La pescatrice e i tre desideri più tre

La pescatrice non aveva fortuna. Oppure ne aveva in eccesso: dipende dai punti di  vista. Chi la pensava sfortunata  osservava che la sua mala sorte dipendeva essenzialmente da caratteristiche congenite, in particolare l’assoluta mancanza di organizzazione, l’impazienza e la distrazione, unita quest’ultima al vizio di perdersi in fantasticherie strampalate. Chi  propendeva a considerarla fortunata commentava, di contro, che, se malgrado le caratteristiche di cui sopra, la pescatrice riusciva a pescare qualche pesce, a non cadere nell’acqua, a non  ferirsi con gli ami né strangolarsi con la lenza, divinità benevole dovevano vegliare su di lei.

La questione era ampiamente dibattuta nel completo disinteresse della pescatrice che, ignara delle dicerie sul suo conto, organizzava battute di pesca poco ortodosse, girovagando sulle rive di corsi d’acqua lontani da casa, e a volte si imbatteva in qualche specie eccentrica di pesce  migrante, poco nota. In una di tali scorrerie senza costrutto, mentre giocherellava distratta con l’amo e la lenza, e non riusciva a trovare il barattolo dell’esca, dimenticato chissà dove, aveva scorto nell’acqua un bagliore azzurrino e si era incantata ad osservare le pinne argentate di una pesciolina che, con morbide, appena accennate spinte della coda, fluttuava in una sua danza aggraziata come di seduzione..

La pescatrice – che tendeva a distrarsi sul lavoro, ma non  quando fantasticava, cioè si applicava solo se valeva la pena  – si era incuriosita e si era tesa oltre l’argine del fiume per osservare meglio, argomentando tra sé e sé che l’osservazione scientifica è utile alla sopravvivenza. Ma il fluido lampo d’acqua chiarazzurro era sparito.

La pescatrice si era informata presso tutte le scienziate del paese per avere informazioni più precise sulla specie inconsueta che le era capitata sotto gli occhi e, con  stupore, aveva scoperto trattarsi di una razza autoctona, trapiantata ormai definitivamente nei corsi d’acqua della California.

“Non puoi averla vista -commentò una saggia donna – vive lontano, lontano, lontano!”

“L’ho vista!” protestò testarda la pescatrice, accarezzando nella memoria un morbido lampo d’acqua chiarazzurro.

“Non puoi raggiungerla – spiegò una scienziata – tra il tuo fiume e il suo c’è un gioco del tempo che fa del suo giorno la tua notte.”

“Dormirò il giorno e pescherò la notte, così confonderò il tempo.” ribadì la pescatrice, frenando nelle mani il desiderio di  un fluire d’acqua chiarazzurro.

Le anziane del villaggio si preoccupavano. Osservavano la pescatrice che girovagava senza pace, mangiando cioccolata, e commentavano:

“Qui, se non troviamo un rimedio, che le impedisca di arginare l’ossessione che la divora  con  la cioccolata, questa ci diventa una botte!”

Alla fine, un po’ con le buone, un po’ con quattro urlacci contro le pescatrici dissennate che nella vita  si limitano a perdere tempo, l’avevano convinta a tornare, se pur riottosamente, alle consuete attività lavorative..

La pescatrice, già per carattere disorganizzata, con quel pensiero fisso nella testa, combinava dei gran pasticci: si infilzava con gli ami, buttava nell’acqua l’esca al posto della lenza, inciampava nel filo e nella canna, e si distraeva proprio nel momento in cui qualche pesce, sprovveduto e tonto,  senza alcun merito da parte sua, per puro istinto suicida, abboccava. Con questo inconsulto metodo di pesca aveva catturato una vecchissima carpa, che si dibatteva terrorizzata, tendendo la lenza fino allo spasimo. e supplicava di essere lasciata libera.

La pescatrice si era commossa e l’aveva delicatamente staccata dall’amo e rigettata in acqua. E, mentre la vecchia carpa controllava le sue squame, incapace di credere alla sua fortuna, e stentava a riprendere il ritmo delle pinne caudali, bloccate dallo spavento, aveva cominciato a raccontarle la storia del suo incontro con una  pesciolina seducente.

“Insomma, invece di pescare – aveva commentato la vecchia carpa –  direi che sei stata pescata.”

Detta così, la faccenda non sembrava molto gratificante, e la pescatrice, distolta dalla sua fantasticheria, si era irritata.

La carpa si era scusata: “Non  volevo ferire il tuo amor proprio. Era solo una considerazione da nulla.”

Poi, per nascondere un sorriso sotto i baffi – perché le carpe hanno i baffi, è scientificamente provato, aveva lanciato una promessa:

“Per ringraziarti di avermi liberato, esaudirò tre desideri. Quelli che vorrai. Ma stai attenta, perché i desideri – non tutti lo sanno – hanno un dritto e un rovescio, sembrano semplici e sono sempre complicati.”

La pescatrice era perplessa. Poi pensò: “Tentar non nuoce” e si mise di impegno a fare una lista di desideri urgenti.

La carpa, vedendola con la penna in bocca che meditava, considerando che la pescatrice era confusionaria e pasticciona e volendo concretamente farle un regalo, commentò:

“Forse è meglio che ti regali dei desideri doppi. Tre come vorrai tu, più tre per rimettere a posto i disastri eventuali che combinerai.”  E sparì velocemente, prima di impegnarsi in un ringraziamento troppo oneroso.

La pescatrice meditò a lungo i pro e i contro, disegnò uno schema, individuò meridiani e paralleli, poi soddisfatta esclamò:

“Voglio andare in California e guardare nel luogo dove vive la pesciolina chiarazzurra ”

Sentì un rumore, come di tuono, e si ritrovò in una notte fonda e senza luna sulla cima di un’altissima sequoia che sovrastava la tana della pesciolina addormentata.

Urlò dallo spavento, si agitò e precipitò dall’alto a capofitto.

Un altro rombo le scosse le orecchie e, morta di paura e mezza sorda, fu restituita alla luce del mattino e alle rive del suo fiume…

“Uno più uno” mormorò una voce dai fondali profondi.

La pescatrice non si diede per  vinta. Riprese a meditare i pro e i contro e a considerare attentamente la priorità dei desideri, scartando tutti quelli che le sembravano pericolosi e di incerta realizzazione. Alla fine si organizzò un desiderio semplice, elementare e  ambientalista, che non prevedeva spostamenti cruenti e non sembrava dover provocare traumi di alcun genere.

“Se la tenera chiarazzurra arriva da queste parti troverà un sito poco confortevole e senza ombra – pensò, lanciando un’occhiata delusa allo stento rametto di mimosa che aveva da lungo tempo, inutilmente sperando in una crescita, piantato sul balcone – “ E’ opportuno provvedere! Voglio – esclamò con piglio deciso – che un albero frondoso di mimosa rallegri il mio balcone per la gioia di eventuali ospiti.”

Sentì un rumore tremendo di suono e si ritrovò con il balcone dissestato da un albero gigantesco di mimosa, tra le urla della vicina del piano di sotto, imprigionata da robuste radici, e quelle della vicina di sopra, proiettata verso il cielo, con tutti i mobili del salotto buono infilzati tra i rami fioriti di mimosa, in un polverone di calcinacci e mattonelle rotte.

“Misericordia – gridò  la pescatrice – ho combinato un altro guaio, come farò a rimediare?”

Il solito rombo tremendo rimise le cose al posto loro, tacitando le ire delle vicine, mentre una voce calma, proveniente da acque profonde,  sottolineava: “Due più due”

La pescatrice, sconfortata, non osava esprimere un altro desiderio per paura di  più deleterie conseguenze, ma non si dava pace di avere un’altra possibilità e di lasciarla inutilizzata. Alla fine, dopo ore e ore di riflessione, di studio dei particolari, di ripasso delle previsioni del tempo, e di non si sa bene che altro, trattenendo il respiro aveva esclamato:

“Voglio trovarmi nella casa della pesciolina chiarazzurra, nel  suo letto di alghe, in un pomeriggio californiano, in un giorno di sole, con  un’apparecchiatura da subacqueo con bombola di scorta per non annegare, e un anemone marino da offrirle in dono…”

“Più che un desiderio mi sembra un programma politico “ commentò la familiare  voce  dai fondali, mentre il rombo tremendo arrivava da lontano a segnalare che il desiderio era stato accettato.

La pescatrice si trovò nella tana della pesciolina chiarazzurra, seduta sul suo letto di alghe, con un anemone marino in  mano, attrezzata di bombole di ossigeno, a leggere un biglietto lasciato sullo specchio con un messaggio chiaro, stringato, organizzato: “Cara pesce pulisci-tana, sono per lavoro in un fiume del Kansas, per favore si ricordi di curarmi le alghe.

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