Uno sguardo di rispetto

 

UNO SGUARDO DI RISPETTO. «ELSA BRAUN» DI MONIQUE WITTIG

Elsa Braun è un brevissimo testo di Monique Wittig. Datato 1964, lo stesso anno in cui usciva L’Opoponax[1]in Francia, appartiene, come l’autrice stessa scrive, ad una serie di testi attinenti ad una medesima ricerca – l’universalizzazione del punto di vista tale da rendere inessenziali le categorie di sesso nella lingua –  da questi espulsi perché non del tutto omogenei rispetto allo scopo inizialmente previsto. Rappresentano comunque  uno scarto che deve essere considerato, proprio perché scarto, eccesso, e quindi segnato da un’emozione, da una riflessione significativa di per sé. Non a caso Wittig sceglie di non  eliminarli, ma di farne una raccolta, inserita poi nel numero speciale in suo onore della rivista  francese «Vlasta»[2], riedita con il titolo Paris-la-Politique nel 1999[3].

Il brevissimo frammento è chiaramente collegato a L’Opoponax. Ne ha lo stile, il ritmo, la scelta di una linearità temporale continuamente frazionata. Ma introduce l’accenno ad una molestia sessuale, che inevitabilmente riporta ad una dimensione in cui l’universalizzazione del punto di vista torna ad essere quello normativo. Là dove in L’Opoponax la rappresentazione dell’infanzia poteva dar voce ad un pensiero non ancora irreggimentato dal codice linguistico, non intaccato da sovrastrutture, in cui i ruoli designano gli adulti, e gli adulti non hanno nomi ma sono riconoscibili  solo in quanto ruoli (la madre di, la maestra, il parroco, la suora) e mai altrimenti identificati e identificabili, l’espediente letterario risulta falsato quando si affronta un’adolescenza che, aldilà dei romanticismi, è il tempo dell’addestramento sistematico alla norma sociale e, di conseguenza, ad un ruolo predefinito e codificato.

Nel testo, in sole cinque o sei pagine, Wittig riesce a cogliere come in un fermo-immagine, la fragilità, l’impossibilità di difesa, l’estraneità di chi vive  quel breve lasso di tempo che intercorre, senza soluzione di continuità, tra la fine di un’infanzia inconsapevole e la dolorosa esperienza di un’adolescenza che impatta con il reale tra il bisogno-rifiuto di razionalizzarlo e la mancanza di strumenti. E la sua è una grande dimostrazione di rispetto.

Alla quale non siamo abituate. Sommerse da immagini e linguaggi che tendono a svilire le donne aggredendole con ogni tipo di volgarità e in ogni occasione possibile. Spesso anche le adolescenti, con un sottile, ipocrita distinguo. Se le donne uccise in questa mattanza senza fine, che dopo anni di denunce si è deciso di chiamare femminicidio, sono viste , nel migliore dei casi, come vittime deficienti, e nel peggiore come spregiudicate in cerca di guai, per le adolescenti si usa un qualche, se così si può dire, riguardo.

Nel senso che, nei resoconti dei media, alle adolescenti uccise si abbassa l’età, definendole, per esigenze di copione, “bambine”, “ragazzine”, a quelle che restano vive si riserva una colpevolizzazione appena velata dalla cautela, coniando il termine, a mio parere osceno, di “baby-squillo”. Che salva – pare – il politicamente corretto, perché a definirle bambine-puttane cadrebbe la penna di mano anche al più cinico cronista di nera. Il tutto dando per scontato che la mentalità generalizzata in cui crescono non abbia niente a che fare, che assassini e puttanieri siano esempi sporadici di turbamenti psichici momentanei, e che oggi sia impossibile capire se una giovane donna sia già maggiorenne o una sessuomane mentitrice abituale indipendentemente dall’età.

Wittig osserva la ormai non più bambina Elsa Braun in un momento di angoscia. E’ in collegio. Situazione non particolarmente anomala nel dopoguerra, quando la mancanza di scuole, che saranno costruite solo con l’avvento dell’istruzione obbligatoria prolungata (anche in Italia), costringevano le famiglie residenti in aree extra-urbane o agricole a scelte obbligate per l’istruzione secondaria dei figli: le femmine in collegio, i maschi, spesso, più che in collegio in seminario. Non è il collegio che genera angoscia (in L’Opoponax la vita comunitaria è vista soprattutto come luogo di complicità, di nascita di passioni, di scoperte culturali, di strategie condivise di sopravvivenza), ma la frustrazione di non poter capire. Una compagna, che la tiene per mano per attenuare l’impatto della notizia, le comunica che il padre non andrà all’attesa visita periodica. La comunicazione è da Elsa Braun immediatamente collegata ad un suo precedente fallimento: l’insegnante ha trovato troppi errori nel suo compito in classe e, non contenta di averla punita – dovrà copiare cento volte la parola ortografia – l’ha umiliata dandole zero. Un voto non voto. Un giudizio di assoluta inadeguatezza che si lega nella mente non più infantile alla mancata visita del padre. Così come al colloquio con il Canonico, che approfitta per molestarla, impostole dalla Superiora come necessaria guida spirituale.

La reazione di Elsa Braun ad una realtà che la ferisce e non riesce a capire (perché il padre non viene, perché un compito è addirittura dichiarato nullo, perché la Superiora la lascia da sola con il Canonico) è astrarsi e fissarsi sugli oggetti, sulle pareti, sui quadri del parlatorio, sui giochi di luce sul muro. Andar via. In una dimensione comprensibile, confortata da luci ed odori: il blu della carta da parati del parlatorio, il chiarore che filtra dalle persiane e proietta disegni di luce sulle pareti, il calore che è come un’ovatta che attenua i rumori, gli iris sfioriti sul tavolo, il loro odore che forse turba anche le sagome dei santi appese al muro, la cera fusa delle candele che sembra la resina che imprigiona le api. Esorcizza Elsa Braun l’ortografia, immaginandola come un cane accucciato in attesa di saltare per morderle le gambe. Seleziona i rumori: la voce della compagna è un indistinto parlottio, la suora che passa nel corridoio è solo un suono di veli struscianti, di grani di rosario che cozzano mentre cammina.

L’astrazione raggiunge l’apice con la spersonalizzazione del Canonico che abbassa la testa sempre più vicina al suo ventre: un cranio rosa-caramella percorso da rughe come di pelle di elefante, un gorgogliare incoerente, una presenza che muta l’odore dei fiori rendendolo asfissiante, mentre la luce si sposta sul muro lasciandosi dietro il niente, e il calore si disperde. Elsa Braun immobile e incapace di reagire si sente come immersa nella glassa, un oggetto prigioniero di una vischiosità. Quando l’improvvisa entrata della Superiora fa rialzare di scatto la testa  al Canonico, la sensazione di essere libera le restituisce una sordità opaca in cui le parola che l’uno dice all’altra non sono che assenza di suono. Incongrue. E ancora una volta incomprensibili.

Wittig interpreta in profondità quel momento iniziale dell’adolescenza, prima che la passività come rifugio inconsapevole si trasformi in ribellione rabbiosa contro il mondo. Lo riconosce e lo rispetta.

Simonetta Spinelli

Giugno 2014

 

[1] M. Wittig, L’Opoponax, Paris, Éditions de Minuit, 1964 (ed.it. Einaudi, 1966)

[2] «Vlasta», spécial Monique Wittig, n°4, 1985

[3] Paris-la-Politique et autres histoires, Paris, P.O.L, 1999

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