intero racconto, molto più articolato di quanto qui si sintetizza, si impernia su un tema chiave: il potere fonda essenzialmente sul dominio primario che si esercita sul corpo delle donne e ne sfrutta, appropriandosene, le potenzialità, spingendole, attraverso i costumi, i ricatti, la doppia morale, persino l’uso e l’abuso del sacro, ad essere consenzienti e/o complici.

Non sembra così distopica, a ragionarci su, la rappresentazione fantascientifica di una tale realtà. Ancora oggi la maternità – tragico errore evolutivo della specie umana, che costringe gli uomini a ricorrere alle donne per avere una discendenza, visto che l’utero artificiale, malgrado i loro sforzi, non si riesce a inventare – è il campo del contendere tra i sessi, santificata quando è sotto controllo, strumentalizzata per mettere in mora le rivendicazioni delle donne che contrastano con l’ordine costituito, e mercificata quando serve. Si è già visto durante le lotte per il diritto all’autodeterminazione, quando le donne in piazza manifestavano per la depenalizzazione dell’aborto,  contro la clandestinità che aveva  provocato un numero infinito di morte, e le dichiarazioni del mondo maschile brillavano per beceraggine: “ Sono tutte puttane e non vogliono responsabilità” – come se le donne incinte, comprese le prostitute, fossero affette da epidemia da partenogenesi e per una donna rinunciare ad un pezzo d sé, che si forma con il suo sangue e il suo respiro, non fosse un trauma psichico e fisico da trascinarsi per tutta la vita.

La scelta di legalizzare l’aborto – e non solo depenalizzarlo, come chiedeva il Movimento delle donne – è stata la risposta  all’ossessione maschile del controllo a tutti i costi.  Non a caso i consultori, ottenuti lottando per anni, e la cui funzione dovrebbe essere accompagnare e sostenere una scelta difficile e dolorosa e attuare una capillare opera di prevenzione, invece straripano di obiettori di coscienza, nuovi farisei che costruiscono ostacoli in nome di una presunta morale in cui non credono, ma che sono disposti a difendere perché garantisce prestigio sociale e potere sulle donne. In questo sostenuti da un circo di integralisti fanatici che presidiano in permanenza le strutture abilitate per mettere alla gogna qualunque donna che, dopo peregrinazioni da un centro ad un altro, persino da una regione ad un’altra, chiedono un intervento abortivo o anche solo una pillola del giorno dopo o un semplice anticoncezionale. Nell’indifferenza dei prefetti che dovrebbero intervenire contro le turbative dell’ordine pubblico, in cui presumo siano incluse anche quelle contro la libertà delle donne.

I mutamenti introdotti dalla tecnologia, dalle scoperte scientifiche e dall’evoluzione sociale hanno ulteriormente modificato le tematiche afferenti, in un modo o nell’altro, alla maternità. A partire da un imprevisto incidente di percorso: le ricerche (malauguratamente non indirizzate da un governo teocratico) hanno dimostrato che sterili possono essere anche gli uomini. L’effetto immediato è stato l’affievolirsi dello stigma sulle donne sterili  – le “non donne” di un recente passato – per timore che si risolvesse a danno degli uomini, riducendoli, nei rituali competitivi  del reciproco riconoscimento, se non proprio a “non uomini”, a “un po’ meno maschi”. Opinione subdolamente veicolata dalle statistiche sul calo della natalità nei paesi occidentali  e sulla speculare indisponente prolificità dei migranti e dei rifugiati.

Se si tralasciano le dilaganti polemiche sulla fecondazione assistita che hanno prodotto in Italia una legge aberrante, che sentenze più caute stanno a poco a poco azzerando,  su quali e quanti embrioni trapiantare (tanto un parto pluri-gemellare e ripetuti bombardamenti ormonali incidono soltanto sulla salute della donna), sulla legittimità limitata all’omologa (perché con l’eterologa, se il seme fosse di un altro uomo, ci sarebbe il sospetto di corna per procura  e la legge del sangue paterno andrebbe a farsi benedire), un dibattito molto più ambiguo si sviluppa intorno alla possibilità di ricorrere alla maternità sostitutiva. Ambiguità che inizia dalla definizione “maternità surrogata”, come se il corpo impegnato nella gestazione e nel parto fosse identificabile solo nella sua provvisoria funzione, un po’ come, durante la guerra, la cicoria al posto del caffè. Non più corpo ma quasi commerciabile pezzo di ricambio, utilizzabile, quindi sano, con un costo valutabile in termini economici  (nel migliore dei casi come dono in nome della  logica familistica che avrà, comunque, un prezzo da pagare, anche se non direttamente monetizzabile). Ambiguità che continua nel sottolineare solo il ricorso a tale pratica da parte dei gay, come se nei paesi in cui è ammessa non fossero molto più numerose le coppie etero che la richiedono, per il banale calcolo statistico che valuta gli omosessuali una minoranza, la metà formata da lesbiche, alle quali per fare i figli basta una provetta. Per non parlare dell’incongruenza giuridica che negli stessi paesi vieta la compra-vendita dei figli, ma  permette la locazione dei corpi delle donne.

Ricorrere alle tecniche di PMA attraverso la strumentalizzazione di una donna estranea alla coppia, e quindi reificandola , rappresenta una rivalsa e una riverniciatura dell’ossessione del controllo sul corpo delle donne da parte del genere maschile, espressa indifferentemente da etero e da gay. C’è un capovolgimento di ottica: lo stigma non riguarda più l’infertilità della donna, che ha nell’uomo la controparte speculare, ma il suo non essere in grado, qualunque sia il motivo, di portare avanti una gravidanza. E’ lei la “non donna” da sostituire o “la donna” di cui finalmente fare a meno. Parallelamente cresce l’enfasi sulla maternità (o paternità) che, in nome della società dei consumi in cui vige il “quello che si può avere si deve avere, da desiderio di avere figli, del tutto legittimo, si trasforma in bisogno ineliminabile, costi quel che costi, perché collegato alla rappresentazione sociale. Di una casta. Non di gerarchi di uno Stato teocratico, ma di detentori di potere indiretto in quanto provvisti di reddito. Non sembra, infatti, che le cronache registrino l’espandersi del fenomeno tra i precari, le coppie mono-reddito, i disoccupati gay o etero che siano. E non è difficile immaginare da quali paesi economicamente disastrati o da quali periferie urbane del mondo provengano le nuove Ancelle. Né quale pressione ricattatoria pesi sulle “non donne” dei ceti sociali più abbienti, disposte comunque ad assumersi la riduzione a corpo a perdere di una loro simile, facendo finta di ignorare che la miseria simbolica che schiaccia una singola donna ricade su tutte le altre. Anche su di loro.

                                                                                                                               Simonetta Spinelli

[1] <DWF>,  1991, 13-14

[2] The Handmaid’s Tale, 1985 (trad.it. Mondadori, 1988)

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Maternità surrogata: tra scandali, ipocrisie e buonismo a prescindere

di Simonetta Spinelli

Il primo scandalo è il fatto in sé, cioè che di maternità surrogata si parli soprattutto quando diventa motivo di una rissa tra maschi, per giunta gay, ricchi e famosi (v. Milena Carone), così diventa anche l’occasione per ribadire lo sport in voga del tacciare di omofobia, sia pure rimossa, chi non la pensa come altri. Non si capisce infatti perché, in quanto gay, non si possano avere opinioni diverse sull’opportunità o meno di ricorrere ad una pratica che è, a dir poco, controversa. Il che  fa passare sotto silenzio un altro scandalo: la definizione di figli sintetici affibbiata a bambini appena nati che se la ritroveranno  sulle spalle per tutta la vita. Perché le parole sono pietre e le pietre difficili da eliminare, soprattutto quando entrano nel linguaggio comune. Le donne ne sanno qualcosa.

E’ già successo. Per fare un esempio, in tempi non proprio preistorici, i bambini che venivano abbandonati erano segnalati all’anagrafe come nati da M. Ignota, con ciò significando nel linguaggio burocratico semplicemente che la M(adre) era sconosciuta. Che fosse sconosciuto il padre, unico titolare a rendere legittima, cioè socialmente adeguata, la nascita, si riteneva inessenziale perché ovvio. Cosa ne abbia fatto dell’annotazione burocratica il popolino romano – traslandola su ogni figlio di madre nubile – è cosa più che nota.

Più recentemente lo stesso è accaduto con la definizione “figli della provetta”, poi modificata nella vulgata in “figli in provetta”, veicolata da giornalisti in cerca di una prosa ad effetto. Definizione che, nell’epoca dell’informazione globale e imperitura, sarà sempre rintracciabile e quindi passibile di creare nuove discriminazioni.

L’ossessione della scienza, che spesso oscilla tra passione di ricerca e delirio di onnipotenza,  ha origini lontane, nell’insofferenza degli uomini a dipendere dalle donne in materia di procreazione. Già i Greci (Aristotele insegna) manifestavano la loro irritazione nel dover dipendere dalle donne per programmare, attraverso i figli, il loro futuro, e teorizzavano che l’utero fosse materiale passivo e inerte in cui solo il seme maschile poteva infondere il soffio della vita. L’ossessione  di poter procreare eliminando le donne pervade i miti delle più distanti culture e arriva ai giorni nostri con l’evoluzione delle PMA, in attesa che la procreazione possa avvenire al di fuori del corpo della madre, appunto in provetta. Se questo avvenisse, i gay sarebbero considerati non più gentaglia immorale e scostumata ma gli eroi di una rivoluzione maschile finalmente compiuta. Con buona pace di tutte le donne (lesbiche comprese) dotate di un’irrimediabile potenza generatrice per cui, una volta trovato uno sperma fin troppo accessibile, devono poi costruire materialmente la figliolanza con nove mesi di gestazione, con tutto ciò che la faccenda comporta.

Il problema è proprio questo: ciò che la faccenda comporta. Non vedo ostacoli etici nel donare un ovulo o nel donare sperma, anche se mi irrita la semplificazione con cui si equiparano le due donazioni, quando per donare sperma basta una masturbazione e per donare ovuli bisogna sottoporsi a lunghe e non semplici terapie ormonali. Il che fa un’enorme differenza. Ma per amore, per amicizia, per solidarietà, comprendo che si sia disposte a farlo. Così come comprendo la donazione di un organo binario a favore di una persona cara, anche a costo di mettere in pericolo la propria vita.  Ma trovo sensato che la legge preveda l’esistenza di un legame familiare o affettivo per autorizzare il trapianto tra vivi, proprio per evitare uno sfruttamento a danno dei più deboli o economicamente svantaggiati. Nello stesso tempo, quando sento di genitori che mettono al mondo un figlio, sperando nella compatibilità genetica con un altro malato, quasi per produrre pezzi di ricambio, mi viene il voltastomaco. Perché un figlio può essere un desiderio, del tutto comprensibile, una speranza, una responsabilità, non può essere un oggetto di consumo o di scambio.

Non può essere un oggetto. Al di fuori di situazioni di disperazione, impotenza, miseria o coercizione, non è pensabile tenere dentro di sé per mesi un essere vivente che cresce, si nutre di te, si modifica e ti modifica, fisicamente e psicologicamente, e poi far finta di niente e farne un oggetto da dare via, sia pure l’oggetto di un dono. Il famigerato caso della madre del gay, che ha fatto da madre surrogata per permettergli di avere un figlio suo, non mi sembra un gesto d’amore, ma la dimostrazione di un rapporto madre-figlio morbosamente malato ai limiti dell’incesto.  Anche il materno ha un suo lato oscuro. E proprio per questo vorrei poter indagare nei casi rarissimi, amplificati dalla stampa, di uteri prestati da madri a figlie o da sorella a sorella, anche quali risvolti tale pratica abbia sulla crescita emotiva di figlie e figli,  e in concreto se, e quali, conflitti si aprano tra le due donne in questione e come si risolvano. Perché è facile ignorare ingerenze di gelosie e possessività se la madre biologica è una disgraziata (nel senso di gravata da disgrazie) che abita dall’altra parte del mondo, priva di forza contrattuale sia economica che emotiva, lo è di meno se si trova a stretto contatto, spaziale ed emotivo, proprio in famiglia.

Mi sembra un’ipocrisia buonista quando sento affermare: “per amore lo farei”. E’ un’ipotesi che non è in questione, quindi la si può giocare come paravento, per dimostrare comprensione, tolleranza, spirito aperto. Ma comprensione di che e per chi? Stiamo perdendo il senso stesso di ciò che è diritto. Avere un figlio a tutti i costi è un diritto? E farlo utilizzando una donna come se fosse a sua volta un oggetto di consumo, un contenitore inerte sul quale la gravidanza non ha conseguenze, né psicologiche, né emotive è un diritto?

Non mi pare che il fenomeno delle gravidanze surrogate (v. Pina Nuzzo) sia generalizzato tra le donne occidentali, bianche, dotate di un reddito sia pure minimo. Prospera nei paesi in cui la povertà è così disperante che il nuovo colonialismo può esercitarsi anche sui corpi, acquistando organi e uteri da rivendere sul mercato globale. In paesi in cui i diritti delle donne non hanno statuto e le donne stesse sono  considerate meno che merce, proprietà a basso reddito. O in paesi che vantano un alto grado di democrazia ma in cui la disparità di condizioni economiche è tale, e la pressione a raggiungere un livello economico maggiore – e una maggiore capacità consumistica equiparata al prestigio sociale -così generalizzata e pesante da rendere tutto ciò che è comprabile adatto di per sé ad essere venduto, che siano corpi o figli è irrilevante. Gli stessi paesi che organizzano marce a favore dei diritti delle donne, dei minori, delle minoranze, contro il razzismo, e in cui le maternità surrogate si offrono su Internet tramite cataloghi con le foto delle madri biologiche, quasi esclusivamente nere o del sud-est asiatico.

Il vero scandalo è il dibattito tra donne per valutare i pro e i contro. Come se esistesse un pro quando un presunto diritto passa sopra il corpo di un’altra donna riducendola ad animale da allevamento. Come se la reificazione di una donna non ricadesse su tutte le donne e il deprezzamento simbolico che ne deriva  non fosse un’arma più che sperimentata nei secoli .

Nella confusione generalizzata l’ipocrisia dello Stato non facilita chi ha il desiderio di un figlio. Basterebbe mettere in comunicazione reale chi vuole adottare con la moltitudine di bambini abbandonati  e facilitare le procedure di adozione, richiedendo nuclei stabili, che garantiscano affetto e protezione, che siano etero o omosessuali, perché la disponibilità ad amare non dipende dagli orientamenti sessuali,  e l‘omicidio continuo di mogli e figli registrata dalle cronache dimostra che l’eterosessualità non è condizione sufficiente a garantire paternità responsabili. Basterebbe garantire alle singole – non vedo tutta questa folla di maschi singoli disposti a prendersi la responsabilità di un figlio senza una donna che glielo cresca – la possibilità di adottare, non coprendosi con l’alibi della necessità per una crescita equilibrata di avere una madre e un padre, come se le migliaia di figli cresciuti dalle sole madri avessero prodotto un’orda di delinquenti e i bambini cresciuti in orfanotrofio o nelle case-famiglia – e buttati fuori appena raggiunta la maggiore età – fossero esenti da squilibri socio-affettivi.

E come se la famiglia cosiddetta tradizionale fosse per statuto il luogo santificato esente da contraddizioni e privo di figli disadattati.

Basterebbe. Forse. Perché ci sarebbe sempre chi difende il suo “diritto” a “tramandare il proprio sangue”, che non a caso Milena Carone (nel suo profilo facebook) definisce “mafioso e tribale”, pretesa illusoria per la quale il figlio deve esistere solo in quanto proiezione nel futuro del padre, simbolo di una catena di potere patriarcale che si perpetua nel tempo. Con un marchio fisico riconoscibile perché segnato nel sangue. Un marchio di proprietà che non vedo come possa coesistere con il desiderio di paternità responsabile.

Il ricorso alla maternità surrogata mi sembra l’estensione dello stesso principio inserita nella logica aberrante del mercato globale. La figlia o il figlio diventano proprietà che legalmente si acquista con una transazione economica disponibile per chi ha reddito sufficiente, utilizzando gli stessi metodi di sfruttamento sperimentati da sempre. E il padre, abbiente e noto, si prende la sua rivincita sulla madre, finalmente ridotta a inessenziale per legge. Merce anche lei, con buona pace delle fatiche femministe, alle quali si chiede una riflessione pacata e una sospensione del giudizio.

Come dice sempre la mia amica Edda Billi: il patriarcato sarà anche morto, ma il suo fratello gemello gode di ottima salute.

Forse il movimento LGTBIQ (e chi più ne ha ne metta), oltre a focalizzarsi solo sul matrimonio, di qualche altro problema sarebbe il caso che discutesse.

Simonetta Spinelli

 

Sul dibattito v. Milena Carone, Che amara gabbana,  e  Simona Sforza, Parliamone senza omissioni o paure.  Per un analisi più generale v. Pina Nuzzo,   Figure accudenti

 

 

Vengo anch’io. No, tu no!

di Simonetta Spinelli

Ci mancava anche questa. La rissa sui diritti civili, già carente di per sé, perché priva di ogni articolato confronto e monopolizzata da un’opinione maggioritaria e assertiva in cui tutto si riduce al “o sei con me o contro di me”, e di conseguenza riduce il dissenso all’irrilevanza, o peggio al disfattismo, adesso si è evoluta. Siamo arrivate/i  al “la mia discriminazione è meglio della tua, quindi levati di mezzo”. Come diceva mia nonna: “aveva ragione quella vecchia che non voleva morir mai”.

Già il 18 luglio 2012, nel suo blog, Ivan Scalfarotto lanciava le sue perle di saggezza, ribadite con granitica coerenza nell’intervista riportata in La Repubblica dello scorso 16 marzo, in merito alle unioni civili:

“Se le coppie etero non sposate volessero avere i diritti delle coppie sposate, non dovrebbero far altro che sposarsi. Se non lo fanno vuol dire che non accettano i diritti e, soprattutto, i doveri del matrimonio” (1912)

“C’è bisogno di rimediare a una discriminazione, quella che nega alle coppie gay di vedersi riconosciuti i diritti che le persone sposate hanno. Gli etero hanno già la loro unione civile: è il matrimonio. Confondere le unioni civili con le coppie di fatto è come confondere pere e mele” (2015).

Ora, con buona pace di Scalfarotto e delle sue similitudini agro-alimentari, adeguate ad attutire il panico che colpisce i partiti di tutto l’arco costituzionale quando si parla di lasciare libertà ai cittadini di gestire in pace, e senza interferenze indebite, alcune questioni fondamentali della loro vita, peraltro garantite dalla Costituzione, l’unico a non capire la differenza tra i due istituti è proprio lui.

Il matrimonio è un’istituzione, cioè lo Stato si arroga la potestà di legittimare un rapporto da cui fa discendere una serie di conseguenze,  di natura patrimoniale e non, stabilendo diritti e doveri che i coniugi si impegnano ad osservare, e che può essere sciolto solo con l’autorizzazione dello Stato medesimo. L’unione civile è un libero accordo sottoscritto con atto amministrativo (registrazione nell’albo comunale) tra due persone che reciprocamente si impegnano in una convivenza,  che si scioglie con una dichiarazione congiunta (si spera, ma non è detto, non  belligerante come la maggior parte dei divorzi) di cui lo Stato deve solo prendere atto.

Nell’ottica istituzionale, che siano pere o mele, i due istituti sono uno di serie A e uno di serie B. La serie A è un problema di chi liberamente la pratica. Della serie B non ci sarebbe bisogno se lo Stato riconoscesse che la destinazione dei rapporti non rientra nella sua sfera di competenza ma solo in quella dei titolari dei rapporti stessi. Poiché questo non avviene, le coppie di fatto sono costrette – non a caso si verificano matrimoni tardivi  tra etero non più giovani, che hanno scelto di convivere da una vita – a tutelarsi reciprocamente per impedire che la mancanza di una firma al Comune renda inessenziale l’esperienza di una vita insieme, e la burocrazia impedisca loro l’esercizio del diritto fondamentale  di occuparsi delle persone care (visite in ospedale, decisioni concordate sulle cure, visite in carcere, eredità et similia). La reale discriminazione sta nell’assenza di rispetto verso i diritti individuali da parte delle istituzioni  ed è discriminazione generalizzata, che non riguarda le scelte sessuali dei conviventi, ma colpisce tutte/i, siano etero, lesbiche, gay o trans.

Il problema è parlare di diritti e doveri e mai di rapporti. Come se il codice potesse automaticamente costruire rispetto, cura, tenerezza, complicità. Come hanno salvato i patti matrimoniali le vittime del femminicidio, degli abusi in ambito familiare, della possessività contrabbandata per amore? Quando si parla di unioni di fatto come di tentativi di sottrazione a diritti e doveri, che il matrimonio potrebbe tranquillamente sanare, si fa finta di ignorare che le convivenze sono un complicato esercizio di equilibrio e non durerebbero un minuto se non ci fosse l’ostinata determinazione a scegliersi con consapevolezza ogni giorno della propria vita, assumendosi dell’altra/o fatiche e leggerezza, salute e malattia, reciproche contraddizioni, non in forza di un obbligo imposto per legge, ma in nome di un legame che si considera vitale, anche se per romperlo basterebbe fare la valigia e andarsene. Che si sia etero, lesbiche, gay o trans non vedo la differenza.

Mettere in discussione e sminuire i diritti altrui  per affermare i propri mi sembra il massimo dell’orrore a cui si poteva arrivare.

Sessismo obliquo

di Simonetta Spinelli

Anche la cancellazione o la sottovalutazione delle donne rientrano nei casi di uso sessista della lingua. Leggo in  La Repubblica 11 luglio 2014  la recensione di Anna Bandettini su un manuale, edito da GIULIA (rete nazionale di giornaliste unite libere autonome), dal titolo Donne, grammatica e media. Suggerimenti sull’uso dell’italiano,  presentato alla Camera dei Deputati con il patrocinio della Presidente Boldrini. L’autrice è Cecilia Robustelli, docente del Dipartimento di studi linguistici di Modena, e la prefazione è di Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia della Crusca. Il tutto, nella recensione, è presentato come una sacrosanta scelta epocale.

Sarei anche d’accordo con la giornalista, considerati i linguaggi in auge (v. risse in Parlamento e commenti riservati dalla stampa, e non solo, alle Parlamentari, per non citare  quanto si scatena sul web). C’è solo un piccolo problema: in genere quando si parla di scelte epocali delle donne, sia pure sacrosante, l’uso consuetudinario impone la cancellazione accurata di altre donne che le sacrosante scelte epocali le hanno fatte da un pezzo. Ma sembra perfettamente etico ignorarle.

Si dà il caso che nella metà degli anni Ottanta, una signora non proprio ignota, Alma Sabatini, classe 1922, tra le prime militanti del Partito Radicale dalla sua fondazione negli anni Sessanta, cofondatrice e prima presidente nel 1971 del Movimento di Liberazione della Donna (MLD), da cui si stacca per aderire al Collettivo di Lotta Femminista, poi Movimento Romano di Via Pompeo Magno, collettivo storico del femminismo di Roma, di cui fu, fino alla sua morte prematura in un incidente d’auto nel 1988, l’amatissima decana, cofondatrice con Gabriella Parca della rivista <Effe>, e via discorrendo (guardare negli archivi la foto del suo ferimento ad opera della Polizia in una delle prime manifestazioni femministe), insegnante di Inglese e appassionata linguista, avesse avuto la stessa idea.

In un inconsueto sprazzo di democrazia, l’allora Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomini e donne (sic), presso la Presidenza del Consiglio, le commissionò uno studio pubblicato come Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana (1986), poi inserito in appendice in Il sessismo nella lingua italiana (Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1987). Il testo avrebbe dovuto circolare, oltre che in Parlamento, nelle scuole di ogni ordine e grado.

Avrebbe dovuto. Ma si scatenarono le polemiche più becere e sulla stampa fu fatto oggetto di pezzi di colore umoristici, anche da parte di qualche “penna” autorevole. Così lo sprazzo di democrazia fu sepolto e il testo, lungi dal finire nelle biblioteche scolastiche, finì al macero, tanto che ne rimangono in giro pochissimi esemplari accuratamente conservati negli archivi femministi (Archivio Alma Sabatini presso Archivia e Centro Documentazione Alma Sabatini, Casa Internazionale delle donne di Roma).

Ora, capisco che storicizzare è faticoso, ma una piccola citazione a margine da parte della giornalista sarebbe stata atto non solo di serietà ma di decenza, tanto più che Robustelli nel suo testo fa riferimento, in varie occasioni, al suo debito nei confronti dell’opera di Alma Sabatini.

E non è finita. Altro giro altra giornalista, che fa da contraltare alla scelta politica dell’associazione GIULIA, nata per opporsi agli attacchi contro la dignità delle donne, ai diritti del lavoro e per il “disinquinamento” dell’informazione, di pubblicare Donne, grammatica e media.

All’uscita del manuale, che esplicitamente invita ad un uso non sessista della lingua italiana, TRC.TV dell’Emilia Romagna decide (sprazzo altrettanto inconsulto di democrazia) di recensirlo, affidando l’incarico di intervistarne l’autrice, la docente Cecilia Robustelli (altra signora non proprio ignota), ad un’ineffabile Francesca Galatossi (www.trc.tv/mo/news/cultura/2014/07/25/donne_e_linguaggio).  La quale, con incurante sprezzo – o ignoranza – della lingua italiana, oltre che della materia in discussione, definisce il testo, non una sola volta, ma durante tutta l’intervista, “ un libercolo”. Poichè il Dizionario Treccani definisce libercolo: “un libricino di poco o nessun valore, soprattutto se ha pretese di opera valida”, ci si chiede se la definizione utilizzata sia “voce dal sen fuggita” di un sessismo fortemente introiettato, o l’ennesimo invito a gettare anche questo manuale al macero con la scusa di recensirlo. O infine la solita incapacità dei media di affidare incarichi redazionali con cognizione di causa. Soprattutto se riguardano le donne.

Avviso: Edda Billi, presidente del Centro di documentazione Alma Sabatini  sta organizzando, su proposta delle giornaliste aderenti a GIULIA, una presentazione del manuale di Cecilia Robustelli in autunno presso la Casa Internazionale delle donne di Roma.

Di leggi e di rapporti

di Simonetta Spinelli

Il problema delle leggi in Italia è che vagolano. Non nascono da una concezione strutturata, in cui ogni elemento si incastra nell’altro in un disegno coerente e organico, all’interno e nel complesso delle altre leggi in materia, dando luogo ad una risposta normativa esaustiva di sfumature e complessità. Rappresentano toppe, per giunta tardive, soluzioni di emergenza provocate da tensioni sociali irrimandabili, mediazioni tra spinte spesso violentemente oppositive,  all’insegna del “un colpo al cerchio e l’altro alla botte”. Una cosa sola è certa. Che qualunque sia l’istanza che le ha generate, ciò che deve essere tutelata è l’istituzione. Non le persone – soggetti inaffidabili e tendenzialmente anarchici e che – a dimostrazione – vivono di rapporti quindi di effimero, ma l’istituzione, una sorta di cornice perimetrata, economicamente definita, estranea a sentimentalismi, che costringa i riottosi ad uniformarsi.

Il massimo dell’incongruenza si registra in genere nelle leggi che, direttamente o indirettamente, riguardano le situazioni affettive tra soggetti, per la pretesa statuale di incanalarle a forza in qualche istituzione, e la resistenza di singolarità eccentriche che insistono a considerarle in termini di rapporti e non di codicilli. Ad aggravare la situazione interviene poi la burocrazia che, quando c’è da risolvere un problema, non si fa scrupolo di complicarlo, sostituendo per giunta i suoi consueti tempi biblici con la velocità del fulmine.

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