Cappuccetto rosso e la lupa

La lupa, sul far della sera, girovagava nel bosco, ululando nella sua solita maniera stonata. Il pelo bianco arruffato, si divertiva a recitare un ruolo feroce e si allenava, ogni volta che incontrava uno specchio d’acqua, a migliorare le versioni più truci del suo ghigno. Insomma, come al solito, giocava da sola.

Cappuccetto rosso, che a intervalli più o meno regolari di tempo si recava a trovare la nonna, incrociava la lupa intenta a solitarie sceneggiate, tentava di interagire e restava ogni volta delusa, perché l’animale solitario si limitava ad osservarla distrattamente e a cambiare velocemente palcoscenico.

Non avvezza ad essere ignorata, Cappuccetto rosso era corsa ai ripari: si era lustrata lo sguardo azzurro, aveva abbassato il cappuccio liberando i ricci, si era spalmata sul corpo un olio essenziale, garantito per attirare le lupe, per un certo effluvio di rosmarino che irresistibilmente ricordava l’arrosto, ed era partita all’attacco.

Così la lupa, mentre, appunto, girovagava senza meta, sul far della sera, nel bosco, se l’era trovata davanti in atteggiamento serio e composto e l’aveva ascoltata chiedere con aria gentile e riservata:
“Scusi, io nel bosco sono straniera, non riconosco i segnali, sarebbe tanto gentile da farmi da guida?”

La lupa, lo sanno anche le bambine, ha un vizio: non resiste al ruolo di Lancillotta. Aveva quindi guardato Cappuccetto rosso, un po’ indignata per essere stata distolta dalle sue occupazioni, poi, per forza di abitudine, si era lasciata coinvolgere nella parte. Solo bofonchiando un po’, per tenere il punto.

Cappuccetto rosso, sempre con tono soave e riservato, aveva iniziato una dotta conversazione, lasciando cadere, opportunamente, apprezzamenti sulle stringate, sintetiche, approssimative risposte della lupa. E la lupa si era trovata, per un improvviso attacco di vanità, a dissertare sconsideratamente del più e del meno e a riflettere simultaneamente su argomenti per nulla attinenti alla conversazione, ma molto attinenti alla sua occasionale – si diceva -, provvisoria – si diceva -, precaria – si diceva -, compagna di percorso. Fastidiosamente distratta da un’idea fissa molesta, come un prurito sotto pelle, che la coglieva ogni volta che sentiva Cappuccetto rosso ridere o le guardava, incautamente, la bocca.

Alla fine, accumulando distrazione su distrazione aveva dovuto ammettere un’incresciosa verità: aveva perso la strada che portava alla casa della nonna di Cappuccetto rosso e non sapeva che fare, visto che nel frattempo era sopraggiunta la notte. Mentre cercava una soluzione la solita voce pacata e tranquilla, aveva chiesto innocentemente:
“Forse è il caso che io trovi un albergo e non approfitti ulteriormente della tua gentilezza.”

L’innocenza, soprattutto quella presunta, si sa, intenerisce. La lupa si era intenerita e aveva pensato:
“E’ proprio candida! Dove mai vuole trovare un albergo, di notte, in un affollatissimo bosco!” E vittima della solita sindrome da Lancillotta, aveva scontrosamente offerto la sua tana, sperando che la stanchezza avrebbe fatto ignorare a Cappuccetto rosso il caos che vi regnava.

Cappuccetto rosso si era profusa in ringraziamenti a gorgheggio, intervallati da risate di soddisfazione, e la lupa aveva sentito le sue orecchie diventare pericolosamente arroventate. Ma “Arriva la primavera e le notti diventano più tiepide.” aveva pensato.

Sistemata Cappuccetto rosso nella tana, non senza prima aver rimosso un bel po’ di ciarpame che ne impediva l’ingresso e la permanenza, la lupa, gentilmente, aveva tentato di riguadagnare l’uscita, ma era stata bloccata dalla solita, imperturbabile, vocetta soave:
“La tana è buia, se te ne vai come farò a vederci senza i fanali dei tuoi occhi?”
La lupa, che cominciava a preoccuparsi, l’aveva tranquillizzata: “C’è la luce della luna.”
Ma Cappuccetto rosso non si era arresa:
“Fa freddo nella tana, come farò senza la tua pelliccia a riscaldarmi?”
La lupa, sempre più perplessa, aveva tirato fuori una coperta.
Ma Cappuccetto rosso aveva continuato, modulando una risata in Si bemolle:
“Il bosco è pieno di pericoli, come farò senza le tue orecchie sensibili a darmi l’allarme?”
Le orecchie della lupa – che fossero o meno sensibili – avevano cominciato a suonare un altro allarme.
“E poi – aveva modulato sui mezzi toni la voce insistente – come farò senza la tua bocca se mi verrà voglia di essere mangiata?”

La lupa decise che forse era il caso di calarsi del tutto nel ruolo. Ma pensò fra sé e sé: “Scommetto qualunque cosa che i posteri racconteranno di una piccola, chiara, azzurra Cappuccetto rosso sedotta da una lupa.” E bofonchiando contro le ingiustizie del mondo, “Fammi un po’ di posto nel letto” disse, tanto per prendere un minimo di iniziativa e salvare la faccia.

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