Audre Lorde. Appartenenze conflittuali

 

AUDRE LORDE. APPARTENENZE CONFLITTUALI[1]

La critica femminista degli anni 70 aveva cercato di definire un universo donna a tutto tondo, onnicomprensivo, Lorde è una delle poete, scrittrici, saggiste, che contribuiscono, patendola sulla propria pelle,  alla decostruzione di tali ideologie. La sua vita,  la sua analisi diventano paradigmatiche dell’intreccio di appartenenze, spesso in conflitto tra loro e mai interamente pacificate o pacificabili, sulle quali oggi ci interroghiamo. Il rischio nell’affrontare il suo pensiero sta nel lasciarsi catturare dal fascino della biomitografia, intesa ancora una volta come una costruzione a tutto tondo, mettendo da parte gli scarti significativi, che non sempre la stessa Lorde sembra cogliere, dai quali emerge che, se l’appartenenza è legame, le appartenenze nelle quali e per le quali si struttura la soggettività tra loro spesso confliggono.

Non conosco Lorde poeta. Non leggo l’inglese, sono una francofono dipendente, e quindi conosco di lei solo i testi tradotti in francese: Zami e  la raccolta dei saggi. Sono convinta che si possa leggere una poeta in una lingua diversa da quella di origine solo se di quest’ultima si riescono a cogliere le corrispondenze e le assonanze. Se non si ha una conoscenza della lingua tale da cogliere corrispondenze e assonanze, per poi ricostruirle, reinterpretarle nella propria, è inutile leggere le opere poetiche. Per tradurre una poesia bisogna essere più fedeli che per tradurre un saggio , perché nel saggio si possono seguire argomentazioni e il filo di pensiero, mentre in una poesia bisogna saper cogliere un’immagine, un’emozione, una corrispondenza più intima. Bisogna riuscire ad essere fedeli non a un codice linguistico ma a una passione che però, senza la conoscenza di quel codice, inevitabilmente si perde. Questa è una prima considerazione per spiegare che di Audre Lorde ho una conoscenza mutilata, proprio per impossibilità di raggiungere alcune radici della sua passione.

L’altra considerazione si riferisce alla mia modalità di approccio con la lettura: in genere o amo un’autrice o proprio non la sopporto. Con Lorde  non riesco a fare nessuna delle due cose, cioè non riesco  ad appassionarmi oltre ad un certo livello, ma non riesco nemmeno a rimuoverla, a dire no non mi serve. E quindi continuo ad intrigarmici sopra, per questa strana problematica che mi propone di rigetto ed appassionamento.

L’ appassionamento credo sia  soprattutto legato all’analisi di una situazione italiana. Perché io sono abituata a ragionare guardando tutto da un punto di vista essenzialmente politico. E ogni volta che si discute dell’opportunità di tradurre Lorde, mi ritrovo a pensare che  se l’avessimo letta alla fine degli anni ’70 probabilmente ci saremmo risparmiate tutta una serie di errori e di incomprensioni. Incomprensioni per esempio tra lesbiche bianche e lesbiche nere. Io ricordo sempre, e  lo ripeterò fino alla nausea,  che alcune problematiche che noi lesbiche italiane non riuscivamo a capire ci sono state chiarite solo in un famoso convegno dell’IGA (mi sembra nel 1977) a Ginevra, quando le lesbiche nere americane ci spiegarono quattro cose sulle differenze tra le loro esperienze e le nostre. Noi non volevamo capire e  litigammo dicendo che eravamo tutte donne, tutte oppresse, e come lesbiche tutte discriminate, arrivammo al punto di rinfacciare ad alcune di loro di essere venute in aereo e con una borsa di studio universitaria, quando molte di noi erano arrivate con l’autostop. Le donne di colore in Italia erano rarissime e non riuscivamo a comprendere un problema elementare. Poi, girando per la città con loro (anche a Ginevra, al di fuori dei quartieri sede degli organismi internazionali, non si vedevano molte persone di colore), osservando gli sguardi, ascoltando i commenti a mezza bocca (e non solo) ci siamo subito rese conto di come stava la situazione e di come eravamo imbecilli. E probabilmente se non avessimo avuto questa esperienza avremmo faticato molto di più a comprendere le loro ragioni, le loro analisi, il loro risentimento che tanto ci disturbava.

A volte però penso che se anche Lorde fosse stata tradotta non l’avremmo capita egualmente, perché la dimensione sociale in cui eravamo immerse era troppo diversa dalla sua.  Nel senso che persino oggi che nel nostro paese l’immigrazione straniera ha riversato nelle città italiane africani, asiatici, sudamericani, e che una realtà multiculturale ci si presenta davanti con le sue problematiche crude e irrimandabili, non abbiamo dietro di noi il peso spaventoso rappresentato dalla cultura americana dello schiavismo. Né lo hanno i migranti che raggiungono il nostro paese. Ma non avere nella propria storia questo peso – patito o fatto patire – ha favorito l’insorgere di un mito tutto italiano (tanto per parlare di biomitografie seguendo Audre Lorde) degli “Italiani brava gente”, che non si sa bene dove sia nato, ma che si è sicuramente nutrito di rimozioni e di perdita di memoria. In una cultura infarcita di questo mito Lorde diventa fin troppo attuale.

Mi spiego con le esperienze che vivo ogni giorno. Io ho un problema di salute che mi impedisce di guidare – sono una delle tre o quattro donne della mia generazione che non guida. Poiché non guido vado a scuola  in autobus. Insegno in un istituto superiore, scuola nella quale gli studenti stranieri aumentano di anno in anno.  Quando leggo in Zami le esperienze infantili di Lorde sull’autobus di una città americana di 40 anni fa,  mi sembra di rivivere atteggiamenti, risentire parole, guardare irritazioni  contro gli immigrati registrate in un autobus della periferia romana nel mio percorso casa- scuola. Dove è finita, mi chiedo, tutta questa gran brava gente? Nel momento in cui il fenomeno della cultura altra, della pelle altra, della dimensione di vita altra ci è piombato addosso, improvvisamente siamo un po’ meno brava gente di quanto eravamo prima. Ma se io volessi utilizzare Lorde per decodificare questa compiaciuta mitologia nostrana, ad esempio traducendo in classe brani di Zami, andrei a sbattere – esattamente come diceva lei – con un altro muro: per non leggere le sue parole in termini di confronto con il proprio razzismo introiettato, Lorde sarebbe liquidata con un: “questa parla così perché è lesbica”. Una specie di quadratura del cerchio, dal momento che l’omofobia non è considerata disdicevole per “la brava gente”.

 Lorde mi intriga quindi da un punto di vista di attualizzazione, perché quanto scrive si riflette su quanto vivo  in una realtà di lavoro che con queste problematiche fa i conti, e che fa i conti senza saperlo. Quando le frasi, gli atteggiamenti colti nell’autobus provocheranno l’accelerazione della collera, allora Lorde diventerà la Cassandra della situazione.  Perché  quando io sento Lorde che parla della collera e guardo i miei ragazzi,  rifletto che sono la prima generazione di immigrati, che spesso non è nata qui, che ancora riusciamo a far sentire ‘fuori posto’, ‘ ultimi arrivati’. Ma i loro figli saranno nati qui. Sentiranno questo paese come casa propria e vivranno come un’ingiustizia mostruosa tutto ciò che tende a farli sentire ‘fuori posto’. Perché questo sarà anche il loro posto. E il razzismo più o meno strisciante che devono respirare farà di loro, inevitabilmente, la generazione della collera. E io mi auguro per loro che possano essere la generazione della collera, nel senso che siano capaci non di farsi solo schiacciare ma di difendere i loro diritti. Ma questo avrà un costo in termini

di scontro culturale, e tanto più ci costerà  perché noi, malgrado le esperienze continue che sono state fatte negli altri paesi europei dove esisteva una realtà, se non come negli Stati Uniti, certo di approdo di popolazioni che venivano dalle ex colonie, non abbiamo imparato assolutamente niente. Questa realtà ci piomberà addosso forse nella maniera peggiore, nel senso che noi pensiamo di essere, come si dice a casa mia, nati imparati. Invece non siamo nati imparati e pensandolo avremo di fronte una realtà sociale  di cui non sapremo gestire i contrasti. La messa a nudo di contrasti che si tende ad ignorare, e che sono policentrici, è uno degli aspetti  del discorso di Lorde che mi costringe a riflettere e  mi riporta nella mia realtà a valutare  differenze – e insofferenze – che non vengono lette e, comunque, non vengono attualizzate, a valutare una tensione che monta e non si risolve facendo finta di ignorarla.

L’altra cosa che mi intriga è, come diceva Liana Borghi prima, il fatto che Lorde anticipa questa consapevolezza contemporanea delle pluriappartenenze. Cioè la politica delle identità, di fatto,  non regge, e se qualcuna/o la segue resta chiusa/o in prese di posizione che oggi non hanno più senso. Oggi  la politica identitaria non è più possibile perché, appunto, siamo coscienti che le appartenenze sono tante e intrecciate fra loro, e ognuna/o di noi – sulla propria pelle – sa quanto la consapevolezza di avere molteplici appartenenze crea – come avveniva per Lorde – conflittualità, per cui si ha la sensazione di non essere mai nel posto giusto nel momento giusto, o che ci sia qualche cosa di sbagliato ovunque ci si collochi. Ma nel momento stesso in cui Lorde mi fa aprire gli occhi sulla conflittualità delle appartenenze, la sua ricerca di una soluzione confligge con il mio sistema di appartenenze e mi impedisce un feeling completo con il suo pensiero. Pur considerando che ci sono dieci anni di differenza tra lei e me, dieci anni vissuti in paesi diversi, con una diversa storia, e diverso peso di esperienze alle spalle, l’ostacolo per me resta che Lorde è tanto americana, nel bene e nel male, quanto io sono italiana, nel bene e nel male.  Il che vuol dire che alcune difficoltà di comprensione – ad esempio il mio essere disturbata dal suo ottimismo – sono dovute alla diversità di clima culturale in cui sono maturate le rispettive consapevolezze.

Io credo di amare un’altra scrittrice, Monique Wittig, in maniera viscerale proprio perché Wittig non era ottimista ma cinica,  ed era veramente una visionaria. Ma visionaria nel senso più di rottura del termine: capace di una visione politica stravolgente, senza mediazioni. Una visione politica collettiva (L’Opoponax, Le Guerrigliere, Il corpo lesbico, tutti i saggi). Solo quando questa visione collettiva viene meno Wittig si disancora dalla politica e si rinchiude in un individualismo pessimista, rabbioso, sofferto (Virgil, non, Paris la politique ), sintomo di un lutto che non riesce ad elaborare.

Lorde non ha lutti perché non è una visionaria. E’ una guru messianica, con una grande forza comunicativa, un potenziale immenso di passione tutto inglobato nella fede americana nell’individualismo: per farcela bisogna lottare, se non ce la faccio significa che non ho lottato abbastanza. Prima di essere una donna politica è una donna di fede. E l’aspetto che meno mi piace di lei. Non condivido quanto dice Margherita Giacobino sulla potenza del materno che emergerebbe dalla biomitografia. Non so se questo è rintracciabile nelle poesie perché, ripeto, non le ho lette. Ma quello che mi sembra emergere da Zami non è tanto il riconoscimento della potenza della madre, quanto il fatto che  Lorde si  riappropria di sua madre, la ricostruisce per identificare se stessa in una figura di potenza. Noi dimentichiamo sempre di storicizzare e quindi non valutiamo che Lorde ricostruisce a posteriori la potenza della madre. In Zami, come nei saggi,  ci sono frasi terribili sulla madre, ad esempio quando scrive che uno degli insegnamenti di sua madre era che dei bianchi non si doveva fidare perché non le avrebbero voluto bene. O che doveva stare attenta alle persone nere perché più nere erano più la loro anima era nera. Ora considerando che, come lei stessa spiega, nella sua famiglia, a parte il padre, la figlia dalla pelle più nera era lei, sentirsi dire una frase del genere dalla propria madre doveva rendere ben dura la vita. Tanto quanto andarsene da casa ed essere cancellata immediatamente dalla vita della madre che, come già aveva fatto in precedenza con l’intolleranza razzista, reagisce alla fuga della figlia rimuovendola, ignorandola, ricostruendo una realtà in cui la figlia semplicemente non esiste.

Per Lorde le appartenenze (a sé, alla famiglia, alla razza) confliggono fin dalle radici, dal rapporto con sua madre. Da questa consapevolezza nasce in lei il bisogno di analizzarle, per poterle governare. Per questo riesce a cogliere lo spessore di un problema che negli anni ’70 – periodo che può sembrare relativamente vicino ma che ha visto svilupparsi approfondimenti teorici imprevedibili – sia in America che in Europa,  era difficile persino formulare. Con il mito della  potenza, con il mito dell’erotismo che si oppone all’apparente ferrea razionalità, Lorde riesce a tenere come sospese queste appartenenze identitarie che la tirano da tutte le parti, a impedire che la consumino facendone materia di poesia, di racconto. Per tenerle in equilibrio le ricostruisce in un piano narrativo, come aperture di possibilità discorsiva.

Oggi, come accennava Liana Borghi nel suo intervento, abbiamo il problema molto contemporaneo di dover fare i conti con appartenenze che ognuna di noi vive e ci tirano in direzioni contrastanti, costringendoci ad un posizionamento in senso sociale ma anche a un riposizionamento continuo di noi con noi a seconda delle situazioni in cui ci troviamo ad agire e obbligandoci alla  lucidità  sulle nostre contraddizioni.  Un problema che si pone con sempre maggiore urgenza. Quando prima citavo il femminismo degli anni ’70,  era per sottolineare che allora  ci sembrava di aver trovato una quadratura del cerchio, e che in quel cerchio potevamo infilare tutto. Oggi molti dei contrasti che si evidenziano tra le generazioni nascono dal fatto che qualcuna è ancora attaccata all’idea che tutto si possa ridurre ad una massa omogenea in cui i conflitti – provocati dal contesto sociale – possono essere compattati. Mentre la riflessione sulla contemporaneità – che siano le giovani o le non più giovani a portarla avanti – si sofferma sui movimenti complessivi e continui che avvengono anche all’interno delle singole soggettività.  Una rigida politica identitaria  non è più praticabile, perché l’equilibrio tra le appartenenze che in qualche modo nel mito dell’erotismo, nel mito della madre nera potente, Lorde riusciva a mantenere,  oggi cede di fronte alla consapevolezza di un conflitto che nasce dentro di noi. La conflittualità che abbiamo di fronte  non è più solo esterna ma è interna ed è una conflittualità con noi stesse.

Riprendo il discorso che avevo iniziato prima, per esemplificare. Nel mio lavoro mi rendo conto che devo gestire un’ambivalenza. Sono la responsabile per l’integrazione delle/gli studenti straniere/i e quindi per loro rappresento nella scuola un punto di riferimento, una possibilità di aiuto e cerco di svolgere il mio compito con responsabilità, soprattutto perché avendo subito discriminazioni non sopporto che altre/i le subiscano.  Ma contemporaneamente devo essere lucida  e consapevole che il messaggio che le/gli studenti ricevono da me è ambiguo, perché risente delle mie ambiguità e si mescola con i messaggi contraddittori che ricevono dall’ambiente, dalla scuola, dalla strada, e che, mentre cerco di aiutarli, perché hanno il diritto di essere aiutati, di fatto consegno strumenti a persone che per cultura, o per ignoranza, per tradizione o per qualunquismo, sono spesso sessiste, omofobe, e  alla prima occasione questo loro sessismo e omofobia li tireranno fuori, anche contro di me. Perché nella situazione di svantaggio da sempre si sviluppa aggressività . Non a caso nella mia scuola gli elementi più aggressivi contro i ragazzi e le ragazze di colore sono quelli che in America chiamerebbero white trush,  spazzatura bianca. Gli studenti che abitano nelle borgate,  che vivono in situazioni familiari di degrado e non riescono a immaginare un futuro diverso sono assolutamente più reattivi perché l’inferiorizzazione dello straniero è un modo di affermare che il loro livello non è l’ultimo della scala sociale. D’altra parte, la stessa reazione porta  gli studenti stranieri a voler inferiorizzare in ogni modo le donne, gli omosessuali. Il conflitto nasce da stratificazioni di disagio che hanno radici profonde e difficilmente razionalizzabili.

Il tentativo di tener tutta la complessità in equilibrio impedisce a Lorde in certi momenti di leggere fino in fondo questa conflittualità interna. Nel suo discorso bellissimo sull’erotismo in realtà lei costruisce un controcanto: non la razionalità come punto cardine ma l’erotismo come punto cardine. Come dire oppone una situazione ad un’altra. Quando parla della grande madre nera in realtà costruisce il suo mito. Cioè costruisce nel suo immaginario quella figura di madre che avrebbe voluto avere, o che avrebbe voluto essere, però è come se in qualche modo non se lo dicesse. Quando parlando dell’erotismo  ad esempio afferma: “ l’asceta è qualcuno che si autonega”, in realtà sta rendendo assoluta e universale la sua visione del mondo. Ma oggi, pur con la consapevolezza dei meccanismi complessi attraverso i quali si struttura la soggettività, in cui sicuramente la razza, sicuramente il colore, l’ambiente, le vicende sociali ma anche le motivazioni sepolte nell’inconscio o nelle esperienze dell’infanzia hanno un peso, riusciamo a definire con tutta questa chiarezza  cosa è o non è sessualità e cos’è o non è erotismo? Per tenere tutto in bilico occorre trovare un punto di appoggio assertivo. Per Lorde il punto d’appoggio è il mito della madre tanto come il mito dell’Africa.

Malgrado il tentativo di mitizzarla, l’Africa per Lorde resta un’astrazione più che un mito. Solo due dei saggi sono bruttissimi. Uno è il resoconto del suo viaggio in Russia, in cui sembra l’Oriana Fallaci in Vietnam quanto ad estraneità. Riesce finalmente a cambiare tono solo quando, nel corso del viaggio, incontra  una donna Chukwo, popolazione in via di estinzione in Russia, con cui riscopre un sentimento di appartenenza nella comune situazione di minoranza discriminata.  L’altro brano è il resoconto del suo viaggio a Granata, la terra di origine della sua famiglia, in cui, dopo una descrizione lirica delle sue impressioni colte nell’attimo fuggente dell’arrivo, non riesce a far di meglio che improvvisarsi storica del passato dell’isola. Perché non guarda la gente di Granata o, se la guarda, non riesce a ritrovare l’emozione di sua madre quando le raccontava della vita isolana, intercalando con “là, da noi…”, con la nostalgia di una terra vissuta come il proprio luogo, la propria casa originaria. Per Lorde il “da noi” ha perso significato. E’ un’Americana, cresciuta negli USA, e come per tutti i figli di coloro che sono emigrati, la terra da cui è iniziato l’esodo non è reale, coincide con quel “da noi…” che identifica con la sfumatura di una voce narrante che accompagnava la sua infanzia, la voce di sua madre. Gli Stati Uniti sono il suo paese, gli Americani, con tutte le loro contraddizioni, sono la sua gente. Gli altri, gli isolani della terra mitica, non riesce a vederli. Per questo si ripete la storia dell’isola, quasi a renderli reali in un discorso razionale, là dove non riesce a rintracciare una reciproca appartenenza. Ne fa oggetto di racconto e nella trama narrativa li ricostruisce riconoscibili per la sua, non per la loro storia. Ma lo sforzo che Lorde compie per tenere insieme appartenenze che le si fluidificano nelle mani senza perdere i confini di sé, apre direttamente la problematica che, come diceva Borghi, oggi ci troviamo ad affrontare. Perché sulla soggettività più indaghiamo, più ci sembra di non sapere.

Abbiamo fatto fuori il soggetto cartesiano, abbiamo fatto fuori una politica identitaria, siamo nel percorso di ricerca di un soggetto contraddetto, così perennemente contraddetto che le contraddizioni stanno spazzando via tutti i nostri, precari, parziali, temporanei punti di riferimento e non sappiamo più dove stiamo andando. Il mondo in poco più di dieci anni – quelli che ci separano da Lorde – sembra essersi spostato di botto dal suo asse. Ci trovavamo a discutere di differenze, razza, sesso, genere e il proliferare di FtoM, di MtoF, transessuali e transgender ha rimesso tutto in discussione. Non è una battuta di spirito politicamente scorretta. Siamo di fronte a contraddizioni che non riusciamo in nessun modo a tenere in equilibrio. Potevamo farlo fino a che ci rassicuravamo con spiegazioni di comodo, raccontandoci che il problema si riduceva al fatto che una lei diventava un lui e viceversa. Ma di fatto non siamo di fronte a soggetti che trovano un approdo definitivo, ma di fronte a soggetti in transito perenne che non possono smettere di medicalizzarsi, perché se smettono si modificano. Allora quando io parlo di appartenenza che configgono dobbiamo fare i conti anche con questo soggetto contraddetto fino al limite in cui noi non avremmo mai pensato e Lorde chiaramente ha aperto un varco a questo discorso.

Simonetta Spinelli

[1] Intervento a: Il valore della differenza. L’attualità del pensiero di Audre Lorde, Convegno Internazionale di studi sul pensiero di Audre Lorde, Bologna 12-14 Maggio 2006, organizzato da Fuoricampo Lesbian Group [cfr. http://www.fuoricampo.net/audrelorde%5D; poi ripreso nella lezione tenuta presso la sede nazionale dell’UDI, Roma 22 Maggio 2006

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