Se è una principessa

C’era una volta una Regina. Una di quelle regine che, solo per il fatto di avere un figlio maschio, si montano la testa e si sentono le uniche, veraci, originarie Regine. Con la maiuscola.

Ora, la maiuscola non è facile da portare. E’ peggio della corona. Pesa sulla testa e provoca effetti secondari non indifferenti. A causa di tali effetti le Regine inventano strategie a dir poco strambe, che alle regine comuni non verrebbero mai in mente. Proprio perché non gravate da pesi inopportuni.

Il problema secolare delle Regine essendo il sistema ormonale dei figli, irriverentemente autonomo, malgrado gli sforzi delle madri fin dalla più tenera infanzia della prole, avvenne che il principe – un principe di mezza tacca, che con le maiuscole aveva poca dimestichezza e le lasciava senza grandi ansie alla madre -, osservando da una finestra una principessa, o presunta tale – perché altro non gli facevano girare intorno per non creargli confusione – se ne innamorasse e avanzasse strane pretese circa l’eventualità di un matrimonio.

La Regina, alla quale la richiesta aveva aggravato il peso alla testa e provocato non poche preoccupazioni sulla sorte futura dell’erede, aveva richiesto garanzie consolidate:

“Se è una Principessa – aveva osservato – certo è in grado di provarlo e non si tirerà indietro alla richiesta di una piccola, minuscola prova, tradizionalmente utilizzata per smascherare le false principesse.”

I principi – la storiografia accreditata lo conferma – poco intervengono nelle decisioni delle madri. In genere lasciano fare. Per non essere da meno, anche questo principe aveva lasciato fare e si era disinteressato della faccenda, lieto che la madre si incaricasse di tutti gli irrilevanti particolari.

La Regina aveva fatto preparare una camera sontuosa, aveva fatto sistemare sopra al letto cento materassi e, nascostamente, vi aveva infilato sotto un pisello.

“Se è una Principessa – aveva dichiarato – sicuramente si accorgerà che c’è qualcosa di sbagliato nel letto e non potrà dormire”.

Così la candidata era stata accompagnata nella sala del concorso e ivi lasciata per la notte. Notte che, superato il mal di mare dovuto ai cento materassi e la sgradevole sensazione che la faccenda nel suo insieme fosse un tragico errore, la principessa aveva trascorso dormendo come una ghira, grazie alle risorse di in equilibrio psico-fisico a tutta prova.

La mattina seguente, con malcelata soddisfazione – le madri son madri e non c’è niente da fare –  la Regina aveva constatato che la pelle della principessa era rimasta indenne, non mostrava segni di ammaccature di alcun genere, conservava un invidiabile colorito roseo, era liscia, tenera, morbida, intatta. E la principessa in questione non evidenziava segni di disagio, ma appariva del tutto riposata. ”Costei non è una Principessa – aveva decretato – e se non è una Principessa, è ovvio che mio figlio non la possa sposare!”

Il principe, che di tutta la manfrina poco aveva capito, pensò che certo la madre era in grado di decidere del suo futuro – il futuro del principe, naturalmente – meglio di chiunque altro e si apprestò a cercare un’altra idonea candidata, riflettendo fra sé e sé che, per fortuna di metà della specie, l’altra metà è intercambiabile. Trovò un’altra principessa, o presunta tale – le presunzioni in merito sono piuttosto generalizzate – e la condusse dalla Regina.

Fu organizzato il medesimo scenario della volta precedente e la seconda principessa fu lasciata a meditare sopra un pisello posato tra cento materassi e il letto. Poiché però la seconda principessa non era tranquilla come la prima – a dimostrazione che i programmi educativi generalizzati non sempre raggiungono gli obbiettivi previsti – , irritata dal cerimoniale, dalla mole di materassi, dai magheggi di mezza corte, si rifiutò di infilarsi nel letto e, definendo la prova una pagliacciata, dormì di un sonno di piombo sul divano.

“Aveva paura di essere smascherata – dichiarò la custode dei sacri regali costumi – per questo ha rifiutato la prova. Certo non è una Principessa!”.

Con sacro zelo, mettendo a tacere le timide proteste del principe, si sguinzagliò come un segugio alla ricerca di una Principessa adeguata e non si diede pace finché non fu certa di averla trovata. Indi, per non sembrare parziale, chiuse la prescelta nella solita stanza, lasciandola dormire nel solito letto, tra i soliti cento materassi e il solito pisello.

La presunta Principessa, che non si sa quanto fosse Principessa, ma disperatamente voleva essere una Principessa, edotta dalle altrui traversie, si comportò come la tradizione richiedeva: protestò che un oggetto estraneo le provocava lividi e disagi, smaniò calibrando sospiri e gridolini…Insomma, si calò nella parte. E fu dichiarata legittima, originaria, veritiera, certificata Principessa sul pisello. E il principe se la sposò, tutto soddisfatto di aver trovato la perla della sua futura corona. Intanto le altre due venivano guardate con sospetto. La gente le osservava di soppiatto, mormorava al loro passaggio, ipotizzava sulla legittimità della loro nascita, argomentava di maledizioni, malocchio, turba neonatali, prenatali, adolescenziali, allergie inconsulte ai piselli, traumi da caduta e affini. Insomma si interessava costantemente dei fatti loro.

Di fronte all’invadenza, le due istituzionalizzate non-principesse reagirono ognuna a suo modo. Una cercò di adattare il ruolo a sé non potendosi adattare al luogo. E si mise a giocare d’astuzia. Fece tutto quello che si doveva fare: la madre tipica, la madre atipica, la moglie, l’amante, la lavoratrice, la rivoluzionaria, la studiosa, la saggia, l’intemperante, la moderata, la trasgressiva, l’ordinata, la disordinata. Fece tutto insieme. E la gente si sconcertava non riuscendo a capire chi, o cosa, diavolo fosse. Quando l’avevano inquadrata, se la vedevano mutare sotto gli occhi in un lampo. Mai sapevano sotto quali coordinate cercarla. Sembrava cangiante come i suoi occhi, che passavano dal grigio al celeste e poi, all’improvviso, ridevano in un caleidoscopio d’azzurro.

La gente scuoteva la testa. “Si vede che non è una Principessa. Ha lo sguardo troppo serio. Ha la parola troppo autorevole. Ha la penna troppo acuta. Ha l’andatura troppo tranquilla. Ha uno spirito troppo autonomo. Ha il pensiero troppo profondo. E poi, quell’aura scandalosa che vira quello che tocca in azzurro! Si vede che non è una Principessa!”

L’altra non-principessa, che sapeva benissimo di non essere una principessa, e aveva tentato di spiegarlo a mezzo mondo – considerando l’altro mezzo irrilevante ai fini di una comunicazione sensata – senza riuscire a farsi ascoltare, aveva instaurato una strategia molto più elementare. Ogni volta che qualcuna le faceva una domanda in merito, ringhiava. L’abitudine al ringhio, se non aveva prodotto maggior comprensione con la metà del mondo che considerava idoneo a scambi di qualunque natura, era peraltro riuscita ad ottenere che l’altra metà la lasciasse definitivamente in pace. E la non-principessa considerava tale risultato moderatamente soddisfacente. La gente, girando alla larga, commentava: “Si vede che non è una Principessa! Ha lo sguardo troppo cupo. Ha l’andatura troppo sgraziata. Ha un’attitudine all’irascibilità troppo accentuata. Ha i capelli troppo selvaggi. Ha una pigrizia troppo consolidata. Ha una lingua troppo tagliente. Mai potrebbe sembrare una Principessa!”.  La non-principessa rideva: “non sembra, ma con le buone si ottiene tutto. Alla fin fine, anche la gente più tonta capisce le cose ovvie”.

La fama delle due e del loro non-essere principesse si sparse per il mondo, poiché il globo in questione non è così grande come sembra e, soprattutto, è buffo: osanna le Principesse ma passa il tempo a spettegolare sulle presunte non-principesse. Tanto che a queste ultime, in genere, viene il desiderio – anomalo – di incontrarsi. E organizzano – con incommensurabile tracotanza – raduni più o meno annuali di non-principesse. In cui si scatenano per dare dimostrazione di quello che la gente dice di loro, cioè che non sono, appunto, principesse. Anzi – per dare più plateale appiglio alle dicerie sulla tracotanza di cui sopra – aprono sessioni seminariali per indagare cosa sia un Principessa. E si sfidano argutamente sul tema.

Così, inevitabilmente, le due presunte non-principesse si incontrarono e si ritrovarono a discutere amichevolmente sul tema preferito. E, parlando, parlando, fecero notte e decisero di andare a dormire. Ognuna nel suo letto. Forse per scelta, forse per distrazione. Non è dato sapere con certezza. Unica cosa certa fecero notte è che non riuscirono a prendere sonno. Il giorno dopo ripresero la discussione e, parlando, parlando, fecero notte. Ma, meno distratte della notte precedente, decisero di dormire insieme. Perché – si sa – la compagnia facilita il sonno. Almeno così si racconta. Perché le due – che già vantavano una certa reticenza nell’accettare il buonsenso comune –  continuavano a rigirarsi nel letto senza riuscire a chiudere occhio.

“In questo letto c’è qualcosa che mi disturba” si lamentò la prima.

“Hai la pelle troppo liscia” spiegò la seconda, sottolineando le parole con un’indagine sperimentale sul campo e avvicinandosi consolatoria.

“In questo letto ho freddo” continuò la prima, modulando una lievissima, impalpabile richiesta.

“Hai la pelle troppo sensibile” spiegò la seconda avvicinandosi servizievole per riscaldarla. E scoprendo che al suo termostato interno stavano saltando le valvole.

“In questo letto, non mi ricordo più chi sono” insistette la prima inondando le lenzuola d’azzurro.

“Una Principessa, Principessa.” rispose l’altra, che a ricordare chi era faceva una certa fatica, cercando con mezzi non proprio lineari di distrarla.

“Lo dici tu – ridacchiò la prima illanguidendosi – ma la prova ha dimostrato di no!”

“Hanno solo sbagliato prova, tesoro mio” sussurrò la seconda e con tenera, irriducibile ostinazione glielo dimostrò.

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