La Bella e la Bestia (due)

La Bestia aveva avuto qualche problema fin da piccola. Non proprio dalla culla per la predisposizione, comune a tutti i cuccioli, di attirare la tenerezza grazie alla generale conformazione fisica: testa grossa e pelata, occhi grandi, peluria morbida.

La Bestia neonata aveva suscitato sì una certa perplessità, per lo strano contrasto rappresentato dall’enormità degli occhi, dalla potenza delle sue furie, e dal corpo relativamente minuto, ma le fasi immediatamente successive del suo sviluppo non avevano posto eccessivi problemi, se non quelli regolamentari di salute malferma, tendenza alla cronicizzazione delle malattie, carattere rissoso e fastidiosa abitudine di porre domande su argomenti non precisamente ortodossi. Insomma rientrava nella media standard dei cuccioli. Seri guai erano iniziati nel periodo della sua adolescenza, quando un precoce sviluppo psico-fisico, del tutto disarmonico, aveva evidenziato platealmente che il cucciolo stava trasformandosi in un esemplare ringhioso, per nulla pacifico, con caratteristiche somatiche e caratteriali, o tendenze del tutto eccentriche rispetto alla norma. Insomma stava diventando una Bestia.

La Bestia, che in un primo momento non si era capacitata delle modifiche comportamentali del mondo, così come non riusciva a recepire il concetto di norma, se non nel suo portato banale di punto intermedio tra stupidità e intelligenza – concezione che non sembrava così grandiosa da dover essere difesa ad ogni costo – alla fine si era data pace e si era rassegnata alla sua parte, di cui calcava, appena un po’ le sfumature per unire il dilettevole all’utile. Aveva quindi sviluppato una particolare abilità nel ringhio cavernoso, nell’urlo modulato, nelle sfuriate scenografiche, tanto quanto nell’andatura sbilenca e goffa, o nell’ostentazione grandiosa delle sue particolarità fisiche non particolarmente delicate: mole, piedoni e pelo scomposto. Inoltre aveva acquisito con l’esperienza una certa padronanza nelle strategie di mimetismo basate, appunto, sulle inconsulte regole della normalità, e compreso che per girare il mondo è vitale infilare nella valigia il ruolo adatto per tutte le stagioni, o almeno un paio di ruoli di ricambio per l’emergenza.

Armata di tale elaborata filosofia, la Bestia, quando era in rotta con il mondo e voleva platealmente esibire il suo stato d’animo, si appendeva al collo un vistoso cartello con la scritta: “Gente, vi avverto, sono una Bestia.”  Chi si avvicinava, leggeva, inorridiva e fuggiva urlando: “Una Bestia, c’è una Bestia in giro!!!, con tanto di punti esclamativi. E si faceva il vuoto. Quando invece voleva starsene in santa pace, appendeva il cartello all’attaccapanni e andava in giro come se fosse una qualunque.

Le reazioni mutavano. C’era sì qualche battutaccia sul timbro della sua voce e l’inadeguatezza degli abiti o degli atteggiamenti, qualche stupore infastidito per la sua tendenza alla rissa e alla polemica, peraltro mediata dalla sua prontezza a fungere da pronto soccorso nelle situazioni di emergenza.

C’era sì qualcuno che distrattamente la chiamava “Signore”, sembrando l’insieme improponibile nel quadro del genere femminile. Ma nel complesso le relazioni sociali non funzionavano tanto male. Il pandemonio si scatenava soltanto in presenza del cartello indicatore. Così la Bestia viveva una sorta di doppia vita, mettendosi e levandosi cartelli. Attività a volte funzionale, ma che non sempre riusciva a sostenere con ironia.

In diverse occasioni della sua sconclusionata vita sociale, la Bestia aveva incontrato la Bella. Consapevole, malgrado certe storie forvianti nate dall’immaginario popolare, del fatto che le Belle non perdono tempo con le Bestie, a meno che qualche vecchia saggia nei dintorni non suggerisca a mezza bocca che, forse, ne vale la pena, e non scorgendo personaggi del genere nelle immediate vicinanze, aveva sempre tirato dritto. Ignara del banale dato esperienziale che le Belle tutto sopportano meno di non essere notate. E che l’indifferenza, reale o presunta, suscita in loro un irresistibile desiderio, quasi una malattia, di cui si liberano solo dopo aver costretto alla resa il soggetto tanto scostumato da aver, appunto, tirato via.

Quando, nella sua scorbutica e beata innocenza, la Bestia si era ripresentata in un ennesimo raduno cultural-mondano, trovandosi la Bella a distanza ravvicinata, tutto aveva pensato meno che la postazione fosse dovuta, più che al caso, ad una ostinata strategia. E guardandola di sottecchi, approfittando della confusione, aveva creduto che la Bella, ignara, fosse capitata lì per sbaglio. Poiché, però, era una Bestia osservatrice, aveva approfittato della situazione di vicinanza per meditare – con spirito scientifico, si diceva – su alcune peculiarità estetiche della Bella in questione, in particolare della morbidezza accentuata e delicata delle sue labbra. Poi, riprendendosi di colpo dalla distrazione, aveva deciso di tornare ad occupazioni più serie. Per quanto meno piacevoli – ma quest’ultima considerazione aveva attraversato la sua mente quasi inavvertita.

Dopo un paio di giorni, tornando da risse ed esercitazioni di intolleranza rabbiosa, aveva trovato la Bella placidamente intenta ad osservare la sua casa, con uno sguardo interessato azzurro, per nulla congruo con la ristrettezza disordinata del luogo.

“Forse non ha visto il cartello.” Aveva pensato la Bestia, tentando un ringhio scontroso, ed esibendo in piena vista la scritta rivelatrice.

La Bella non sembrava curarsene. Si arrotolava i ricci con espressione di concentrata serietà. Sembrava intenta a prendere appunti mentali per qualche suo scopo segreto.

La Bestia non sapeva bene cosa fare. Alla fine aveva tentato un approccio esplicito ed aveva ululato con il suo tono più cavernoso:

“Io sono una Bestia!”

“Interessante – aveva commentato la Bella, avvicinandosi con la sua andatura quieta – cominciavo a temere che non ce ne fossero più in giro”.

La Bestia, per un attimo, si sentì cretina, poi, distratta da altri pensieri, decise che era inutile crearsi ulteriori problemi.

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