Divagazioni matrigne

La matrigna di Cenerentola faceva autocoscienza. Forse allora non si chiamava così, era sicuramente fatto individuale e non collettivo ma, in definitiva, la pratica consisteva in un rimuginare ossessivo che partiva da “Dove ho sbagliato?” e finiva in “Non so dove ho sbagliato e quando, ma sicuramente la colpa è del mondo più che mia, ma che ci sia stato un errore da qualche parte è cosa certa”. Rimuginare che produceva insonnia, ma poco chiariva i termini del problema. Anzi di quattro problemi, ingombranti e eccessivi, rappresentati dai piedi delle sorellastre di Cenerentola.

Come era potuto succedere – si chiedeva angosciata la matrigna di Cenerentola – che di tre ragazzine, tutte assolutamente bianche, tutte della stessa classe sociale, tutte orfane – quindi alla pari anche nella scalogna -, una sola avesse piedi piccoli e delicati, mentre le altre due evidenziavano appendici inferiori che, per qualche intoppo dell’evoluzione, vagamente ricordavano le pinne?

Guai genetici che rispuntavano fuori dopo molteplici generazioni? – si domandava la matrigna di Cenerentola con orrore – C’era un umorismo nascosto e sadico nell’evoluzione per cui i caratteri ereditari mostruosi apparivano all’improvviso in famiglie timorate a ricordare la barbarie delle origini?

O la famosa trisavola di cui si favoleggiava con imbarazzo e sottintesi, o il prozio Peppe, di cui si tramandava fama di solitario studioso, chiuso nella sua casa in compagnia – si diceva – di libri, erano già la preistoria di quel dramma familiare che, nel presente, le sarebbe piombato addosso, oltretutto in duplice copia? E se così, perché mai la fama, che si diverte a immortalare insignificanti dettagli, nulla aveva trasmesso in merito a problemi di tal fatta? Perché nella famiglia mai era trapelata notizia di analoghi incidenti? Nulla giustificava l’assenza totale di informazioni, nemmeno un argomento – i piedi per l’appunto – a cui – la matrigna di Cenerentola meditava – ci si accostava con giustificata reticenza, rientrando in quella sfera del privato, o più precisamente dell’intimo, che gente costumata non va sbandierando. Nemmeno tra le mura domestiche.

Che fosse l’educazione – si straniva la matrigna di Cenerentola -, per quanto equamente impartita – malgrado le dicerie solite dei maligni, tendenti a osannare maternità cosiddette biologiche o maternità cosiddette in provetta, e concordi nel diffamare qualunque forma di maternità disgraziatamente intermedia, nel senso di non-biologica e non-in-provetta –  ad aver prodotto risultati così difformi?  E quale fase, in particolare, dell’educazione impartita aveva prodotto in un’educanda esiti prevedibili e civili e nelle altre due stravolgimenti tali che, perfino il fisico, ne era rimasto segnato? Quale doppio messaggio – inconscio, è chiaro, assolutamente inconscio, come ampiamente testimoniavano gli arti inferiori della matrigna di Cenerentola, testati dal buon senso comune – aveva potuto insinuarsi in una formula pedagogica sperimentata nei secoli? E se così era stato, perché mai una sola era rimasta insensibile all’ascolto, sorda e, per tale fortunata coincidenza, salva?

La matrigna di Cenerentola negava che un tale controsenso avesse potuto verificarsi e astrologava su fatti esterni che, inesorabilmente, avevano spostato l’asse genetico consolidato delle due sfortunate ragazze, lasciando intatto quello della sorellastra. La cenere – si era detta -, poteva esser stata la cenere. Quell’abitudine ossessiva di Cenerentola di trafficare tutto il giorno con i fornelli e il camino, poteva forse svelare l’arcano. Che avesse la cenere qualche virtù portentosa, capace di indirizzare, in maniera naturale lo sviluppo degli arti inferiori? O la carenza di cenere effetti deleteri che, di contro, favorivano il loro spropositato allungarsi? Cosa si sapeva, in definitiva, delle virtù terapeutiche della cenere o, comunque dei suoi effetti collaterali? O forse il calore, alla cenere connesso, e i gesti moderati, calibrati, composti delle attività casalinghe avevano permesso lo sviluppo armonico di piccoli piedi delicati, là dove le mattane inconsulte e girovaghe delle sue figlie, tendenzialmente ostili a fornelli e camini e troppo dedite ad attività extradomestiche, avevano favorito lo sviluppo di basi di appoggio più solide e robuste, spropositate in un’ottica estetica, assolutamente adeguate in un’ottica funzionale? Nel senso di funzionale alle mattane, al girovagare, e alle attività extra-domestiche.

Oppure il piumino per la polvere – si diceva la matrigna di Cenerentola -, strumento per tocchi delicati, mai bruschi, che impediva si sviluppasse nelle ragazze un eccesso di gestualità, educandole al controllo. Controllo che poi si riverberava nella struttura fisica, rendendola raccolta, come rappresa. Che fosse l’odio per i piumini, minimizzato da distrazione materna, che aveva facilitato quel dilagare nello spazio di ciò che, per natura, doveva essere ridotto?  Avrebbe la matrigna di Cenerentola dovuto richiamare le reprobe con più severità di quanto non avesse, con incoscienza materna, tentato? O qualunque repressione, interdizione o pena accessoria avrebbe, in ogni caso prodotto i medesimi esiti?

Qualunque fosse la spiegazione del disastro, l’unica cosa sicura è che si era verificato e pareva non esserci rimedio di sorta.

Anzi sembrava che – altro che rimedi! – la sorte nascondesse malignamente accidenti ancora più duraturi : mentre l’aere intorno trillava di rumore di pentole, fruscii di piumini, svolazzi di cenere, lagne di bambini, urlacci del principe – segni tangibili di fortuna  e prosperità – la matrigna di Cenerentola aveva visto le due infelici, piantate sui loro smisurati arti inferiori attorniate da altre consorelle analogamente dotate, innalzare un colorato striscione, oltraggiosamente inneggiante al “Coordinamento internazionale piedone”. E le aveva sentite fragorosamente ridere.

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