Le tre lupacchiotte e la porcellina cattiva

Come è noto, più che in altre specie, meno inclini al vagabondaggio solitario e quindi facilmente controllabili dalla comunità, le lupacchiotte vengono sottoposte  a corsi ponderosi di educazione gastronomico-sentimentale. Il branco essendo abitudine collaudata ma periodica (il tempo dell’accoppiamento o il famigerato ‘tempo da lupi’), al contrario degli sconfinamenti quotidiani e estrosi, l’introiezione forzosa di alcuni comportamenti in merito alle due esigenze fondamentali della specie appare di primaria importanza, vista soprattutto l’abitudine reiterata dei cuccioli, e delle cucciole in particolare, di ficcarsi in bocca quello che capita. Non è chiaro se per soddisfare l’una esigenza o l’altra, dal momento che se le esigenze sono due, l’organo per soddisfarle è – considerata l’inadeguatezza delle zampe ungulate –  inesorabilmente uno.

L’educazione gastronomico-sentimentale serve, quindi, a fare chiarezza. Cioè a impedire che l’abitudine inveterata all’andarsene in giro faccia assumere alle più – o meno – giovani generazioni atteggiamenti in contrasto con l’immagine pubblicitaria attraverso la quale la popolazione lupesca intende autorappresentarsi e istighi l’ingenua buona fede di altre specie, costrette a scontrarsi con impreviste e imprevedibili fantasie, a costruirsi un robusto sistema di difesa.

In un giorno non ben identificato, tre lupacchiotte, che avevano terminato il corso intensivo di conservazione della specie, si aggiravano nella foresta, lontane dal branco, per il loro stage di sopravvivenza singola. E, mentre pensavano ad organizzarsi una tana, ripassavano quanto avevano appreso durante le lezioni.

“Una lupa è una lupa è una lupa” ululava la lupacchiotta n.1 “Nessuna è più bella di una lupa”.

“La lupa è seria, guardinga, accorta” ululava la lupacchiotta n.2 “ha un pelo morbido e seducente che cura strofinandosi con gli aghi di pino e asciuga ai raggi della luna.”

“La lupa è autosufficiente e sfida la solitudine” ululava la lupacchiotta n.3. ma non sembrava troppo convinta.

“La lupa frequenta solo chi le somiglia, altrimenti perde identità. Frequenta lupi e lupe. Lupi forti, selvaggi, sanguinari. Lupe serie, guardinghe, accorte.” ripeteva la lupacchiotta n.1

“Se la lupa frequenta altre specie, o lupe dissennate, disonora il branco” ripeteva la lupacchiotta n.2.

La lupacchiotta n.3 pensava, guardandosi bene dall’esprimerlo ad alta voce, che il sistema educativo lupesco non era grandioso. Era pieno di lacune e di omissioni. O di divieti. Non mangiare quello, non frequentare quell’altro-. Mai nessuna che ti desse spiegazioni. Solo risposte scontate: “Si è sempre fatto così!    È’ giusto così, è ingiusto colà!” Su certi temi, poi, meglio non chiedere. “Vedrai – dicevano – nella foresta…” e lasciavano in sospeso o, peggio, parlavano di pollini e di farfalle. Ti annusavi in un attacco di conoscenza e ti definivano ‘una porcellina’. Chiedevi cos’era una porcellina e ti rispondevano descrivendoti una spauracchia con pochi peli duri e rigidi, cicciotta, con il naso piccolo e schiacciato, caciarona e ridanciana, pochissimo seria, per nulla guardinga, con una voce terribile e assordante. Una-di-cui-era-meglio-non-parlare-e-soprattutto-non-sapere. Perché parlarne portava disgrazia alla specie. Una povera lupacchiotta, dedita agli studi e alla meditazione, anche se irrimediabilmente curiosa, non riusciva a capire questa confusione di farfalle, spauracchie e disintegrazione della specie.  In compenso faceva sogni pazzeschi di spauracchie tracotanti che si rotolavano ridendo in una nuvola di pollini. Con buona pace della specie di cui sopra.

La lupacchiotta n.3 aveva capito che con le altre lupacchiotte era meglio non indagare. Iniziavano un concerto insensato di risolini e se ne andavano in tutta fretta. Avevano di meglio a cui pensare. Dicevano. O per prenderla in giro si mettevano a girare in tondo cantando: “Chi ha paura della porcellina cattiva, trallallallà”.

La canzonetta della porcellina cattiva era diventata un ritornello ossessivo che le lupacchiotte n.1 e2 lanciavano ogni volta che si incontravano. La lupacchiotta n.3 veniva definita, a seconda delle occasioni, l’amica delle porcelline, la porcellina in fieri, quella che era passata al nemico, e così via.

Se chiedeva “Ma avete mai visto una porcellina?”  “Certo che no! -rispondevano le due – e speriamo di non vederla mai!”

“Magari l’avete già vista senza riconoscerla” insisteva la lupacchiotta n.3.

“Impossibile – rispondevano le due – una porcellina ce l’ha scritto in faccia che è una porcellina. E noi non frequentiamo posti dove potrebbero transitare porcelline!”

“Quello che mi scoccia di più – rifletteva la lupacchiotta n.3, per nulla convinta di tale logica –è che, magari, ne incontro una e neanche me ne accorgo.”

Poiché la foresta è come un porto di mare – prima o poi ci arrivano tutte – e poiché il mondo è indiscutibilmente vario, avvenne che una porcellina si avventurasse, contro ogni suo costume, nell’intricato luogo dove le tre lupacchiotte imparavano la sopravvivenza. Sentendo canticchiare un buffo ritornello di cui non capiva le parole ma solo il riferimento alle porcelline, decise che era arrivata in un sito ospitale e si avvicinò alla lupacchiotta n.1 intenta a costruire una tana di paglia.

“Vuoi una zampa?” – chiese, perché le porcelline hanno il maledetto vizio di non occuparsi mai dei fatti loro. L’altra la guardò, si chiese chi poteva essere quell’animale dal pelo strano, rimase perplessa, poi decise che un aiuto poteva essere utile e accettò. Mentre lavoravano insieme, conversando del più e del meno, la lupacchiotta n.1 scoprì che l’animalona aveva un buffo modo di raccontare le cose, era divertente, un po’ pasticciona ma, in definitiva, simpatica. Così finì per confidarle, ridendo, che nella foresta si aggirava un’altra lupacchiotta matta che militava nel movimento per la liberazione delle porcelline.

Quando la porcellina le spiegò, frenando l’irritazione, che non ci trovava niente da ridere dal momento che era una porcellina, la lupacchiotta n.1 diventò pallida come una lupa polare e con lo sguardo inorridito scappò a zampe levate, senza neanche cercare uno straccio di scusa.

La porcellina, che sapeva come funziona il mondo, ma che, come tutte le porcelline rifiutava insensatamente di arrendersi, si diresse verso un allegro ululato poco distante che ritmava lo stesso ritornello. Molto incuriosita dal suo aspetto inusuale e dalla sua andatura trotterellante, la lupacchiotta n.2 smise di cantare per osservarla e, tra sé e sé, pensò: “Ho la vaga impressione che questa lupa abbia qualcosa di strano.” E si accingeva ad indagare, quando la porcellina, decisa a mutare tattica, le lanciava con aria sorniona: “Prima che ti metti qualche idea in testa, guarda che sono una porcellina”. La lupacchiotta n.2 ascoltò la frase deflagrare dentro la sua testa, agitò le orecchie per sgombrarle, pensando di aver equivocato, tentò un fragile “Ma dai, non scherzare”, poi, riflettendo che nessuna bestia raziocinante avrebbe mai potuto dichiararsi una porcellina se non, appunto, una porcellina, se la filò a tempo di record cercando di mantenere una parvenza di dignità. Insomma corse via a piccoli passi.

La porcellina che aveva un’aria truce, era abituata a stare sola, ma ogni tanto aveva voglia di ridere in compagnia, meditando sull’imbecillità del mondo e la tracotanza delle lupacchiotte e ripetendo furiosamente “Se una lupa è una lupa è una lupa, una porcellina, per la miseria, è una porcellina, è una porcellina” e si addentrò ancor più nella foresta. E, in una piccola radura nel sole, immersa in meditazioni, scovò la lupacchiotta n.3.

“Eccone un’altra che scappa” pensò, colpita dall’intensa concentrazione della lupacchiotta e da un gioco irriverente del sole che si insinuava, ramandolo, nel pelame morbido e disegnava ricci più chiari. La porcellina, suo malgrado, si ritrovò a fare considerazioni che la popolazione lupesca avrebbe, sicuramente, trovato disdicevoli.

“Mi piace – si disse – la decisione che segna la linea delicata della testa e del muso, mi piace quella sua posa rilassata e scattante, quella sfida che serpeggia nell’ossatura del corpo e promette e minaccia nello stesso momento e disegna un confine mobile tra la dolcezza e il gelo. Un confine conquistato per un minuto e mai per sempre. Mi piace quello sguardo troppo serio, e la promessa di unghie retrattili che possono feriti o sparire”.

La lupacchiotta n.3, sentendosi osservata, si voltò e la porcellina, per non restare delusa, organizzò una delle sue sceneggiate ridanciane, di presa di distanza, sfoggiando il suo vocione, ondeggiando nella sua mole sgraziata, con le ruvide setole che brillavano nel sole.

“Sono una porcellina”, grugnì.

“Finalmente una buona notizia” disse pacatamente la lupacchiotta “cominciavo a pensare che fossi una leggenda.”

La porcellina la fissò sconcertata. “Non ti hanno raccontato niente sulle porcelline?” domandò, sentendosi leggermente inadeguata e pesante e sgraziata.

“Niente di importante. Non vorresti raccontarmi tu qualcosa?”

“Ho la vaga impressione – pensò la porcellina – che questa mi stia rubando la parte.”

Ma poiché la lupacchiotta era tenera, morbida, setosa e, soprattutto, non aveva intenzione di fuggire, si rassegnò, forse con eccessivo buon grado, a fare da spalla.

Pare che sia ancora lì, nel folto della foresta, e ogni tanto provi a recitare la parte prevista della porcellina tracotante, rissosa, inaffidabile. Ma chi passa da quelle parti giura che, ogni volta che la porcellina tanta di riprendere il copione consueto, si levi tra i rami un ironico ululato che canticchia: “chi ha paura della porcellina cattiva, trallallalà”. E che la porcellina si sia convinta che nella sua vita mancava una cosa fondamentale: una tana per lupacchiotte. E si sia comportata di conseguenza.

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