Le tre melarance

Una rospa, in un giorno di malinconia distratta, aveva trovato una ramarra (il genere dei ramarri, al contrario di quello dei Bufonidi, è facilissimo da riconoscere), semisepolta da una frana e, per pura gentilezza (considerata la concorrenza di una specie nei confronti dell’altra in merito alla caccia degli insetti, zanzare in particolare), l’aveva liberata.

Con sua grande sorpresa, la ramarra le aveva rivelato di essere una Lacerta viridis fatata, con straordinari poteri magici, e le aveva regalato, per ringraziarla, tre melarance, avvertendola di maneggiarle e conservarle con cura, perché in caso di solitudine le avrebbero potuto cambiare la vita.

La rospa, per nulla convinta – anche perché conosceva mele, arance, melagrane, mele cotogne, ma non aveva la minima idea di cosa fossero le melarance – si era portata i tre frutti nella tana e aveva cercato – più con creatività e approssimazione che con scienza – di curarle, o almeno di prestare loro estemporanee attenzioni, tra sé e sé brontolando: “Certo che mi cambiano la vita! La mia tana ormai sembra il giardino delle Esperidi e il mio pollice sta diventando come quello delle rane, disgustosamente verde”.

Comunque, le melarance erano belle, dorate, profumate e la rospa trovava che, in fondo, davano un tocco di eleganza inconsueta alla tana. E continuava a curarle. Poi, un giorno, uno di quei giorni chiusi, di pensieri straniti, che capitano ogni tanto anche alle rospe, decise che era arrivato il momento di fare un esperimento. Prese un coltello affilato – chiedendosi preoccupata se fosse o meno la posata giusta e se si dovessero usare per supporto le mani o la forchetta – e piano piano aprì uno dei frutti.

Dalla melarancia si sprigionò una luminosità cremisi che invase la tana e, con grande fracasso, dal frutto saltò fuori un rospo nerboruto, che con tono basso e profondo esclamò: “Et voilà! Se mi vuoi come rimedio alla solitudine, devi avere cura di me, altrimenti sparirò.”

La rospa sussultò e si mise a inveire contro le Lacerta viridis fatate che facevano scherzi da prete comune, avevano una mentalità colonialista nei confronti della minoranza e propinavano rimedi peggiori della malattia. La sua unica soddisfazione fu constatare che, in assenza di cure, l’esemplare contestato, seguendo gli istinti più radicato del genere, si era tolto di mezzo da solo.

Risolta con un pentolone di camomilla, biancospino e melissa, la crisi di rabbia, e dopo aver contato, con calma, fino a cento, la rospa decise di ripetere l’esperimento, sperando che una qualche illuminazione avrebbe colto la Lacerta viridis, fatata sì ma per niente acuta. Con trepidazione, prese un altro coltello – per paura che precedenti aloni biopsichici influenzassero l’esperimento – e tagliò la seconda melarancia. Una luce verde illuminò la tana, si sparse sulle foglie di loto, e dal frutto saltò fuori, con armi e bagagli, preceduto da un baritonale canto di vittoria, un principe, giovane, bello e muscoloso.

La rospa inorridì. Poi si disperò: “Perché proprio a me doveva capitare una Lacerta viridis fatata e scema? Come farò a farle capire che non era la specie in discussione, ma il genere?”

Mentre il principe, per l’assenza di considerazione, perdeva materialità e svaniva, la rospa ebbe un’illuminazione. Andò di corsa nella sua biblioteca, fece un fagotto di Irigaray, Muraro, Cigarini, Comunità filosofica di Diotima – e chi più ne ha della teoria della differenza ne metta –  e andò a depositarlo vicino al luogo in cui aveva incontrato la ramarra, commentando:

“Speriamo che questa si decida, una buona volta, a mettere al mondo il mondo!”

Dopo un paio di giorni, per quanto scoraggiata, la rospa ritentò l’esperimento. Prese un terzo coltello affilato e con delicatezza e precisione tagliò in due l’ultima melarancia. La tana si riempì di luminoso azzurro e di risata e apparve una Principessa ricciolina tutta chiara.

“Era da capirlo – sospirò la rospa – quella ramarra insensata ha fatto indigestione del genere e si è dimenticata della specie! E adesso, cosa ci faccio con questa Principessa?”

“Dalle mie parti – rispose in Si bemolle una voce tenera – si chiama pratica d’amore”.

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