L’espace du desir

L’ESPACE DU DESIR: la réception de l’oeuvre de Wittig en Italie[1]

Hanno uno strano destino le opere di Wittig in Italia. Poco tradotte, circolano per vie sotterranee in cui sembrano sparire. Poi c’è un momento, un’occasione in cui le parole che le donne si scambiano, si rilanciano, attraverso le quali si riconoscono, paiono chiudersi in un’autolimitazione che soffoca ogni tentativo di discorso. Come se i mille dialetti diversi che arricchiscono il racconto di vite e pratiche diverse, nel tentativo di costruire unità, si siano banalizzate in un linguaggio, in un codice che non dà ragione dei percorsi e chiude proprio quello spazio fluido, in continua evoluzione, che insieme volevamo costruire: uno spazio di desiderio. Ogni volta che questo accade, in Italia, c’è qualche donna lesbica che dice il suo rifiuto della mozione d’ordine, degli spazi chiusi, la sua voglia di costruire l’indicibile e di volere l’impossibile , e lo dice con le parole di Wittig.

Negli anni ’70 il movimento femminista italiano, al contrario di quanto avveniva in altri paesi, vedeva le donne lesbiche e le donne eterosessuali lavorare insieme, negli stessi collettivi. Non mi sembra qui la sede per dilungarsi sull’analisi di tale fenomeno che richiederebbe troppo tempo. Banalizzando e riassumendo – forse troppo – si può dire che l’esigenza di una lotta in comune aveva origine da situazioni socio-economiche specifiche dell’Italia: un processo di modernizzazione culturale e sociale in ritardo rispetto a molti paesi europei; il difficile passaggio da un’economia agricola ad una industriale e post-industriale; il permanere di una struttura familiare patriarcale; una forte presenza dei partiti della sinistra, impegnati sul fronte del lavoro ma per nulla attenti alle esigenze delle donne; la pesante influenza della chiesa cattolica e una generale, diffusa, violenta omofobia. Tutto ciò si opponeva ad un’emancipazione femminile che veniva considerata capace di disgregare le famiglie, l’ordine sociale, lo Stato.

Da un altro punto di vista, le esperienze di studio e lavoro – siamo state la prima generazione di donne che ha frequentato in gran numero l’università – come quelle attraversate nei movimenti extraparlamentari dopo il ’68, ci avevano fatto capire che l’emancipazione solitaria, l’appassionamento e la dedizione a una lotta politica in cui, malgrado i proclami rivoluzionari, restavamo sempre in subordine, lasciavano fuori una parte fondamentale delle nostre vite e non davano parola – una parola articolata da noi su di noi – ai nostri corpi, ai nostri desideri. Lavorare insieme tra donne, parlarci, scambiarci il racconto delle vite, delle esperienze, delle paure, dei sogni, ci è sembrata fosse l’unica soluzione possibile. In particolare per le donne lesbiche, per le quali il Movimento femminista è stato la grande occasione di prendere la parola, di dirsi tra le altre donne, senza doversi nascondere, di lottare per una dimensione diversa a misura dei loro corpi, intelligenze, vitalità.

E’ passato molto tempo prima che cominciassimo a vedere delle fratture, delle rimozioni che ci cancellavano, delle omissioni che ci escludevano. I primi anni di pratica femminista sono stati segnati dalla felicità di appartenere ad uno stesso percorso di conoscenza, di denuncia dell’oppressione, ad un’unica rete di rapporti, di teorizzazioni, di pratiche, di reciproco sostegno. Uscite dalla clandestinità del loro privato, le lesbiche femministe si sono sentite per la prima volta partecipi, protagoniste insieme alle altre di un grande momento storico. Di una grande forza collettiva. Per uscire allo scoperto in un paese ancora drammaticamente provinciale, noi lesbiche abbiamo avuto bisogno di un argine. Il femminismo era un argine che contribuivamo a costruire e che, nello stesso tempo, ci conteneva. Perchè in Italia, come altrove, la presenza delle donne lesbiche ha contribuito, se non determinato, a spostare l’analisi dall’oppressione alla sessualità. La critica al desiderio eterodiretto è  materializzata nei loro corpi, nelle loro pratiche. La loro stessa esistenza mette in discussione le pretese onnicomprensive del codice e nomina il corpo femminile come corpo desiderante. Perchè per una donna dire: il corpo del mio desiderio è una donna, è nominare un indicibile, esplicitare che quel corpo segue strade di desiderio solo sue, di cui solo quel corpo di donna conosce e sa la necessità.

Il discorso sulla sessualità, che doveva rappresentare il nostro reciproco darci spazio, è diventato invece muro, chiusura, barriera. Abbiamo, tutte, instaurato la fase della mediazione, della misura, dell’automoderazione. Le donne lesbiche per timore di una spaccature che le avrebbe, ancora una volta, divise dalle altre donne e lasciate sole, le donne etero per la paura che si mettessero in discussione le loro scelte, che si volesse imporre un’egemonia, che le si considerasse femministe di seconda categoria. E poichè il timore riduce al silenzio, alla sottrazione, al disconoscimento, la cautela politica è diventata quasi una nuova pratica politica. Una pratica di sottrazione di forza, di immobilismo delle intelligenze. Su questo immobilismo e su questo silenzio cade, nel 1977 [2], la pubblicazione di Le corps lesbien di Wittig. Con un rumore assordante.

Tracotante Wittig, incurante delle convenzioni letterarie e linguistiche, che stravolge e di cui si riappropria, caricandole dei significati dell’eccesso. Irrecuperabile Wittig, scardinante, incontenibile. Così altro dal codice le sue immagini e il suo linguaggio da rendere impensabile ogni tentativo di addomesticamento. L’iperbole nel suo testo è una lotta corpo a corpo ingaggiata con le parole, con la struttura sintattica, con i generi. L’iperbole e l’eccesso sono le parole per dire il corpo lesbico, corpo selvaggio, non inquadrabile in termini convenzionali, corpo stravolto, smembrato, ricostruito e poi ancora smembrato.

Il soggetto di quel desiderio e di quel percorso è, a sua volta, un soggetto che si smembra e si ricompone, al di fuori delle categorie date: j/e, nè femminile nè maschile, perchè il femminile e il maschile sono il portato di una convenzione sociale codificata che il corpo lesbico, nella sua ricostruzione di sè per sè, cancella e rende insensata.

Wittig è stata il nostro primo  totale spaesamento culturale. Non si poteva accettare a metà. O si rifiutava il suo testo o ci si cadeva dentro. E spesso il rifiutarlo è stata una difesa che ha solo ritardato il catturamento. Perchè da lei siamo state catturate. Noi lesbiche femministe per una parola orgogliosa e potente che riscriveva il mondo della nostra visione, e urlava una storia che eravamo abituate a tenere segreta. Le donne eterosessuali per la fascinazione di un testo che diceva un corpo di donna trionfante, desiderante, impudente. Un corpo non definibile in termini di ruoli. In uno spazio a dimensione di sè: spazio di desiderio.

Su Wittig abbiamo consumato – senza essere capaci di dirlo e forse di analizzarla a fondo – un’apparente riappacificazione e una reale spaccatura che si sarebbe approfondita con gli anni. Perchè abbiamo – noi femministe – per lungo tempo rimosso proprio la diversa valenza che il suo pensiero ha rappresentato per le lesbiche e per le eterosessuali. Per queste ultime, infatti, come appare chiaramente nella Nota introduttiva di Elisabetta Rasy, premessa all’edizione italiana de Le corps lesbien , fondante in Wittig è il  “recupero politico del sociale che la donna vive all’interno del proprio corpo, territorio di colonia sconosciuto e ostile”, o la metafora del viaggio solitario, puntualizzato dalle “stazioni anatomiche del corpo lesbico”, verso la riappropriazione di sè e l’uscita dalla logica dell’oppressione.

Per le lesbiche – Teresa de Lauretis lo dirà per tutte negli anni Ottanta in altro contesto[3] – il corpo lesbico segna il percorso di una “fatica d’amore”, una ricerca del desiderio che, proprio perchè è desiderio di una donna per una donna, costruisce una diversa economia erotica. Ma perchè questa economia erotica si instauri, non è sufficiente una donna. E’ necessaria una lesbica, cioè una donna amante/amata, desiderante/desiderata da un’altra donna. Consapevoli l’una e l’altra del desiderio e motivate, proprio da quel desiderio, a costruirne il linguaggio e la pratica, a “riconoscerlo in un’altra semiotica” . Il soggetto decostruito/ricostruito è soggetto di una relazione sessuale e sessuata che contempla un tu, soggetto decostruito/ricostruito, smembrato/rimembrato dalla stessa ricerca di senso, dallo stesso desiderio non addomesticato e inaddomesticabile. Un desiderio di donna per donna.

Alla fine degli anni ’80 la situazione in Italia è sostanzialmente modificata. I gruppi lesbici femministi si sono organizzati in collettivi autonomi. Il movimento omosessuale ha costruito forti aggregazioni visibili e al suo interno, anche se con un’autonomia crescente, si sono formati molti gruppi lesbici che non si riconoscono nella matrice femminista. Queste nuove generazioni di lesbiche sono cresciute in una realtà, in un paese diverso, cambiato nelle sue strutture socio-economiche e nei riferimenti culturali, in ambienti urbani post-industriali, in famiglie mononucleari, sono state scolarizzate in massa e hanno visto ovunque intorno a loro donne impegnate in attività extra-familiari. Sono abituate da sempre a vedere le lesbiche femministe della generazione precedente allo scoperto, nelle piazze, nei luoghi di dibattito: lesbiche identificabili, rissose, provocatorie. Hanno avuto la fortuna, e il piacere, di poter leggere, conoscere, discutere i contributi delle pensatrici lesbiche straniere, per l’ostinazione determinata e inarrestabile di chi, prima di loro, li ha tradotti e divulgati. Soprattutto Liana Borghi, americanista fiorentina responsabile, quasi da sola, di aver sprovincializzato, con un lavoro incessante e capillare di divulgazione, il lesbismo italiano, che ha organizzato Estro, la prima casa editrice lesbica duratura in Italia, inserito autrici lesbiche nei programmi dei suoi corsi universitari, curato e sostenuto gruppi di studio e di ricerca sul pensiero lesbico. Nella sua scia, sia pure in un’altra ottica politica, si muove  a Roma Rosanna Fiocchetto, coeditrice di Estro, che traduce, tra l’altro, per il Bollettino del CLI (Collegamento fra le lesbiche italiane, uno dei gruppi storici del lesbismo femminista romano), nel 1990, in ritardo rispetto all’edizione originaria, The Straight Mind di Wittig.

Lo scritto di Wittig viene tradotto in un altro periodo critico della storia del movimento lesbico in Italia. Con poche eccezioni – tra le quali la rivista DWF-Donnawomanfemme, i gruppi lesbici separatisti, peraltro chiusi  nelle loro situazioni locali, e la solita Borghi che introduce dove può il dibattito americano sui Gender Studies e, più tardi, la tematica del queer, e vivacizza i gruppi fiorentini  – il post-femminismo si è focalizzato sulla teoria della differenza sessuale, che rappresenta la rielaborazione del pensiero di Irigaray attuata dal gruppo storico della Libreria delle Donne di Milano e dalle filosofe del gruppo Diotima dell’Università di Verona, animati da due donne di grande forza di attrazione intellettuale, Lia Cigarini e Luisa Muraro.

Il pensiero della differenza sessuale – anche qui chiaramente sintetizzo e probabilmente banalizzo – interpreta il femminismo come l’epoca storica che vede prendere forma una genealogia di donne che si legittimano solo  in forza della loro origine femminile. In quest’ottica la libertà femminile non discende dalla comune aderenza ad un sistema di diritti civili, cosiddetti universali, ma si ingenera nel suo collocarsi in una comunità simbolica che è costruita, portata alla luce, sessuata attraverso la pratica di assumere come unico punto di riferimento le altre donne. Tale pratica non corrisponde al concetto di solidarismo femminile, privatistico e consolatorio, ma è pratica sociale del riconoscimento della disparità tra donne, a partire dalla reciproca capacità di situarsi all’interno di un ordine simbolico femminile. L’assunzione di quanto è stato/è prodotto dalle donne e il riconoscimento tra donne della disparità di  coloro – madri simboliche – che si riconoscono in e lavorano per la costruzione di un ordine di riferimento tutto interno al genere, costruisce la mediazione simbolica tra la singola soggettività e il mondo. Costruire un sistema di mediazione simbolica femminile in un mondo che non la prevede significa provocare la nascita sessuata del mondo: nelle parole della teoria della differenza sessuale “mettere al mondo il mondo”.

In questa teorizzazione, le differenze tra donne vengono lette come predeterminate da un ordine sociale non autonomo, quindi considerate poco significative. Scopo comune delle donne, e unica ragione della loro politica, è la costruzione della libertà femminile. La pratica attraverso la quale la singola donna potenzia la libertà femminile è rilevante solo in quanto concorre alla costruzione comune, con il portato di esperienza e conoscenza, ma non è significativa in sè.

Le lesbiche che sono cresciute nel femminismo si trovano così a fare i conti  da una parte con la loro vita, dall’altra con la dipendenza culturale delle figure di autorità femminile che hanno di fronte. Madri simboliche che hanno costruito pensiero nei trenta anni trascorsi, che hanno insegnato alle giovani generazioni di donne a costruire spazi di intelligenza, reti di rapporti, voglia di vincere uscendo dal vittimismo e dalla miseria femminile, con la pratica di relazioni sessuate e del riconoscimento dell’autorità, del magistero esercitato da donne tra donne a partire dal proprio vissuto. Madri simboliche che hanno però alzato intorno al desiderio lesbico una cortina di silenzio, ricacciandolo nella dimensione del privato, dell’inessenziale. In questa storia mutilata le lesbiche vivono la scissione tra la fedeltà a un pensiero che ha costruito – costruisce – cultura a misura di donna e il loro corpo che parla di uno spazio di desiderio a misura di lesbica. Non accettano emarginazioni da un discorso che non le comprende. E rilanciano una polemica. Di nuovo con le parole di Wittig.

Nel 1995, alla fine di un biennio in cui per la prima volta in Italia si è festeggiata, con grandi manifestazioni di piazza di gays e lesbiche, la giornata dell’orgoglio omosessuale, seguito da polemiche di bassissimo livello da parte delle destre e dell’associazioni cattoliche integraliste, un gruppo di riflessione politica di Bologna, il Laboratorio di critica lesbica, organizza un dibattito con la redazione di Quaderni Viola, periodico femminista milanese, sulla politica lesbica e sull’eterosessualità obbligatoria. Tra i materiali proposti per il dibattito: The Straight Mind di Wittig.

La redazione di Quaderni Viola, pur condividendo l’analisi lesbica sull’eterosessualità come costruzione sociale, accusa le donne lesbiche di radicalizzare il dibattito, di sostituire con la politica dell’identità la politica dei progetti e di dimenticare che un intervento per la modifica delle dinamiche della vita sociale è attuabile solo all’interno di una totalità di relazioni complesse che considerino desideri, bisogni, esigenze al di là di logiche frammentarie e parziali. Le lesbiche sono accusate di mescolare desiderio sessuale e coerenza ideologica, di non riuscire a superare l’ottica di una politica puramente identitaria, di voler imporre un comportamento sessuale, di autoghettizzarsi. Pur ammettendo che per le lesbiche, soggetti discriminati, identità e possibilità di esistenza possano coincidere, le donne femministe negano che il desiderio possa rappresentare altro da una delle tante articolazioni della soggettività politica.

Il Laboratorio risponde che riconoscere nelle dinamiche di oppressione contro le lesbiche uno dei momenti della sopraffazione sociale e simbolica contro le donne, oltre che contro le lesbiche, è un punto di partenza minimale e non è sufficiente a costruire una progettualità in grado di scardinare le strutture di potere, il cui perno è individuato nell’eterosessualità obbligatoria. Non è possibile – insistono le lesbiche del Laboratorio – agire per l’autonoma risignificazione dell’essere donna lasciando tra parentesi il ruolo della sessualità nello strutturare la soggettività e non acquisire come criterio di intelligibilità politica del femminismo la presunzione di eterosessualità implicita in ogni meccanismo sociale.

L’anno seguente, nel corso di un convegno organizzato a Bologna dall’associazione Orlando del Centro di Documentazione delle donne  e dall’Università di California, Antonia Ciavarella del Laboratorio di Critica lesbica, stanca di ascoltare le femministe italiane che si rilanciano analisi e dibattiti accuratamente evitando di parlare di sessualità e lesbismo, malgrado gli spunti di riflessione portati avanti da lesbiche autorevoli presenti, tra le quali de Lauretis (difficile da rimuovere), scatena un pandemonio nell’assemblea gridando un provocatorio “Le lesbiche non sono donne!”. L’asprezza delle polemiche evidenzia ancora una volta, per dirlo con Wittig, che l’omosessualità è la maggiore interdizione del nostro sistema socio-culturale. Nominarla mette in pericolo la coerenza interna sia dell’ordine simbolico dato, sia di quello della madre simbolica..

Alla fine degli anni ’90, in Italia, i gruppi lesbici separatisti – radicali si direbbe altrove – sono quasi muti, anche se il CLI continua a pubblicare il suo periodico e a Bologna l’associazione Visibilia tiene in piedi con successo da nove anni il festival del cinema lesbico Immaginaria. Di contro è cresciuta a dismisura l’aggregazione nei gruppi dell’associazionismo della sinistra, ARCI- lesbica e ARCI-gay, che organizzano il Gay Pride, e nei circoli culturali  omosessuali sparsi in tutto il paese. Gran parte di queste realtà lavorano sui diritti civili, sulla visibilità del movimento omosessuale nel suo complesso, su forme di riconoscimento delle unioni, simili a quelle già ottenute in altri paesi europei, sulla prevenzione dell’AIDS e sui consultori autogestiti. Rappresentano i nuovi modelli politici per le giovani generazioni lesbiche e omosessuali, hanno un certo spazio sui media, sono presenti nei dibattiti pubblici, presentano loro candidati nelle liste elettorali. Vogliono incidere sulla realtà che li circonda. Pretendono diritti di piena cittadinanza.

Resta fuori da questo coro, disomogeneo ma nelle questioni principali concorde, una piccola frangia minoritaria di giovani lesbiche che si definiscono ancora separatiste, che rifiutano cioè di collaborare con il movimento gay, condividono la critica della teoria della differenza sessuale al sistema dei diritti codificato, ma non si riconoscono nelle pratiche che considerano la scelta sessuale insignificante nell’ottica della libertà femminile, rimuovendo il lesbismo. Pratiche che – a loro avviso- operano per il rafforzamento di un sistema gerarchico e di potere tra donne. Questi gruppi cercano un confronto con le lesbiche femministe e si scontrano spesso con il moralismo, la chiusura, l’immobilismo. Restano fuori da un dibattito teorico per il quale non sempre hanno strumenti e che interpretano, per reazione, come avulso dalle loro esperienze concrete di vita. Cercano un modello che restituisca loro uno spazio di desiderio, una visione più elevata del riconoscimento di diritti di cittadinanza necessari alla sopravvivenza, ma non all’esistenza. E non lo trovano. Poi all’improvviso scoprono Wittig.

La scoperta è occasionale. Non sanno chi è Wittig. Le corps lesbien è patrimonio di generazioni più vecchie, The Straight Mind è circolato 10 anni prima in un bollettino non sempre reperibile. Non circolano in Italia copie delle sue opere per la dissennata politica editoriale delle Editions de Minuit, che pubblicano i suoi scritti e poi, incredibilmente, sembrano farli sparire. Ma se le opere di Wittig non circolano, circolano loro, le lesbiche, in un’antica e tradizionale transumanza che dalle città italiane si è allungata fino all’estero.

Afferma una nota battuta che, quando due lesbiche si incontrano, per prima cosa chiamano un camion per i traslochi. Alla fine del secolo la battuta si è aggiornata: chiamano un camion per i traslochi internazionali.In un gruppo bolognese, le Lesbacce incolte – gioco di parole intraducibile che sta a indicare le erbacce spontanee dei campi come le lesbiche cattive che rifiutano la cultura codificata -, con la complicità di amori francesi, arriva Les Guérrillères. Intorno a questo libro, di cui si innamorano, come noi ci siamo innamorate di Le corps lesbien, nasce un’operazione di pirateria editoriale. Le ragazze traducono il testo, ne pubblicano un’edizione casalinga non autorizzata, e la distribuiscono nei luoghi e nelle occasioni in cui le lesbiche si incontrano. Ma soprattutto ne fanno il loro “féminaire”, il libro che ha pagine bianche sulle quali si può scrivere una storia mai scritta, pagine con impresse parole che mutano, che dice il costruirsi/ricostruirsi delle loro vite sulla conoscenza/riconoscimento/invenzione del desiderio che le muove e le riscrive. E, riscrivendole, riscrive il femminario.

Le Guerrigliere è, forse, il libro più datato di Wittig, ma le giovani lesbiche vi rintracciano un’aspirazione che nel movimento si è persa. Vi ritrovano quella spinta orgogliosa e guerriera di chi costruisce uno spazio a misura di sè e non si accontenta della misura perimetrata del mondo. L’operazione di ristampa – sia pure in parte discutibile – è il loro modo di opporre alla politica dei diritti la politica del desiderio, della costruzione di uno spazio condiviso che ha la sonorità dei loro nomi e si adatta al ritmo dei loro corpi.

Hanno uno strano destino le opere di Wittig in Italia. Sembrano sempre sparire. Poi c’è un giorno, un’occasione… Una lesbica pensa che la mediazione sia perdita, e per dirlo sceglie le parole di Wittig .

Simonetta Spinelli

giugno 2001

 

[1] La versione francese dell’articolo è  in: Parce que les lesbiennes ne sont pas des femmes… Autour de l’oeuvre politique, théorique et littéraire de Monique Wittig. Atti del Convegno del 16-17 giugno 2001, Columbia University, Paris, Editions Gaies et Lesbiennes, 2002

[2] Le corps lesbien è pubblicato in italiano alla fine del 1976 (Roma, Edizioni delle Donne) con una Nota introduttiva di Elisabetta Rasy, ma circola realmente soltanto l’anno successivo

[3] T. de LAURETIS, Sexual Indifferences and Lesbian Representation, in Theatre Journal, XL,2 (1988), pp. 155-177