La volpe e la gru

La volpe aveva un sogno. Le sarebbe piaciuto volare. Ogni tanto si distraeva – con grandi festeggiamenti di conigli miracolati che innalzavano ringraziamenti alle loro divinità tutelari – guardando le gru e si perdeva in qualche fantasticheria strampalata.

Fantasticheria di correnti docili, di ali, di brezze, di planate nel vento, di acque sfiorate e già lontane, di tuffi dall’alto, di sprazzi di sole inseguiti e fuggiti. Poi si ricordava che era una volpe e tornava alle attività tradizionali. Inseguiva conigli. E giocava un gioco tutto suo solitario, dedicato a nessuno, sfidando il vento alla corsa. Che il vento vincesse non aveva importanza. Era divertente sentirne la furia e lo sbuffo tra le gambe, sulla testa, sulla coda e spingere i muscoli fino allo spasimo, come in una speranza di vittoria.

Le gru, che inseguivano sogni meno effimeri, osservavano la volpe perplesse, planando compostamente da lontananze remote verso l’acqua. Una in particolare sorvolava frequentemente il territorio di caccia della volpe, divertita da quel buffo, peloso, tozzo animale che si agitava senza scopo apparente e sembrava felice solo se utilizzava il tempo in attività improduttive.

La volpe, che pure studiava i costumi delle gru con appassionata dedizione, non sembrava accorgersi della reiterata presenza di una specifica gru sul suo territorio. O per lo meno sembrava pensare che le visite periodiche fossero dovute a itinerari di volo strettamente pianificati per fini che con le volpi avevano poco a che fare. Poiché, però, era un’osservatrice e i passaggi si ripetevano, alla fine individuò i dettagli particolari che disegnavano nell’aria non una gru, ma quella determinata gru. E nessun’altra. E si sentì molto intelligente.

L’intelligenza è – come noto – pericolosa, in quanto produce insospettati sviluppi. Così la volpe, che in precedenza si divertiva a guardare tutte le gru, scoprì che tale attività per non diventare noiosa, necessitava di qualche dettaglio in più: la sfumatura azzurrina di ali, il virtuosismo di planata, lo scompiglio morbido di piume che annunciava la sua gru.

E si impegolò in sogni ancora più strampalati di voli radenti sull’acqua, di giravolte nel vento, di fughe nel sole. Sogni a colori, con due protagoniste: una volpe e una gru. E sognando, distrattamente scivolò nel fiume e, altrettanto distrattamente, presa dalla parte, visto che ci si trovava – dimentica del fatto che le volpi mangiano il pesce solo spinato -, divorò una trota con tutta la lisca. Lisca che, ovviamente, le si conficcò in gola semisoffocandola.

La gru, che passava da quelle parti non tanto per caso, vide la scena ridicola di un fagotto di pelo e tosse che si contorceva e, per pura gentilezza, si prestò a recitare la parte, non proprio consueta, della crocerossina, abbandonando per un attimo le altitudini in cui era solita vagare. Con tranquilla fermezza superò le resistenze della volpe ad esporre la nudità della sua bocca, infilò il lungo becco nella gola della sognatrice e tolse la lisca.

L’operazione, per quanto indolore, dovette provocare qualche effetto secondario non previsto perché, da quel momento, ogni volta che sente nell’aria un azzurro tremito d’ali o vede, sul pelo dell’acqua, scivolare tranquilla, composta, divertita la sua gru, la volpe apre la bocca, finge di soffocare e, con impudente sfacciataggine, attende.

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