Orticaria e medicina naturale

Un giorno una donna, che aveva una figlia perennemente ammalata, decise di consultare una guaritrice famosa, sembrandole il comune buon senso inadeguato a combattere i sintomi che, con periodica insistenza, disturbavano la vita sociale della bambina e, soprattutto, la sua.

Una prima accurata ricerca nell’ambito della parentela e del vicinato aveva infatti, a suo avviso, non tanto ampliato le sue conoscenze quanto arricchito il prontuario di banalità di cui l’acculturazione precedente l’aveva già abbondantemente fornita, riassumendo la questione con il fatidico: “Sono problemi di crescita”.

La donna, mal tollerando che i problemi di crescita sinistrassero in maniera moderata le figlie delle altre e parossisticamente la sua, si era convinta a ricorrere ad una esperta più qualificata e di indubbia fama. Armata si speranza si recò, quindi, dalla guaritrice e le consegnò la figlia con tutti i sintomi annessi e connessi che la caratterizzavano: prurito ai piedi, aggressività periodica intervallata da malinconie senza rimedio, crisi di agitazione motoria, ecc.

La guaritrice analizzò attentamente la paziente, fotocopiò ogni suo minimo e estemporaneo disegno, registrò il racconto dei suoi sogni, poi, pacatamente, espose alla madre la sua diagnosi: “Sua figlia sta tentando di partorire il bambino della Notte”.

Alla madre prese il classico colpo. Si sa come sono le madri, sopportano figlie incinte solo in età adeguata – adeguata secondo le madri – quando l’evento è preceduto da idonea e possibilmente tempestiva cerimonia matrimoniale con la copresenza di parenti e affini, fiori, pianti e torta nuziale.

La guaritrice, dopo averle prestato immediate cure di pronto soccorso, fu costretta a spiegare che trattavasi sì di parto ma metaforico, che cioè la figlia nel normale passaggio dal pressessuale all’eterosessuale – con consequenziale auspicabile parto di un bambino concreto – doveva affrontare una serie di gestazioni intermedie, preparatorie, per strutturare e rafforzare la sua identità femminile, riassumibile quest’ultima nella maternità. Non nella vecchia e superata concezione di destino biologico, ma come potenzialità riproduttiva originaria insita nel corpo femminile.

Poiché alla donna sfuggiva la differenza – troppo sottile per una mente semplice -, la guaritrice fu costretta ad approfondire la spiegazione, insistendo sul fatto che la figlia femmina, raggiunti i due/quattro anni – ma qualcuna è tardiva e non c’è niente da fare – si identifica con la madre. Infatti, –  commentò – tra un padre peloso, dotato di appendici aggiuntive, sostanzialmente inessenziale per la sua sopravvivenza, e una madre, in genere meno pelosa, non accessoriata da optionals esteriori e soprattutto, prossima, è chiaro con chi debba scattare l’identificazione e quanto precoce possa essere. Ma in questo suo identificarsi, la bambina difetta di un dato cognitivo fondamentale: un corpo sessuato, opportunamente e sanamente eterodirezionato.  Ha solo un corpo presessuato, indiviso perché non in grado di cogliere la relazione d’oggetto, la distanza-separazione tra il suo corpo e quello della madre. Un corpo ignaro dell’Altro in quanto altro da sé, che detiene, però, in sé la propria potenzialità riproduttiva. Perché è evidente che la bambina nel suo identificarsi con la madre ha necessariamente una precognizione di generazione, cioè non coglie razionalmente la relazione d’oggetto ma si coglie istintivamente come portatrice di oggetto. Tanto che l’identificarsi con la madre equivale al suo – della bambina – anticiparsi in quanto madre, il che simultaneamente comporta l’evocazione di un potenziale oggetto figliale (una specie di pre-oggetto irrelazionato): il figlio che, come madre, avrebbe il compito naturale e ovvio di partorire.

Partorire per partenogenesi, visto che il corpo presessuato, nell’impossibilità di prevedere altro da sé – tranne, appunto, misteriosamente il figlio – nell’identificazione con quello della madre – produttivo di prole, come senza ombra di dubbio dimostra l’esistenza della figlia – si assume come potere creativo autosufficiente. Tale potere è come la Notte: buia e tempestosa genera mostri. In quanto la figlia, non sapendo ancora distinguere tra il corpo suo e quello della madre – cioè non comprendendo ancora bene dove comincia e dove finisce -, impegnata nell’improba fatica di identificarsi con sé distanziandosi da sé, senza peraltro avere cognizione di sé, congloba l’oscura percezione che qualcosa non funzioni in un bolo interno, necessariamente assemblato male, del quale vorrebbe liberarsi pur avendo forti dubbi sull’opportunità di esporlo alla luce.

L’oscillazione tra il bisogno di partorire il mostro e l’orrore di metterlo al mondo, se protratta nel tempo, si risolve in oscure patologie: vedi orticaria e prurito. A meno che – aggiunse l’esperta  – la bambina, abbandonando la fissazione onnipotente originaria del farsi i figli da sola, entrata nella fase edipica, e quindi nell’organizzazione degli scambi familiari, non si rivolga al padre per avere da lui – contemporaneamente togliendosi di torno la madre – il figlio sostitutivo di quello primigenio che aveva dovuto abbandonare.

“Altro figlio della Notte?” chiese atterrita la donna, temendo l’annuncio di altri malanni futuri, aggregati alla successione dei parti sia pure metaforici.

“Ma no – esclamò spazientita la guaritrice – solo un normale figlio incestuoso”.

“E cosa è peggio?” insistette la donna per nulla rassicurata.

La guaritrice, recuperando il suo spirito pedagogico, con pazienza spiegò che il peggio non è mai da venire, in questo caso è già venuto. Il figlio incestuoso, come dimostrano i miti, è gradevole, solare, allegrotto – specie quando beve – e per giunta ha vita breve. Insomma ha il buon gusto di morire presto. Oltre al fatto che è un figlio d’ordine: nasce da una paternità equivoca ma certa. Il che significa che la bambina ha finalmente capito, anche se non proprio nei dettagli, che i figli si fanno in due. E’ entrata, quindi, in una fase propedeutica alla successiva ricerca di quell’Altro che la pubertà le fa individuare in un altro, maschio, che non è suo padre, ma che con fini paterni – in senso lato – le gira intorno. Al contrario, il bambino della Notte, come spiegano gli stessi miti, è l’insensato generato nel disordine di una femminilità onnicomprensiva. Se la bambina non lo abbandona, e se lo porta dietro come l’orso preferito, imputridisce e blocca ulteriori evoluzioni verso il normale sviluppo del desiderio femminile, che è sì desiderio di maternità, ma nel senso di fare un bambino vero con un maschio vero, o di fare del maschio vero il bambino vero o, comunque, qualcosa del genere. L’interruzione di tale normale percorso, che testimonia di un pervicace attaccamento a prodotti non finiti, genera il su citato prurito.

In quest’ottica – spiegò l’esperta – compito delle madri che, in definitiva, con il loro desiderio danno vita sia alle figlie femmine che alle loro insensatezze, era aiutare con ogni mezzo – prezzemolo escluso, perché di provata inefficacia – le gestanti ritardatarie ad abortire il bambino della Notte e prepararsi a partorire poi il bambino solare graziosamente ricevuto in premio per l’avvenuto passaggio dall’autarchia alla libertà di una relazione eterodiretta e naturale. Non dandosi in natura altro modo di partorire figli, né rintracciandosi nelle donne, com’è noto, altro desiderio non coincidente con la maternità o ad essa strettamente correlato. Chiariti finalmente dalla guaritrice i termini del problema – per quanto non risolto il medesimo – la donna si accinse al compito di levatrice cercando di individuare ogni tipo di rimedio atto a provocare nella figlia l’espulsione del malefico bambino della Notte. Attività che si risolveva per lo più nell’attesa che la natura, sia pure in ritardo, facesse il suo corso.

Se occasionalmente incontrava la guaritrice, questa non   mancava di chiederle: “L’ha fatto?”.

“Ancora no. – rispondeva la donna – Almeno credo, perché con l’arrivo delle mestruazioni i sintomi si sono modificati.”

Dopo una serie di incontri protratti nel tempo e caratterizzati da domande dello stesso tenore e risposte sempre più imprecise e rassegnate, la guaritrice si trovò di fronte, per l’ennesima volta, la donna.

“Come va?” le chiese sollecita.

“I sintomi sono spariti. Mia figlia ha smesso di grattarsi furiosamente e sembra allegra e pacificata.”

“Benone! – esclamò la guaritrice soddisfatta – Ha finalmente partorito il bambino della Notte. “

“Veramente –  esitò la donna vagamente perplessa, pensando alla figlia che, poco prima, aveva visto ruzzare in un prato in felice compagnia – ho l’impressione fondata che, piuttosto, abbia trovato la bambina per la notte”.

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