La Bella addormentata

Accadde una volta, durante i festeggiamenti per la nascita di una Principessa, mentre il Gotha delle fate si scatenava in un’ostentazione senza ritegno delle singole capacità di elargire doni, che la cerimonia fosse turbata dall’arrivo furente e intempestivo di una fata esclusa dalla  lista delle invitate , vuoi per errore di copiatura degli elenchi da parte delle amanuensi, vuoi per dimenticanza dei genitori reali, vuoi per voluta decisione motivata da precedenti episodi di scarsa costumatezza e cattivo carattere. Difetti di cui la signora di cui sopra diede subito ulteriore dimostrazione.

Mentre infatti le altre fate, addobbate in trine, veli e merletti, secondo la tradizione, agitavano lucidissime bacchette magiche ed elargivano le benedizioni di rito, augurando bellezza, mitezza, ricchezza e prolificità, l’ultima arrivata, presentatasi a cavallo di una scopa a motore di seconda mano, armata di una bacchetta antidiluviana e vestita non certo secondo la moda, né per l’occasione, aveva bofonchiato non si sa bene che formula magica adatta, secondo lei, a salvare la principessa dall’unica cosa temibile al mondo: l’idiozia. Poi, arraffando di passaggio tartine e beveraggi, in una nuvola di vapori inquinanti era sparita.

Passato il momento di sconcerto, la coppia reale era riuscita a ricomporsi, distrarre le ospiti con musica e aperitivi e a riprendere come se niente fosse i festeggiamenti. L’increscioso incidente fu dimenticato.

Per poco. Perché la principessa, pur crescendo allegra e robusta, ogni volta che un’ancella, o la nutrice, o altra facente funzione, la convogliavano verso attività sia pur lontanamente muliebri, piombava di colpo in un sonno profondo, dal quale non si risvegliava se non quando fusi, aghi, pentole e affini non venivano allontanati dai suoi immediati dintorni.

Lì per lì il fenomeno non destò serie preoccupazioni, sembrando in fondo accettabile alla parentela che la Principessa fosse restia ad abbandonare, per attività più consone al genere e al ruolo sociale, certe sfrenatezze dell’età acerba. Ma con il tempo, poiché il sintomo non accennava a sparire ma anzi si acuiva, soprattutto, e paradossalmente in situazioni mondane, per cui ogni volta che a corte veniva organizzata una festa la Principessa, o durante la prova dei vestiti, o mentre le arricciavano i capelli, o nel bel mezzo di una danza, o durante una presentazione cadeva in un sonno di piombo che durava giorni, settimane, a volte mesi, i genitori disperati decisero di interpellare ogni esperta/o a disposizione e inviarono banditori in tutto il paese, promettendo onori e ricchezze a chi avesse saputo guarire il morbo o almeno ridurre gli effetti della maledizione.

Sagge e saggi, guaritrici e guaritori osservarono la Principessa, sia quando era sveglia che quando dormiva, la misurarono, la pesarono, la rigirarono come un calzino, le ammannirono cure allopatiche, cure omeopatiche e rimedi sperimentali, ma non ottennero alcun risultato. Malgrado le terapie, bastava la vista di un fuso, di un telaio, di un tegamino, perché la Principessa si schiantasse al suolo addormentandosi già a metà strada.

Infine, una mente più eccelsa delle altre decise di propinarle il rimedio più terra terra e sentenziò: “Datele   marito e vedrete che tutto le passerà!”

I reali genitori apprezzarono il consiglio, peraltro in sintonia con alcune preoccupazioni dinastiche che stavano diventando pressanti, e organizzarono segretamente una grandiosa asta di principi.

La Principessa, ignara delle trame parentali, mentre giocava a freccette sugli spalti del castello, vide arrivare, in un turbinio di cavalli, corazze e vessilli, la torma degli aspiranti e si addormentò così in fretta che le rimase negli occhi l’orrore della visione e nelle dita il gesto di chi ha appena lanciato qualcosa e ancora ne trattiene la forma.

E dormì, dormì, dormì. E non c’era verso di svegliarla. Tanto che per un po’ la curarono, per un po’ la sorvegliarono, poi se ne dimenticarono. Nel senso che cominciarono a favoleggiare di lei come di una che c’era e non c’era, fuggita in un mondo solo suo, irraggiungibile, di cui non sapevano trovare le strade. La pensavano assente, lontana, al punto che la sagoma dormiente perdeva contorni, svaniva.

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