Ho fatto a pezzi la Regina Cristina

HO FATTO A PEZZI LA REGINA CRISTINA[1]

Raccattare pezzi di immagini e rimontarli. In altro ordine: paradossale, smembrato, eccessivo. Ecco il lavoro che mi occupa quando vado al cinema.

Mia madre ha scoperto che fra me e lei c’era qualche incomprensione di fondo quando si è resa conto che mi piacevano i film di vampiri e rischiavo di addormentarmi durante la proiezione di Via col vento. Un qualche accordo sembrava esserci su Greta Garbo, ma fondava su un equivoco: lei rievocava la donna “fatale” (testuale), io la regina Cristina. Quando l’equivoco si chiariva non sapevamo più di cosa stessimo parlando. «Antonio!» – scimmiottava lei con l’assurda pronuncia di Garbo e un barlume di speranza nello sguardo – «E chi è Antonio?» – chiedevo io spegnendole irrimediabilmente il barlume. Perché, per me, La Regina Cristina era, ed è, un film in tre quadri: una Garbo ironica che puntualizza: «Non sono una zitella, sono uno scapolo»; una Garbo seduttiva e tenera che abbraccia la sua dama di corte: una Garbo strafottente che salta a cavallo il confine della Svezia e si lascia dietro, con una risata, tutto il mondo. L’Antonio, di cui mia madre ricorda la recitazione caricaturale da film muto, è stato abilmente tagliato in moviola.

E analogamente tagliati sono i film che ricordo: immagini sparse, isolate, frazioni di testo riscritte. Come se la suggestione non nascesse dallo sguardo, ma da una ricostruzione infratestuale operata utilizzando scarti. Quello che resta fuori e non è detto, che la memoria ricostruisce con materiali non previsti, presi altrove, fuori scena. Che ricontestualizzano un gesto, prolungano un’emozione e ne mutano il senso. Al punto che, nel ricordo, viene fissata quella mutazione soltanto, e si cancella il resto.

La rappresentazione del desiderio in uno scenario eterosessuale impedisce ad una donna lesbica di identificarsi sia con il personaggio femminile che con quello maschile. In ogni caso c’è una donna in meno, un uomo di troppo e uno scenario incongruo. La visione dei film in circolazione costringe le donne lesbiche ad una doppia fatica: resistere alla frustrazione di viversi come l’irrappresentabile e scavare in ogni possibile anfratto del rappresentato alla ricerca di tracce che, per giunta, devono essere costruite-decostruite-ricostruite. Per godere di tre quadri de La regina Cristina devo eliminare tre quarti del film, riportare in primo piano alcune suggestioni, e ricostruire, collegandole a modo mio, una storia per me.

L’apparizione nei circuiti commerciali dei primi film che raccontano storie di donne lesbiche, o in cui il rapporto lesbico è esplicitamente nominato, ha effetti contraddittori. Da una parte restituisce visibilità – sia pure con tutte le ambiguità del caso -, dall’altra costruisce uno scenario del desiderio gravato da ipoteca. Le donne lesbiche sono nominate, ma immediatamente incasellate in stereotipi: lesbiche perché perdenti, perdenti perché lesbiche, lesbiche perché devianti, complessate, costrette dalla violenza maschile. Lesbiche perché… E soprattutto lesbiche fotocopia. Inserite a forza in ruoli in cui stanno strette o da cui debordano. E, in ogni caso, figure limite, eccentricità culturali.

Anche il film meno becero, quando arriva, isolato e scollegato da contesti e da vite, nei circuiti commerciali o circoscritti, rischia di risultare estraneo e estraniante alle stesse fruitrici. Si guarda, si ricorda, se ne rilanciano battute imparate a memoria. Diventa “il film”. Su cui si appuntano tutte le critiche e tutti gli entusiasmi. Spesso, indipendentemente dal contenuto o dall’immagine del rapporto lesbico che veicola. In quanto unico, singolare, è nello stesso tempo sovraccaricato di significato e delegato a rappresentare il rappresentabile. Quindi, inevitabilmente, uno stereotipo. Un’ennesima eccentricità culturale.

Se il prodotto che raggiunge i circuiti commerciali, per necessità di distribuzione adeguato a canoni hollywoodiani, sembra fissare una realtà lesbica che non trova riscontro nelle vite materiali, ben più articolata, contraddittoria, complessa appare la produzione attraverso la quale registe professioniste o singole o gruppi amatoriali raccontano dal loro punto di vista, sperimentando e sperimentandosi, le pratiche, i problemi, la sessualità, i percorsi, le fantasie di una comunità lesbica che, rappresentandosi, si costruisce in corpo sociale.

Non è facile rintracciare questa produzione, spesso costretta ad autoridursi per mancanza di finanziamenti (i cortometraggi e i filmati brevi predominano), per l’ostruzionismo della distribuzione, per la tendenza all’autoreferenzialità di molte realtà lesbiche. Per questo «Immaginaria», festival del cinema lesbico[2], che permette la visione di video e film, prodotti da donne lesbiche e che rappresentano comunità lesbiche anche molto distanti spazialmente e culturalmente tra loro, è un grande evento di politica culturale. Evento che rende visibile una realtà sommersa e la restituisce ad una dimensione pubblica, colta e non emarginata.

Evento politico anche perché scardina uno stereotipo tutto interno al dibattito del lesbismo italiano, meno abituato a confrontarsi con problemi di multicultura, inconsapevole della presa di coscienza alla quale sono state costrette, in altri paesi, le donne lesbiche bianche dalle donne lesbiche nere, latine, asiatiche, arabe: non può esistere una rappresentazione univoca del lesbismo.. Se fosse possibile, il lesbismo perderebbe di senso.

E’ la prima lezione immediata del festival. Questa costruzione artificiale della riduzione all’unità si frantuma. Nella mia testa, nella testa di centinaia di donne lesbiche che per dodici ore al giorno stazionano davanti agli schermi in cui si rappresenta la diversità delle vite e dei percorsi, in uno scenario del desiderio che è il nostro. Commentando il film di McLaughlin, She Must Be Seeing Things, de Lauretis scriveva:  «il film mi ‘prende’ dentro il suo scenario fantasmatico, rappresentando non l’oggetto bensì una messa in scena del mio desiderio. Il luogo in cui mi trovo interpellata è lo spazio simbolico di eccesso e contraddizione che l’esagerazione, le stonature, la discontinuità, la differenza tra personaggi e ruoli rendono visibile, spazio nel quale quella differenza configura la posizione di un soggetto lesbica».[3]

In quello spazio simbolico di eccesso scopro di avere un immaginario limitato: me lo allargano, da paesaggi che non conosco, giovani lesbiche ironiche che mimano, stravolgendola, la sceneggiata dei ruoli, che ripetono i riti semiseri dei gruppi sado-maso, dei bar, delle feste. Guardo sedotta il gioco di seduzione di lesbiche vampire, lesbiche giovani, vecchie, di mezza età, politicizzate, indifferenti, nude, vestite, travestite. Ad ogni film che passa mi scandalizzo di meno. Ad ogni corto, brevissimo e fulminante come una battuta (incredibili quelli di animazione: Sortie de bain di Florence Henrard e La défoule di Séverine Leibundgut), acquisto una certezza in più e qualche certezza in meno.

In questo spazio concentrato, spazialmente e temporalmente – un teatro, quattro giorni, una volta l’anno – il mondo mi somiglia. Ho una storia che viene da lontano: me la raccontano, da dentro, con partecipazione attenta e sensibile, i documentari di Greta Schiller e Andreas Weiss sulle jazziste, musiciste, intellettuali lesbiche negli anni 30-40; le appassionate dichiarazioni d’amore di Ada Gay Griffin e Michelle Parker, o di Sonali Fernando a Audre Lorde, restituita alla sua rabbia, alla sua passione, al suo voler essere una contraddizione vivente: «Io sono una femminista, nera, lesbica, guerriera, poeta, madre».

La rappresentazione di un soggetto contraddittorio, in continua dissonanza con la realtà culturale che lo circonda e con se stesso, è il contributo maggiore del festival. Non a caso, le opere di informazione, didascaliche (sesso sicuro, inseminazione artificiale, adozioni, madri lesbiche) sono le più deboli, evidenziano la seriosità accentuata di chi si prende troppo sul serio. In parte falsati, perché costruiti per il mercato, appaiono anche molti lungometraggi: spudoratamente belle, come da manuale, le protagoniste, accattivante il taglio delle inquadrature, ammiccante e rassicurante il messaggio: le lesbiche sono civili, ordinate, tranquille, non rappresentano un pericolo, non disturbano il manovratore, a meno che il manovratore non le disturbi (valgano per tutti il premiatissimo Fire dell’indiana Deepa Metha o When night is falling di Patricia Rozema). Rare le eccezioni: Monica Pellizzari, australiana, Léa Pool, franco-canadese, le sperimentazioni folli di Barbara Hammer, pioniera statunitense del cinema lesbico, il realismo magico di Pratibba Parmar, indiana trapiantata in Gran Bretagna, Gabriella Romano. Impossibile citarle tutte, ma è merito del festival aver prodotto accumulazione culturale: sono ormai tanti i nomi di registe che le donne lesbiche memorizzano e ricordano.

Più significativa la produzione dei cortometraggi  o dei video. Non più: lesbiche perché… ma: lesbiche così. Un laboratorio in cui le fantasie più strampalate, più disturbanti, più contraddittorie, vengono lanciate a sconcertare la platea. Siamo così poco abituate alle nostre fantasie, che vederle smembrate, ricomposte, simultaneamente nascoste e svelate, lascia senza parole. Perché questo racconto corale che si costruisce sotto i nostri occhi, e che le nostre reazioni contribuiscono ad elaborare, rende l’ordine precostituito assolutamente e irrimediabilmente disordinato. Molto più frequentemente che nei lungometraggi, il manovratore è stato tagliato in moviola. E con un’ironia dissacrante in moviola si elimina, si incolla, si unisce, si frantuma: isolata da un contesto inessenziale Greta Garbo tenta di sedurre Bette Davis (Two Queens), Jodie Foster recupera la sua aria da ragazzaccia (Jodie:an icon, di P.Parmar), le attrici dei film della mia adolescenza mi ritornano in quadri ammiccanti, tolti di peso dal mio immaginario (Ritoccandole, di A. De Sivo).

Evento politico, «Immaginaria», soprattutto perché opera in controtendenza. C’è un’abitudine malsana, anche delle donne più consapevoli per cui, paradossalmente, quanto più si arricchisce il dibattito teorico, tanto più si delega alla teoria di essere il campo del possibile, del rappresentabile, del dicibile. E fra la teoria, le pratiche, le vite materiali non c’è più lo scambio che in altri momenti ha permesso alle donne di prendere coscienza e di costruire discorso a partire da sé. C’è una compressione di potenzialità, una riduzione al minimo che, inevitabilmente si riverbera sulle capacità di espansione del discorso teorico. Manca la capacità, il desiderio di inventare spazi: spazi di desiderio. In questo panorama «Immaginaria» è luogo aperto, laboratorio di sperimentazione, di incontri, di visibilità. In questa platea che si allarga, si rappresenta un’immagine di noi che disturba, proprio nel suo non essere di miseria.[4]

Simonetta Spinelli

[1] In  DWF, Lo strabismo di Venere, 1988,1-2, pp.31-36

[2] «Immaginaria», festival del cinema lesbico, giunto alla sua VI edizioni, è organizzato a Bologna dall’associazione culturale lesbica Visibilia. Premiato nel 1997 dalla Regione Emilia-Romagna per l’alto valoreculturale, raccoglie e presenta la produzione lesbica mondiale non veicolata nei circuiti commerciali. Nelle sei edizioni del Festival sono stati presentati circa 400 film e video di donne provenienti da 23 paesi (Argentina, Australia, Austria, Belgio, Bulgaria, Canada, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Israele, Italia, Kazakistan, N. Zelanda, Norvegia, Olanda, Polonia, Russia, Spagna, Svizzera, USA, Venezuela). Le spettatrici, in continuo aumento, hanno superato quest’anno le 700 presenze.

(Nello stesso numero di DWF era inclusa la filmografia del festival dal 1993 al 1996, pp.37-45) alla fine dell’articolo nota aggiornata al 2013.

[3] T. de Lauretis, Pratica d’amore. Percorsi del desiderio perverso, Milamo, La Tartaruga Edizioni, 1977, pp. 144-145

[4] La nota precedente ha bisogno di aggiornamento, per rispetto alle donne che hanno lavorato al Festival Immaginaria, per un ricordo affettuoso di Marina Genovese, una delle fondatrici-animatrici precocemente scomparsa il 19 agosto 2008, per l’impatto culturale che l’evento ha avuto nello sprovincializzare la cultura delle donne lesbiche (e non solo) da sempre troppo legata ai temi del dibattito italiano o propensa ad incamerare parole d’ordine nate altrove e mai fatte oggetto di una discussione collettiva.

Il Festival nasce dalla sfida di un gruppo di giovani donne determinate (credo nessuna allora avesse più di trent’anni, alcune che si aggiunsero al nucleo originario ne avevano molto meno) che prima fondarono a Bologna l’Associazione lesbica-femminista-separatista Visibilia, poi da 1993 al 2005 organizzarono Immaginaria, Festival del cinema lesbico, poi divenuto, per una felice modifica ispirata da Marina, Festival Internazionale del Cinema delle Donne Ribelli, Lesbiche, Eccentriche. Non un Festival di nicchia, mimetizzato e frequentato per passa-parola, ma un evento visibile, con la spavalda richiesta di spazi e fondi alle istituzioni e pubblicizzato in tutta Italia. Nel Festival erano presentati filmati provenienti da tutto il mondo, che comprendevano anche temi e sperimentazioni sopra le righe, ed era prevista la partecipazione di registe note non solo italiane o europee, frutto di un lavoro incessante delle organizzatrici di ricerca in tutti i festival stranieri di cinema delle donne, di rapporti per telefono e per fax (ancora a venire Skype), combattendo con i fusi orari, con la fatica e con il tempo, senza traslasciare la costruzione di uno spazio politico di dibattiti in cui fosse possibile discutere insieme.  Quanto costasse Immaginaria in termini di tempo e denaro, di ferie passate  a lavorare per il Festival, di spazi infilati tra un lavoro per mantenersi o amori da curare, nessuna se lo chiedeva. In compenso – quasi scontato – le critiche erano all’ordine del giorno: poco separatiste/troppo separatiste, troppo libertarie/troppo censorie, troppo tutto/troppo poco. Contro le critiche i risultati della loro  determinazione e passione: hanno retto 12 anni.

Quanto la sospensione di attività sia stata dovuta all’impossibilità di mantenere un ritmo così frenetico e conciliarlo con l’economia delle vite e quanto al trauma della malattia e della scomparsa di Marina, è dato che appartiene alla loro intimità. Ma io so, per averlo vissute con tutta la redazione di DWF, quando ci ha lasciate Elena Gentili, quanto la morte scompagini esistenze e progetti, e quanto sia faticoso riprendere il filo di un percorso politico e personale che una scomparsa rende improvvisamente e dolorosamente precario. Sono stata felice di vedere che Visibilia, pur sfrattata dalla sua sede originaria, ha ripreso le sue attività, prima con interventi in incontri e convegni, poi dal 2011 ad oggi, in collaborazione con Linea Lesbica Italiana e  il patrocinio del Comune di Milano, con l’organizzazione di Fuori Salone delle Lesbiche (Lesbian & Queer Cultural Harassment). A tutte loro l’augurio che continuino ad essere per il Movimento Lesbico la risorsa che sono sempre state.

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