A volte ritorna

A VOLTE RITORNA. MONIQUE WITTIG E L’ITALIA [1]

Ben prima che lo scandalo collettivo del Femminismo rivoluzioni e destrutturi la cultura europea e nordamericana, Monique Wittig ha già contribuito a una rottura scandalosa con i canoni letterari e politici della seconda metà degli anni Sessanta. E’ già una figura disturbante, eccessiva intransigente, pur tra donne che la cultura patriarcale identifica con eccesso, disturbo, intransigenza. E’ scomoda anche per i nascenti gruppi femministi con i quali collabora attivamente. Non a caso è presente in quello che verrà considerato l’atto di nascita del Movimento di Liberazione delle Donne in Francia: la deposizione, a Parigi nel 1970, sotto l’Arco di Trionfo, di una corona in memoria della moglie del Milite Ignoto. Ma la sua è una collaborazione che nasce conflittuale, perché Wittig ha già pubblicato le sue prime opere: L’Opoponax [2] nel 1964 e, soprattutto, Les Guérrillères [3], in cui si manifesta la radicalità di un pensiero che non accetta mediazioni.

La pubblicazione di  Le Corps lesbien [4] nel 1973 e di  Brouillon pour un Dictionnaire des Amantes [5] nel 1975, evidenzia una teoria politica e letteraria ancor meno mediata ma, paradossalmente, l’interpretazione dei suoi scritti come opere letterarie di straordinaria invenzione linguistica e poetica mette in ombra la lettura politica. Tra Wittig e le femministe francesi è in atto una tregua  armata che si interrompe negli anni Ottanta, con la parallela spaccatura del nucleo storico del gruppo Féministes Révolutionnaires, tra le femministe materialiste, tra le quali Christine Delphy e Wittig, e Psych&Po, la cui figura di rilevo era Antoinette Fouque. Si scontrano infatti in Francia due diverse concezioni del femminismo: «Ci sono nel MLF due modalità per riflettere collettivamente sull’identità delle donne, due modi di concepire la differenza dei sessi […]. Per le une la differenza dei sessi è sostanzialmente un prodotto della società, il risultato di un condizionamento» e quindi va combattuta come ogni differenza che crea diseguaglianze, «Per le altre il femminile esiste in sé. [Ma] è stato negato, censurato, svalorizzato», è l’indicibile che deve essere indagato, portato alla luce a partire dall’esplorazione e dalla valorizzazione del corpo femminile attraverso la scrittura.[6]

La polemica tra le lesbiche radicali, che si sentono cancellate dal dibattito femminista, e le militanti etero, è evidente in alcuni scritti di intellettuali di rilievo, tra le quali Simone de Bouvoir, che accusava le lesbiche di voler spaccare il movimento e di pretendere un’egemonia teorica, o le rappresentanti di quello che negli Stati Uniti sarà definito “french feminism”, Hélène Cixoux, Julia Kristeva e Luce Irigaray, che da vari punti di vista hanno contribuito all’affermazione della teoria della differenza sessuale. La frattura diventa irrimediabile ed è puntualizzata da due eventi significativi. Nel 1979 il gruppo Psychanalyse et politique (Psych&Po) confisca la sigla MLF, utilizzata da tutto il movimento femminista francese, e la deposita come marchio privato presso l’Ufficio della Proprietà Industriale. Nel 1980, la rivista «Questions Féministes», testata storica delle intellettuali femministe, viene chiusa per i contrasti nella redazione con le  lesbiche radicali e riaperta, con la loro esclusione, sotto il nome di «Nouvelles Questions Féministes».

All’origine di questa rottura c’è ancora Wittig, che aveva tenuto a New York nel 1978 una conferenza in inglese dal titolo The Straight Mind, poi tradotto e pubblicato in «Questions Féministes»[7]. Conferenza criticata da Cixoux, presente al dibattito, con l’affermazione che il termine lesbica non era usato in Francia perché connotato negativamente. Critica che scatena le proteste di Wittig ma anche delle femministe radicali americane, che pubblicheranno il saggio nella rivista «Feminist Issues», curata dal Foro Femminista di Berkley. La pubblicazione del saggio On ne Naît pas Femme su un altro numero di «Questions Féministes»[8] porterà alla chiusura definitiva della rivista. Gli scritti delle lesbiche politiche radicali saranno da quel momento pubblicate in inglese nella rivista «Feminist Issues», o in francese nella rivista, edita a Montreal, «Amazones d’Hier Lesbiennes d’Aujourd’hui».

Wittig, emarginata e messa al bando, in Francia non ha più voce. Con l’eccezione di una serie di frammenti raccolti con il titolo Paris-la-Politique, che appariranno su un numero della rivista «Vlasta»[9], non può pubblicare opere in francese  a causa di un contratto capestro che la lega alle èditions de Minuit che, con una dissennata e vessatoria politica editoriale, pubblicano nel 1985 la sua ultima opera narrativa, Virgile, Non [10], ma bloccano le richieste di traduzione e non ristampano i suoi testi precedenti. Wittig decide di emigrare negli Stati Uniti dove  i suoi scritti politici avranno una grande divulgazione, pur continuando a scatenare polemiche anche tra le intellettuali lesbiche . In particolare Adrienne Rich oppone la sua teoria del continuum lesbico a quella che considera la deriva identitaria lesbica.

Per Rich l’eterosessualità è un’istituzione «che si è dovuta imporre, organizzare, gestire, propagandare e mantenere con la forza»[11], ma il riconoscimento della presenza storica  delle lesbiche e il suo dato di resistenza alle imposizioni patriarcali non abbraccia la complessità dei rapporti, delle complicità con cui le donne nei secoli si sono date forza. Se il riconoscimento del lesbismo è necessario non è, secondo Rich, sufficiente:

vi è un nucleo di contenuto politico nell’atto di scegliere una donna come amante…

a dispetto dell’istituzionalizzazione dell’eterosessualità. Ma affinché l’esistenza

lesbica possa dare concretezza a questo contenuto politico… la scelta erotica

deve approfondirsi… fino a divenire una consapevole interiorizzazione di una

soggettività femminile.[12] 

In quest’ottica, il continuum lesbico è il terreno comune in cui, partendo da sé e non dalla cultura maschile, al di là dei diversi percorsi di ricerca della propria identità, ogni esperienza di consapevolezza delle donne contribuisce a costruire soggettività femminile.

In Italia Wittig appare e scompare. Si ha una conoscenza episodica e frammentaria delle sue opere. Con una particolarità: ogni generazione legge e si appassiona a opere diverse, che a loro volta appaiono e scompaiono. Di gran parte dei suoi scritti, ad ogni generazione, lesbiche ed etero danno interpretazioni discordi e contraddittorie. Ma ogni volta che si crea un ristagno politico, un tentativo di ricondurre il dibattito entro sponde rigidamente perimetrate, qualcuna riscopre Wittig e se ne assume lo scandalo, anche contro le chiusure delle stesse lesbiche. Perché anche all’interno dei gruppi lesbici o queer, Wittig continua ad essere un punto di contraddizione perenne. 

La prima opera di Wittig tradotta in Italia è L’Opoponax nel 1966.[13]  E’ un testo sperimentale, che ha ricevuto in Francia il prestigioso premio Medici, ed è considerato inquadrabile nelle esperienze del nouveau roman, anticipato da Nathalie Sarraut e teorizzato poi da Alain Robbe-Grillet, corrente letteraria che modifica la tecnica narrativa del romanzo, eliminando le annotazioni psicologiche dei personaggi per costruire l’immagine oggettivata di un universo estraniato ed estraniante. E’ un testo che, nello stesso tempo, affascina e respinge, e incontra la prima generazione di donne che, in un paese – l’Italia – che fatica a sprovincializzarsi, è entrata in numero consistente nelle Università, si è gettata a testa bassa nell’emancipazione, legge ossessivamente, quasi dovesse recuperare il tempo perso dalle generazioni precedenti, e si appassiona ad ogni forma di sperimentalismo.

L’Opoponax , come scrive Catherine Ecarnot [14],  è «un roman qui ne raconte pas», è la registrazione acritica di eventi percepiti attraverso lo sguardo di una bambina, eventi che scorrono, si susseguono dall’infanzia all’adolescenza, senza un ordine preciso, senza che un accadimento assuma più rilievo di un altro.  Il linguaggio non ha sbavature, mai indulge in divagazioni poetiche o osservazioni psicologiche, come una macchina fotografica che inquadra oggetti, persone, luoghi, registra la cronaca quotidiana di un soggetto, che ancora soggetto non è e non è personaggio, identificato unicamente attraverso un dato anagrafico, Catherine Legrand. Ma emerge, in questa infinito sovrapporsi di sequenze, un’infanzia senza sovrastrutture, vista con occhi che non hanno disimparato a guardare e identificano il mondo con quello che osservano, non tradotto attraverso parametri culturali. Lo sguardo ancora privo della consapevolezza di sé  – sottolineato dall’uso del pronome indefinito, che spesso si sostituisce al nome: «Si va a scuola», si «gioca in giardino», ma anche «Catherine Legrand gioca» – si osserva  e osserva i compagni di classe e di gioco, come un insieme indifferenziato, distinto solo dalla ripetizione dei loro nomi come compaiono nel registro di classe: Dominique Baumme, Denis Parme, Robert Payenne. Non hanno ruoli le bambine e i bambini, solo la concomitanza dei cognomi indica che forse tra loro ci sono sorelle, fratelli, parenti, e le differenze di sesso ancora non contano. Al contrario gli adulti non hanno nomi, solo ruoli: la madre di…, il prete, la suora, la signora, la signorina. Ruoli appresi per imitazione, dei quali non si conosce la ragione né il significato. Anche la scrittura è appresa per imitazione: prima segni copiati dalla lavagna, poi identificazione di lettere e ripetizione mnemonica di  parole. Come un inconsapevole apprendistato . Che non ha fasi percepite, perché il tempo in L’Opoponax è lineare. E’ un eterno presente che scorre, senza che il passaggio dalla scuola alle vacanze, dall’infanzia all’adolescenza sia percepito come serie di tappe temporali.

Riletto negli anni Settanta, e discusso appassionatamente nei collettivi femministi come il romanzo che racconta, senza raccontarla, la nascita di una consapevolezza e la nascita della scrittura, L’Opoponax assume per le donne lesbiche un significato più complesso. Lo sguardo dell’infanzia che tutto registra e affastella con una curiosità onnicomprensiva, senza gerarchie e piani logico-temporali, se non quelli del continuo e immemore scorrere del presente, isola a poco a poco una soggettività inconsapevole, ma proprio per questo non ancora regolamentata dai codici sociali. Che costruisce rituali suoi, impermeabile com’è alla logica dei rituali che vede recitarsi intorno e inventa una storia sua, di magia, di potenza, per un gioco di seduzione che non sa capire né esprimere e di cui deve inventare le parole. E scriverle, per un’urgenza di sentimenti che deve essere nominata con una parola nuova, tutta sua: Catherine Legrande scrive OPOPONAX in lettere maiuscole sul suo quaderno. Opoponax è parola magica che identifica un essere mitico, «né animale, né minerale, né vegetale»[15], indeterminato, incomprensibile,  indescrivibile, poco raccomandabile, metafora di ciò che interrompe, eccede la vita di ogni giorno, e non può essere detto con il linguaggio dell’abitudine. «Dice che Valerie Borge ha mani gambe viso d’un bruno lucente… Dice che è l’Opoponax»[16]. Il quotidiano viene riscritto dalla gerarchia irriducibile della passione.

Per le femministe lesbiche nasce già qui la scrittura letteraria e politica di Wittig, che è letteraria perché politica, e ha origine  dall’urgenza di trovare un linguaggio che esprima ciò che prima mai è stato detto. Che la norma non prevede e la cultura non nomina.

Il Corpo Lesbico  è tradotto in Italia nel 1976 [17], in pieno femminismo, e le lesbiche politicizzate che militano nei collettivi femministi se ne innamorano perdutamente. Perchè Wittig in questo testo stravolge tutto: impone di prepotenza le figure e il linguaggio dell’eccesso, ignorando le convenzioni letterarie e linguistiche, riattraversa generi e strutture sintattiche, costruisce una poetica impensabile per dire l’indicibile: il corpo lesbico è corpo del desiderio di una donna per una donna. Senza mediazioni il corpo lesbico irrompe sulla scena, impudente, inaddomesticabile, non inquadrabile in termini convenzionali: corpo stravolto, smembrato, reinventato e poi ancora stravolto. La non-donna non è solo seno, vagina, glutei; è pelle, muscoli, ossa, struttura, è organi interni ed esterni, è umori, è cellule e tendini, è scaglie, fibre, arterie, midollo. Il percorso d’amore è un percorso epico in cui tutto va scoperto, risignificato, inventato in aderenza al desiderio che lo muove. Il soggetto di quel desiderio e di quel percorso è a sua volta un soggetto che accetta il rischio della disintegrazione per potersi ricostruire come corpo desiderante: j/e, nè femminile, nè maschile, perchè il femminile e il maschile sono il risultato di una convenzione sociale che il corpo lesbico, nella sua ricostruzione di sé per sé, cancella e rende insensato.

Se Il corpo lesbico ha coinvolto nella fascinazione gran parte delle femministe che vi hanno letto, sia pure da ottiche diverse, una restituzione di orgoglio, l’interpretazione che ne è stata data ha segnato tra lesbiche ed eterosessuali l’inizio di una frattura che si sarebbe approfondita molto più tardi. Ma che già era visibile nei primi commenti. Per le donne eterosessuali, come appare chiaramente nella nota introduttiva di Elisabetta Rasy, premessa all’edizione italiana, fondante in Wittig è «il recupero politico del sociale che la donna vive all’interno del proprio corpo, territorio di colonia sconosciuto e ostile», o la metafora del viaggio solitario, puntualizzato dalle «stazioni anatomiche del corpo lesbico», verso la riappropriazione di sé e l’uscita dalla logica dell’oppressione.[18]

Per le lesbiche – Teresa de Lauretis[19] lo dirà per tutte negli anni Ottanta in altro contesto – il corpo lesbico segna il percorso di «una fatica d’amore», una ricerca del desiderio che, proprio perché è desiderio di una donna per una donna, costruisce una diversa economia erotica[20]. Ma perché questa economia erotica si instauri non è sufficiente una donna. E’ necessaria una lesbica, cioè una donna amante/amata, desiderante/desiderata da un’altra donna. Consapevoli l’una e l’altra del desiderio e motivate, proprio da quel desiderio, a costruirne il linguaggio e la pratica, a «riconoscerlo in un’altra semiotica». Il soggetto smembrato/rimembrato è soggetto di una relazione sessuale e sessuata e la «fatica d’amore» , ironica e cruenta, è il percorso della sua  ricerca di senso.

I termini per un approfondimento e un confronto sulla sessualità, a partire dalla materialità dei percorsi, erano tutti lì, nel corpo lesbico che non corrispondeva più al corpo culturalmente e socialmente definito “donna”. Ma nessuna ha aperto quel confronto. Né lesbiche, né eterosessuali, perché il sentirsi in un’appartenenza comune sembrava in quel momento in Italia ancora politicamente prioritario. Così insieme al discorso sulla sessualità è stata rimossa Wittig.[21]

Agli inizi degli anni Novanta, quando il «Bollettino del CLI», periodico romano che circola soltanto tra lesbiche spesso non politicizzate, pubblica la traduzione del  saggio The Straight Mind, la situazione in Italia è molto cambiata: il post-femminismo si è focalizzato  sulla teoria della differenza sessuale, che rappresenta la rielaborazione del pensiero di Irigaray attuata dal gruppo storico della Libreria delle Donne di Milano e dalle filosofe del gruppo Diotima dell’Università di Verona.

Il pensiero della differenza sessuale interpreta il femminismo come l’epoca storica che vede prendere forma una genealogia di donne che si legittimano solo  in forza della loro origine femminile. In quest’ottica la libertà femminile non discende dalla comune aderenza ad un sistema di diritti civili, cosiddetti universali, ma si ingenera nel suo collocarsi in una comunità simbolica che è costruita, portata alla luce, sessuata attraverso la pratica di assumere come unico punto di riferimento le altre donne. Tale pratica non corrisponde al concetto di solidarismo femminile, privatistico e consolatorio, ma è pratica sociale del riconoscimento della disparità tra donne, a partire dalla reciproca capacità di situarsi all’interno di un ordine simbolico femminile. Costruire un sistema di mediazione simbolica femminile in un mondo che non la prevede significa provocare la nascita sessuata del mondo. In questa teorizzazione, le differenze tra donne vengono lette come predeterminate da un ordine sociale non autonomo, quindi considerate poco significative. Scopo comune delle donne, e unica ragione della loro politica, è la costruzione della libertà femminile. La pratica attraverso la quale la singola donna potenzia la libertà femminile è rilevante solo in quanto concorre alla costruzione comune, con il portato di esperienza e conoscenza, ma non è significativa in sé.[22]

Le lesbiche che sono cresciute nel femminismo si trovano così a fare i conti  da una parte con la loro vita, dall’altra con la dipendenza culturale delle figure di autorità femminile che hanno di fronte. Madri simboliche che hanno costruito pensiero nei trenta anni trascorsi, che hanno insegnato alle giovani generazioni di donne a costruire spazi di intelligenza, reti di rapporti, voglia di vincere uscendo dal vittimismo e dalla miseria femminile.  Madri simboliche che hanno però alzato intorno al desiderio lesbico una cortina di silenzio, ricacciandolo nella dimensione del privato, dell’inessenziale. In questa storia mutilata le lesbiche vivono la scissione tra la fedeltà a un pensiero che ha costruito – costruisce – cultura a misura di donna e il loro corpo che parla di uno spazio di desiderio a misura di lesbica. Non accettano emarginazioni da un discorso che non le comprende. E rilanciano una polemica. Di nuovo con le parole di Wittig.

Nel 1995, alla fine di un biennio in cui per la prima volta in Italia si è festeggiata, con grandi manifestazioni di piazza, la giornata dell’orgoglio omosessuale, un gruppo di riflessione politica di Bologna, il Laboratorio di critica lesbica, organizza un dibattito con la redazione di «Quaderni Viola»[23], periodico femminista milanese, sulla politica lesbica e sull’eterosessualità obbligatoria. Tra i materiali proposti per il dibattito: The Straight Mind di Wittig.

La redazione di «Quaderni Viola», pur condividendo l’analisi lesbica sull’eterosessualità come costruzione sociale, accusa le donne lesbiche di radicalizzare il dibattito, di restare nei limiti di una politica identitaria con il suo portato di logiche frammentarie e parziali. Le lesbiche sono accusate di mescolare desiderio sessuale e coerenza ideologica, di voler imporre un comportamento sessuale, di autoghettizzarsi. Pur ammettendo che per le lesbiche, soggetti discriminati, identità e possibilità di esistenza possano coincidere, le donne femministe negano che il desiderio possa rappresentare altro da una delle tante articolazioni della soggettività politica.

Il Laboratorio risponde che riconoscere nelle dinamiche di oppressione contro le lesbiche uno dei momenti della sopraffazione sociale e simbolica contro le donne, oltre che contro le lesbiche, è un punto di partenza minimale e non è sufficiente a costruire una progettualità in grado di scardinare le strutture di potere, il cui perno è individuato nell’eterosessualità obbligatoria. Non è possibile – insistono le lesbiche del Laboratorio – agire per l’autonoma risignificazione dell’essere donna lasciando tra parentesi il ruolo della sessualità nello strutturare la soggettività e non acquisire come criterio di intelligibilità politica del femminismo la presunzione di eterosessualità implicita in ogni meccanismo sociale.

L’anno seguente, nel corso di un convegno organizzato a Bologna dall’associazione Orlando del Centro di documentazione delle donne  e dall’Università di California, Antonia Ciavarella del Laboratorio di critica lesbica, stanca di ascoltare le femministe italiane che si rilanciano analisi e dibattiti accuratamente evitando di parlare di sessualità e lesbismo, malgrado gli spunti di riflessione portati avanti da lesbiche autorevoli presenti, tra le quali de Lauretis (difficile da rimuovere), scatena un pandemonio nell’assemblea gridando un provocatorio «Le lesbiche non sono donne!». L’asprezza delle polemiche evidenzia ancora una volta, per dirlo con Wittig, che l’omosessualità è la maggiore interdizione del nostro sistema socio-culturale. Nominarla mette in pericolo la coerenza interna sia dell’ordine simbolico dato, sia di quello della madre simbolica.

Alla fine degli anni Novanta, in Italia, i gruppi lesbici separatisti – radicali si direbbe altrove – sono quasi muti,  mentre crescono a dismisura i gruppi di lesbiche che si riconoscono nell’associazionismo che lotta per i diritti civili e rappresenta il nuovo modello politico per le giovani generazioni.  Con l’eccezione di una piccola frangia minoritaria che si definisce separatista, rifiuta di collaborare con i gay, condivide la critica della teoria della differenza sessuale al sistema di diritti codificato, ma non si riconosce nelle pratiche che considerano la scelta sessuale insignificante nell’ottica della libertà femminile, rimuovendo il lesbismo. E’ una minoranza che cerca il confronto con le lesbiche femministe e si scontra con la chiusura e l’immobilismo. Resta fuori da un dibattito teorico per il quale non sempre ha strumenti e che interpreta, per reazione, come scollegato dalle esperienze di vita, poi scopre fortunosamente Wittig. [24]

Per sfida (uscire dalla scelta obbligata tra la politica dell’irrilevanza del lesbismo e la richiesta di diritti civili), e per appassionamento a uno dei pochi testi in cui una lesbica può riconoscersi senza mettere tra parentesi la propria vita, le giovani pubblicano nel 1996, in edizione pirata e artigianale, Le Guerrigliere. In Le Guerrigliere viene attuato l’espediente linguistico inverso rispetto a quello già sperimentato in L’Opoponax per  annullare la sottolineatura del genere. Nel primo testo l’uso del pronome indefinito (in francese “on”) permetteva la dislocazione dei personaggi del romanzo al di fuori della divisione sociale dei sessi. Wittig scrive che l’utilizzazione di “on” «…è stata la chiave che …ha permesso l’accesso a un linguaggio di cui nulla turba l’uso e l’esercizio (soprattutto non il genere), come avviene nell’infanzia quando le parole sono magiche…»[25].  In Le Guerrigliere il soggetto diventa “elles”, femminile plurale  che assume il segno di soggetto umano assoluto scalzando il maschile imposto dal linguaggio codificato. Ma tale operazione non va nel senso della femminilizzazione del mondo, che a Wittig  suscita orrore come la mascolinizzazione, è piuttosto un tentativo «…di rendere le categorie di sesso obsolete nel linguaggio»[26].

Le Guerrigliere è in apparenza il testo più facile di Wittig. In apparenza perchè Wittig già qui, come farà altrove (in Virgil, Non ,  gioca persino con Dante), riattraversa con dissacrante ironia le strutture narrative note, dal mito all’epopea, dalle tradizioni popolari ai resoconti storici, al romanzo d’azione. E’ la cantora di una comunità di “resistenti”, guerriere che si muovono insieme e si raccontano come in un coro di tragedia greca: «[Esse] Dicono che non hanno bisogno di simboli o miti…»[27], «[Esse] Dicono che essendo portatrici di vulve conoscono ciò che le caratterizza…»[28], «[Esse] Dicono ti hanno tenuta a distanza, ti hanno mantenuta, ti hanno innalzata, costituita in una differenza essenziale…»[29], «[Esse] Dicono che la guerra è un affare di donne…»[30], «[Esse] Dicono…» La collettività predomina sulla singolarità, l’appartenenza sulla divisione, ma elenchi di nomi femminili intervallano le pagine e sembrano la premessa di quanto verrà detto in seguito nei saggi: le lesbiche fuggono dall’eterosessualità ad una ad una come gli schiavi neri dalle piantagioni. E nella fuga perdono le loro caratteristiche di “donne”. Non sono più le vittime sacrificate, inchiodate ad un ruolo che le vuole pacifiche, assoggettate, passive, diventano una collettività per necessità e per scelta. Una collettività che può essere cruenta, feroce, dissacratoria, ma anche narcisista e autoreferenziale, e poi di nuovo capace di rimettere in discussione anche quanto nel percorso rischia di diventare un contro-mito.

Le Guerrigliere mette in scena, senza mediazioni o edulcorazioni, il rapporto tra i sessi come una guerra di difesa cruenta e spietata in cui è in gioco per le donne la libertà di esistere, e quindi non prevede trattati ma solo la vita nella vittoria o la morte (fisica, morale, sociale) nella sconfitta. La struttura del testo segue la cadenza del poema epico, nella ridondanza delle immagini, nel ritmo delle azioni che si sovrappongono e si inseguono, nella coralità delle rappresentazioni. Al presente dell’infanzia dell’ Opoponax si sostituisce il tempo circolare di un pensiero e di un linguaggio in perenne divenire, in cui il prima, il durante e il poi si intrecciano senza soluzioni di continuità. Al soggetto impersonale del primo romanzo si sostituisce il soggetto collettivo (“elles”) che scandisce tutte le pagine del testo, sfruttando l’obbligo della lingua francese alla ripetizione del soggetto del verbo (frettolosamente omesso nella traduzione italiana). Il soggetto universale maschile, che nella convenzione linguistica assorbe il plurale femminile rendendolo neutro, viene qui scalzato dalla martellante ripetizione del soggetto femminile identificato come unico titolare dell’azione («[Esse] Dicono che…») con un effetto travolgente di spaesamento culturale. L’espediente linguistico porta la collettività di donne guerriere in primo piano: «[esse] dicono… [esse] raccontano… [esse] combattono… [esse] cantano…» e decostruisce un soggetto passivo ricostruendolo come soggetto agente, in lotta, consapevole della propria forza: «[Esse, guerrigliere, combattenti, autodefinite]  dicono…» Le donne cancellate dalla storia diventano il soggetto incancellabile della storia.

Agente è il soggetto collettivo – le Guerrigliere – ma Wittig sottolinea come questo corpo sociale in divenire sia costruito da corpi, pensiero, determinazione che hanno i mille nomi delle innumerevoli donne che lo compongono, che lo fondano. Sono tante le Guerrigliere e ognuna di loro è una singolarità che sceglie di farsi con le altre corpo sociale.L’espediente letterario della circolarità temporale segna il divenire della collettività. La sequenza temporale degli avvenimenti (la lotta al patriarcato, la vittoria, la ricerca di senso) è scompaginata. L’evento intermedio dà l’avvio al testo, quello iniziale lo conclude, come a sottolineare che la collettività ‘inaudita’ delle Guerrigliere si struttura simultaneamente sulla memoria, sulla costruzione di senso, sulla continua rimessa in discussione delle certezze acquisite. Il passato e il presente riacquistano significato solo in quanto parti interconnesse di un percorso di conoscenza che non si fossilizza ma perennemente cerca di rinnovarsi.

La parte finale del testo ripercorre la guerra di liberazione: guerra feroce, senza esclusione di colpi, guerra di schiave che per riappropriarsi della vita uccidono e sono uccise, rispondono alla violenza con la violenza. E’ la parte dell’opera che più ha suscitato critiche, che ha fatto gridare allo scandalo, per la rappresentazione cruda dei dettagli, per la visione apocalittica dei massacri. Wittig vuole un mondo di donne scatenate e violente, di furie omicide, vuole un incubo, si è detto. Ma Wittig non vuole un incubo, si limita a sottolineare – senza alcuna mediazione o tentazione di ammorbidimento – come l’incubo sia già incarnato nell’eccesso di violenza che scatena in chi lo subisce una lotta di difesa altrettanto violenta, altrettanto eccessiva. L’incubo è tutto inscritto nella realtà dell’oppressione di un sesso sull’altro che fa, quotidianamente, strage di corpi e desideri. Uscirne è un imperativo etico, una necessità così forte da non poter tollerare tregue né tentennamenti. 

L’inizio dell’opera rappresenta la comunità vittoriosa. Le Guerrigliere si riappropriano dello spazio, ricostruiscono tempi a dimensione dei loro corpi, costruiscono rapporti, riti. E’ l’epopea della libertà e del ritrovamento: ritrovamento di sé, del senso della collettività orgogliosa. Le donne vincitrici riscoprono saperi antichi, inventano storie nuove e reinterpretano storie passate, si prendono cura di sé e delle altre e iniziano le bambine ai riti del riconoscimento attraverso l’uso del «femminario»[31], il libro delle «portatrici di vulva»[32], in cui sono incisi i simboli «del cerchio, della circonferenza dell’anello, della O, dello zero, della sfera»[33], il libro che riporta gli infiniti «nomi della vulva»[34].

La costruzione del soggetto collettivo “Guerrigliere” necessita di un’opera di invenzione di linguaggio, di mitologia, di costume, ma questa ricerca di libertà rischia di trasformarsi in codice. La parte intermedia dell’opera mette in scena proprio la messa in discussione di quanto è stato costruito, segnato, reso solido dalla coscienza collettiva delle donne, e la consapevolezza del rischio sempre presente di ridurre il sapere conquistato a ideologia: «[Esse] dicono che concepiscono i loro corpi nella loro totalità. [Esse] dicono che non privilegiano una delle sue parti con il pretesto che è stata un tempo oggetto di proibizione. [Esse] dicono che non vogliono essere prigioniere della loro ideologia»[35]. Il femminario viene sostituito da un libro con le pagine bianche in cui ogni donna, di ogni età, può scrivere opinioni, desideri, visione del mondo. La ricerca porta al rifiuto delle convenzioni, del codice imposto: «[Esse] dicono che i simboli che esaltano il corpo frammentato sono temporanei, devono sparire… [Esse], corpi integri primi principali, avanzano camminando insieme in un altro mondo».[36]

Il tentativo di rilanciare, attraverso Wittig, il dibattito resta poco conosciuto.  L’edizione pirata ha una scarsissima diffusione perché è un mezzo troppo povero per veicolare contenuti nell’era di Internet e perché ormai egemoni sono i gruppi che lottano per la parità dei diritti civili, soprattutto per il rilievo che hanno sui mezzi di comunicazione e per il fatto che le loro proposte raggiungono, bene o male, anche il Parlamento. Sorte analoga toccherà alla pubblicazione di Virgile, Non, che sarà tradotto in italiano 30 anni dopo la sua uscita in Francia.[37]

In  Virgile, Non, spassoso rifacimento del viaggio iniziatico di Dante, più che ironico caustico, tutto è stravolto. Il viaggio non segue tappe progressive e lineari ma si risolve in una confusione di passaggi che si irradiano da una landa deserta, spazzata dai venti, e approdano in luoghi, situazioni, in cui tutto è rivisitato e riletto: la stessa guida, Manastabal, è una lesbica in camicia e jeans, alter ego razionale, pacata, capace di strategie di contro a una Wittig passionale, esacerbata, incauta, rabbiosa; l’inferno è la banalità feroce del quotidiano rappresentata da una lavanderia a gettoni, un parco, una stazione ferroviaria, luoghi simbolo di una  violenta volgarità di rapporti santificata dal codice; il limbo, luogo di attesa e di provvisorio riposo è tutto racchiuso nei bar lesbici di S. Francisco, in cui l’orrore è messo tra parentesi scolandosi un bicchiere di vino ma resta appena fuori dalla porta, così come l’aspettativa del paradiso da raggiungere con una lotta che non ha fine. Paradiso che è un luogo di  angeli con la vulva[38] , figure non neutre ma fortemente sessuate, che preparano per le anime salvate un «festoso banchetto all’aria aperta… risarcimento simbolico della miseria e della “fame storica” delle oppresse»[39].

Tutto è giocato sulla decodificazione e sui paradossi. I mostri terrificanti non sono pericolosi: l’aquila imperiale, simbolo minaccioso del potere, si rivela un robot meccanico che ripete frasi fatte e che il calcio del fucile di Wittig è sufficiente a demolire; il gigantesco ullifante racconta storie, filosofeggia e le lascia usare la sua pelliccia come coperta quando vuole dormire; il mostruoso dominatore di tempeste, il barlababu dalle cinque corna, si diverte a spaventarla e a prenderla in giro per poi offrirle un passaggio veloce sul suo dorso. Altri sono i mostri che popolano l’inferno, non soggetti ma categorie: da un lato i detentori della violenza, gli amatori armati di  guinzaglio, gli spettatori all’asta nel mercato delle anime dannate, il nemico, gli avversari, i cacciatori in automobile, forti di un presunto diritto naturale al dominio e alla tracotanza, dall’altro miserabili creature, vittime, anime dannate in vendita, schiave complici di chi le schiavizza, incapaci di ribellione. Ad appesantire queste ultime, come se non bastasse l’adesione passiva e acritica agli stereotipi di ruolo, gli «annessi» – ironia al vetriolo di Wittig per indicare i figli – : «… ovunque esse siano hanno i loro annessi. In tempo di guerra, in tempo di carestia, gli annessi continuano regolarmente ad aggiungersi a loro…» –  accessori  che Manastabal, la guida, definisce «…della stessa categoria del secchio d’acqua della schiava.» – di cui non possono fare a meno, tanto che «…quando i loro annessi cercano di staccarsi… [soffrono] la mala morte a causa della loro assuefazione»[40].

Virgile, Non , rappresenta la definitiva rottura di Wittig con il femminismo tacciato di non riuscire a gestire una critica radicale al sistema di dominio patriarcale e di più o meno velata omofobia.

In Italia il testo arriva con eccessivo ritardo ed è considerato troppo datato per essere ripreso nel dibattito della contemporaneità. Wittig sparisce di nuovo, poi di nuovo torna in ballo, sia pure con discordanti polemiche, nel dibattito queer[41] e nelle teorizzazioni dell’opposizione minoritaria, ma combattiva, alla maggioranza di gay, lesbiche e trans che lotta per i diritti civili. Ancora una volta, là dove si pone prepotentemente una domanda di radicalità, una nuova generazione riscopre Wittig. Per questo, quando mi chiedono, per curiosità verso un’icona del passato, di parlare di lei, ricordo che «A volte ritorna».

Simonetta Spinelli

Novembre 2010

 

[1] Intervento al Seminario: Attraversare i confini:pratiche culturali e politiche del femminismo italiano (anni ’70 e ’80), 11/11/2010, Roma, Uniroma3, poi in «Genesis», X/2, 2011, pp.125-139

[2] M. Wittig, L’Opoponax,  Editions de Minuit, Paris 1964 (trad.it. C. Lusignoli, Einaudi, Torino 1966)

[3] M. Wittig, Les Guérrillères,  Editions de Minuit, Paris 1969 (trad.it. pirata di A. Cuenca,  autoproduzione delle Lesbacce Incolte, Bologna1996)

[4] M. Wittig, Le Corps Lesbien,  Editions de Minuit, Paris 1973

[5] M. Wittig, Brouillon pour un Dictionnaire des Amantes,  écrit avec S. Zeig, Grasset,  Paris 1975

[6] Françoise Picq, Les annèes – mouvement Libération des femmes, Paris, Seuil, 1993, p. 129 (trad.it. mia). Sulla disputa tra le due anime del femminismo francese cfr. anche Rosi Braidotti, Il paradosso del soggetto «femminile e femminista», in La differenza non sia un fiore di serra, a cura de Il Filo di Arianna, Milano, Franco Angeli, 1991, pp. 18-19; Marie-Hélène Bourcier, Wittig la politique, in Monique Wittig, La Pensée Straight, Paris, Bolland, 2001, pp. 30.32, in particolare nn.15-16-17; Catherine Ecarnot, L’écriture de Monique Wittig: A la couleur de Sappho, Paris, L’Harmattan, 2002, p. 159.

[7] M. Wittig, La Pensée Straight, in «Questions Féministes» n°7 (1980),  pp. 45-53 (pubblicato in inglese in «Feminist Issues» n° 1 (1980) , trad.it. R. Fiocchetto, in «Bollettino del CLI», n° 9 (1990). E’ stato poi incluso poi nella raccolta di saggi  The Straight Mind and Other Essays,  Boston-New York, Harvester Wheatsheaf, 1992 , raccolta  pubblicata in Francia dopo quasi un decennio con il titolo La Pensée Straight, Balland, Paris 2001.

[8] M. Wittig, On ne naît pas femme, in «Questions Féministes», n°8 (1980), pp. 75-84 (trad.inglese: One Is Not Born a Woman,  in «Feminist Issues », I,2 (1981, pp. 47-54)

[9] M. Wittig, Paris-la-Politique, in «Vlasta», numero dedicato a Monique Wittig, n°4 (1985), poi ripubblicato con il titolo Paris-la-Politique et autres histoires, Paris, Éditions P.O.L., 1999

[10] M. Wittig, Virgile, Non,  Paris, Éditions de Minuit, 1985  ( trad.it. a cura di Rosanna Fiocchetto, Milano, Il Dito e La Luna, 2005)

[11] Adrienne Rich, Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica, in «Nuova DWF», 23-24 (1985), p. 26 (trad. it. di Maria Luisa Moretti).

[12] Ivi, p. 39.

[13] Monique Wittig, L’Opoponax, (trad.it. di Clara Lusignoli), Torino, Einaudi, 1966

[14] Ecarnot, L’écriture de Monique Wittig, p. 20

[15]Wittig, L’Opoponax, p. 139

[16] Ivi, p. 198

[17] Monique Wittig, Il corpo lesbico, (trad. it. di Elisabetta Rasy e Christine Bazzin), Roma, Edizioni delle Donne, 1976

[18] Elisabetta Rasy, Nota introduttiva, in Wittig, Il corpo lesbico, pp.10-11

[19] T. de Lauretis, Sexual Indifferences and Lesbian Representation, in «Theatre Journal», XL, 2(1988), pp. 155-177 (Trad. it. di Liana Borghi con il titolo Differenza e indifferenza sessuale, Firenze,  Estro Editrice, 1989)

[20] Ead., Differenza e indifferenza sessuale, p. 44

[21] Sulle polemiche tra lesbismo e femminismo negli anni ’80 cfr. Separatismo oggi – Le donne con le donne possono, Atti dei convegni ’83-’84, Roma, Centro Femminista Separatista, 1986; Simonetta Spinelli, Il dopo, in Dirsi femminista tra mitologia e realtà, Quaderno della Scuola Politica dell’UDI 2011, Roma, UDI Nazionale-Archivio Centrale, 2011, pp.54-57.

[22] Si veda in particolare: Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Torino, Rosemberg&Sellier, 1987; Aa.Vv., Diotima. Mettere al mondo il mondo, Milano, La Tartaruga,1990; Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1991; Aa.Vv., Diotima. Il cielo stellato dentro di noi, Milano, La Tartaruga, 1992.

[23] E l’ultima chiuda a porta, in « Quaderni Viola», I/4 (1996), pp.18-24

[24] Tra i gruppi lesbici separatisti che riprendono le tematiche di Wittig alla fine degli anni ’90: a Bologna Visibilia e Fuoricampo Lesbian Group, con dibattiti all’interno delle rispettive rassegne di cinema lesbico, e l’intergruppo romano-bolognese Lesbacce incolte, a Bari le Desiderande, a Roma il collettivo di lesbiche e femministe della redazione di Radio Onda Rossa.

[25]  Monique Wittig, La Marque du genre , in La Pensée Straight,  p.136  (Il saggio è stato pubblicato in inglese con il titolo  The Mark of gender , in  «Feminist Issues»,  5/2 (1985), pp. 3-12

[26]  Ivi, p. 137

[27]  Monique Wittig,  Le guerrigliere, Bologna, Lesbacce incolte,1996, p.21 (trad it. pirata a cura di Ana Cuenca).

[28]  Ivi, p. 24

[29]   Ivi, p. 90

[30]   Ivi, p. 114

[31] Ivi, pp. 8,15, 23,40, 44.

[32] Ivi, p. 24

[33] Ivi, p. 37

[34] Ivi, p.40

[35] Ivi, p. 49

[36] Ivi, p. 62

[37] Monique Wittig, Virgil, non, (trad.it. e postfazione di Rosanna Fiocchetto), Milano, Il Dito e la Luna, 2005

[38] Ivi, p.23

[39] Rosanna Fiocchetto, La profana Commedia di M.Wittig, Ivi, p133

[40] Ivi, pp.20-21

[41] Simonetta Spinelli, Monique Wittig: queer or not queer,  in «Towanda!», 9(2003), pp. 12-16