Ricciolidoro e la casa delle tre orse

Ricciolidoro – così chiamata per ovvi motivi – era una vagabonda. Trascorreva il tempo in attività del tutto contraddittorie. O restava chiusa in casa per giorni, a studiare, curare piante, fare ordine nei suoi pensieri e nei pensieri del mondo, o si gettava letteralmente in un turbine di arrivi e partenze, in un vortice di valigie, scavalcando con tranquilla indifferenza meridiani e paralleli, oceani e continenti, collezionando cartoline ricordo e biglietti di ogni genere di mezzi di trasporto. Quando le prendeva la furia del vagare, nulla poteva fermarla. Si concedeva soltanto la breve pausa di un riassunto organizzativo delle tappe e dei percorsi e di un colpo di spazzola sui ricci.

Ora, è convincimento comune che il viaggiare, muoversi, allontanarsi dal territorio abituale comporti il rischio di perdersi. Che, cioè, il permanere immobile sia garanzia di stabilità emotiva come di sicuro senso dell’orientamento. Ricciolidoro, che da quel punto di vista era, come si è detto, carente, andando in giro per un bosco, inevitabilmente si perse.

Nel bosco incriminato sorgeva una piccola casa, in cui soggiornava stabilmente un’orsa, per niente vagabonda. O meglio stanzial-vagabonda, nel senso che il suo agitarsi e affaccendarsi, per quanto apparentemente frenetico, non oltrepassava i limiti del bosco.

L’orsa era, come tutte le orse, piuttosto robusta – i maligni dicevano mastodontica -, viveva in un perenne disordine mentale, che si rifletteva nell’impossibilità di trovare una posto fisso agli oggetti e alle suppellettili della sua casa – i maligni insinuavano che viveva nel caos – ed era costituzionalmente incapace di gestire il suo giardino, in cui si alternavano spazi nudi, piante rachitiche e muschio rigoglioso. Per queste ragioni, su di lei circolavano una serie di battute: “Per farle un abito ci vogliono tre tagli di stoffa”, “Abita da sola ma produce disordine per tre”, e così via.

E così ripetutamente che, per tradizione orale, la sua casa veniva indicata come la “casa delle tre orse”. E l’abitudine era così radicata che, a volte, quando era molto distratta, anche l’orsa, rientrando nella casa disastrata pensava: “Mai che quelle altre due sciamannate mettessero un po’ d’ordine!”

Ricciolidoro rimessasi dallo sconcerto per essersi perduta nel bosco, indagando per ritrovare le coordinate dell’orientamento, aveva scoperto la casa e vi si era diretta, felice di aver trovato un provvisorio rifugio. Una volta entrata, non incontrando anima viva, si era data all’esplorazione dell’ambiente e il suo senso dell’organizzazione e dell’ordine aveva subito un fiero colpo. Alla fine aveva fatto buon viso a cattivo gioco e tentato di riordinare il caos, cercando di rendere la casa – che a quel punto credeva disabitata da secoli – adeguata alle sue esigenze di sopravvivenza. Poi, stanca morta, con i ricci scomposti per la fatica e per il nervoso, si era sdraiata sull’enorme letto che dominava, più che occupare, lo spazio, e si era addormentata.

Reduce dalle sue sconsiderate peregrinazioni, l’orsa, rientrando in casa, aveva creduto di aver sbagliato tana e borbottando qualche scusa era riuscita di corsa. Poi dopo un attimo di riflessione, superando la pigrizia, aveva deciso di intraprendere qualche indagine supplementare.  Si era di nuovo insinuata nella casa e, con cautela e perplessità, aveva osservato i cambiamenti.

“Chi si è seduto sulla mia seggiolona?” aveva esclamato, fotografando in un lampo sulla scrivania una fila allineata di penne e matite.

“Chi ha lavato e usato la mia caffettiera da dodici?” era inorridita, scoprendo un barattolo di decaffeinato al posto della sua marca di caffè preferita e barattolini di vitamine, graziosamente impilati sul tavolo.

“Chi ha rovinato il mio terrazzo?”, aveva ringhiato indignata, rendendosi conto che una mano colpevole aveva sistemato piante, irrorato sterpi morenti, tolto foglie morte e lasciato distrattamente cadere uno schizzo, orribile a vedersi, di balcone ingentilito e riformato.

L’orsa era sconvolta e, sentendosi venir meno, si era diretta verso l’oasi sicura del suo lettone. E lì, spudoratamente, beatamente addormentata, con la testa sopra una catasta ordinata di cuscini, aveva scoperto Ricciolidoro.

“Questa è un’invasione in piena regola!” aveva pensato, guardando Ricciolidoro che, svegliandosi all’improvviso, pur nell’imbambolamento del sonno, le aveva lanciato uno sguardo serio, azzurro, curioso, per nulla intimidito. “Occorre mettere in pratica una veloce controffensiva!”.

Un dotto proverbio, molto conosciuto nella Valle delle Orse, afferma che tra il dire e Il fare c’è di mezzo il mare. Nella situazione contingente il mare era rappresentato dalla naturale lentezza dei plantigradi a mettere in atto strategie di ogni tipo, comprese quelle difensive, e da una prontezza di riflessi, istantanea, di Ricciolidoro, per abitudine al vagabondaggio, di reagire alle situazioni di emergenza, facendo sfoggio di abitudini seduttive piuttosto esplicite. Con l’ovvio risultato di un’orsa, certo perplessa e imbambolata, ma non per il sonno, che, dieci minuti dopo, preparava un decaffeinato raccontandosi che, in fondo, nella vita un minimo di gentilezza non guasta e che l’ospitalità è sacra. E che, persa in fantasticherie incautamente morbide, e troppo distratta per tenere i piedi per terra, si chiedeva preoccupata: “E adesso chi glielo dice a quelle altre due in che pasticcio ci siamo messe?”

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