Il viaggio di Lettera

Odore di fumo. Indistinta predisposizione ad essere qualcosa. Rulli a tenerla ferma con delicata insistenza. E il vagolare di quell’odore che le sarebbe rimasto dentro, come un segno distintivo, e avrebbe connotato la materia di cui era fatta. Poi i ricordi si confondevano. Immagini precise di ricci e di azzurro – avrebbe saputo poi cos’erano i ricci e cos’era l’azzurro -, sprazzi di tenera ansia, desiderio tenuto frenato, concentrazione e allegria e poi un nervosismo improvviso, e di nuovo fluire di immagini. Rulli a costruirla con insistenza determinata. Pause. Rumore ritmato di piccoli aghi che le segnavano lineamenti e contorni. In un pensiero più intenso di azzurro, aveva saputo di essere Lettera e aveva acquisito consapevolezza di una lontananza remota da varcare, per raggiungere un paese di sequoie, di oleandri, di parole raccontate con un altro tono, seguendo il filo di una storia che si poteva riassumere soltanto in azzurro.

Era nata drogata. Di fumo e di azzurro. Il fumo era lì, a impregnarla fin dalla nascita: odore confortevole che calmava un’urgenza. Dell’azzurro la segnava una precoce crisi di astinenza. Quasi intollerabile. Che ritmava i suoi primi ricordi. Mani nervose a strapparla dai rulli – desiderio di azzurro. Odore di un altro inchiostro e una grafia minuta e disordinata a segnarla di un’indelebile impronta: desiderio di azzurro. Gesti impazienti a lasciarle nelle pieghe un odore di fumo e fantasie di morbido azzurro. Si era lasciata vestire con quell’intollerabile ansia di azzurro che la spingeva lontano. Lontano: più vicino ad un’Eco d’azzurro.

Si era di forza staccata da mani nervose che sull’orlo della sua stazione di posta quasi la trattenevano. Insofferente di quell’ultimo controllo. Timorosa di un ripensamento improvviso che avrebbe potuto modificarle il destino e da Lettera mutarla in un appunto, destinato a invecchiare senza storia nel fondo di un cassetto. Si era tuffata, in cerca di simili, tra la folla in attesa. Seccata solo che si affievolisse l’odore abituale del fumo.

“Il mondo non è mai perfetto” – aveva pensato indignata e aveva cercato di distrarsi, orecchiando d’intorno. E la delusione era stata tremenda. Aveva immaginato una comitiva di lettere, ognuna con il suo segreto di attesa e di fantasticheria, che tentavano una comunicazione sull’onda di una complicità condivisa. Aveva immaginato lettere vestite da viaggio, comode e sobrie, distratte da un pensiero fisso che le richiamava lontano. Missive scanzonate, ridenti, malinconiche, tristi, con un progetto, un’illusione, un sogno, un dolore. Lettere motivate. E si era trovata confusa in una bolgia di frasi fatte, preconfezionate, prestampate, precotte che sfuggivano da buste chiassose e conquistavano lo spazio, riducendolo. Pubblicità toglievano l’aria, missive d’affari contendevano il predominio alle catene di S.Antonio, la compravendita impazzava cancellando qualche patetico, sgrammaticato stralcio affettivo, ritardatari ricordi di vacanza, un ringraziamento di altri tempi in corsivo inglese.

Lettera era stravolta. Per sfuggire al chiasso ei era nascosta tra le buste listate a lutto. Ma la postazione non le sembrava grandiosa.

“Speriamo in meglio” – si era detta. Ma il meglio era sembrato peggio. Era stata gettata come carta straccia in un sacco, travasata in altri sacchi, lanciata da un angolo all’altro di innumerevoli mezzi semoventi, timbrata dove capitava, lasciata a soffocare per giorni in magazzini umidi. Poi, dopo ore, giorni, non sapeva più quanto, aveva raggiunto fortunosamente l’aeroporto e subìto per altri innumerevoli intervalli di tempo la sbrigativa disattenzione degli addetti al turismo di massa. E, per il miracolo di una santa sconosciuta, stupita di essere invocata, era riuscita a partire, evitando con ogni sotterfugio l’ostinata volontà di un disgraziato che sembrava deciso a dimenticarla a terra.

Non aveva fatto in tempo ad assestarsi, nello spazio ridotto, pressato, infinitesimale della classe turistica, dove non trapelava accenno di fumo, nemmeno per scherzo, che l’aereo aveva preso il volo. E l’aveva continuato, per ore. Lettera, in assenza di spazio e di nicotina, costretta a deprivazioni sensoriali, tranne quelle olfattive, di cui avrebbe volentieri fatto a meno, sballottata in un blocco compatto e promiscuo con missive sconosciute e – dubitava – di poco simpatici costumi, aveva perso anche la cognizione del suo luogo di destinazione. Figurarsi del senso del suo viaggio!

Quasi in coma, straziata dalla voglia di fumo, incapace di riordinare il suo contenuto, di indicare mittente e destinataria, non aveva fatto in tempo a scendere a terra che era stata riacchiappata, riinfilata in uno spazio ancora più angusto, risballottata in quello che temeva fosse un supplemento di volo. Era svenuta, per la stanchezza, per l’astinenza, per il nervoso, per lo sconcerto. Non si sa perché, ma era svenuta.

Più tardi, riprendendosi – dallo svenimento, perché il jet lag sembrava prepararle una reazione ancora più stralunata -, in un barlume di lucidità aveva osservato con cautela il luogo in cui l’avevano infilata. In attesa, presumeva, di qualche altra tremenda scarrozzata aerea che l’avrebbe definitivamente e irrimediabilmente deteriorata.

Il luogo era piccolo – quasi come quello di provenienza -, ben frequentato – qualche missiva dotta da Università di prestigio, in lingue varie, una lettera (con la minuscola) -, di ex-amante, plichi di varia dimensione – salubre – c’era in giro come un sentore di mare, di vento, di vegetazione e…Lettera non osava sperare. Quasi non respirava dal desiderio che tornava a tormentarla, e dall’ansia. Si sarebbe mangiata gli orli della busta. C’era in giro un sentore, sfocato, leggero, appena accennato…FUMO!!!

Lettera avrebbe voluto cantare ma le mancavano le note sulla busta. Poteva solo ripetere parole. E si era sfrenata. Sotto lo sguardo perplesso di compassate missive universitarie aveva cominciato a giocare: fumo, sigaretta, tabacco, pipa, sigaro, accendino, portacenere, fiammifero. E poi di nuovo, aspirando quell’inconfondibile aroma incantato. Fino a quando la sua scostumata allegria non aveva richiamato l’attenzione delle divinità tutelari, ovviamente fumanti, della casa.

La cassetta era stata aperta e, con tenero gesto tranquillo, mani gentili avevano preso il fascio di missive e separato con una risata Lettera che, tra l’euforia da fumo e il jet lag, riusciva a focalizzare solo un particolare per volta. Mani. Mani piccole. Mani delicate. Mani tenere, carezzanti, sensibili. Mani profumate di fumo, di inchiostro e di piante. Mani curate, morbide, attente. E ricci. Ricci divertiti a far da sfondo a uno sguardo troppo serio. E poi…Azzurro.

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