La Bella e la Bestia (uno)

C’era una volta una Bestia. Almeno così si diceva in giro, perché la Bestia viveva chiusa in una casa in cui non entrava nessuna/o, dalla quale provenivano strani rumori notturni. Scarse notizie, e terrificanti, derivavano solo dalle fantasticherie degli abitanti del circondario, che raccontavano di un a voce cavernosa che a volte si udiva  bofonchiare, di odori persistenti di fumo e di un’ombra irta e pelosa che raramente si mostrava sul balcone disadorno, di notte, e subito spariva.

Sulla Bestia ognuna/o aveva da dire la sua. Chi fantasticava sul genere, chi sulle dimensioni, chi sui costumi. Nessuna fantasticheria, per quanto orribile, sembrava eccessiva, e il racconto di ipotetiche nefandezze veniva seguito da un comune commento: una Bestia, si sa, è una Bestia e, nel dubbio, meglio stare alla larga.

Ora avvenne che in città si trovasse a passare, proveniente da un paese straniero, una Bella eccentricamente ostile a recepire il senso comune e curiosa di sperimentazioni. Una Bella proprio da manuale: occhi azzurri, capelli ricci e biondi, movenze aggraziate, naso aristocratico, espressione di distaccata intensa concentrazione. Con un unica pecca, commentava il buon senso comune, l’eccentrica tendenza ad impegolarsi in studi inconsueti e a cercar guai, anzi ad organizzarseli scientificamente.

Sentite in giro le voci sulla Bestia – e soprattutto I consigli a girare al largo – la Bella non aveva resistito. Si era inventata non si sa quale scopo documentalistico e di ricerca sul campo e aveva iniziato a seguire sistematicamente, con metodo scientifico, le piste della Bestia. E, a dire il vero, due e tre volte era anche riuscita a incrociarla a distanza ravvicinata, ma, quando pensava già di aver raggiunto il suo scopo, una folla, attirata dalla sua fama di dotta, o dal suo sguardo azzurro e da una certa malizia dei ricci che resisteva al pettine,, l’aveva circondata, interrompendo la sua ricerca. Della Bestia non conservava che una vaga memoria di un ringhio cavernoso e di un’irsuta ombra fuggente.

Alla fine la Bella si era decisa e, sacrificandosi per amore della conoscenza, aveva deciso per un’iniziativa spudoratamente esplicita e, approfittando di un attimo di distrazione della Bestia, le era entrata direttamente in casa con la scusa di cogliere non si sa bene quale fiore che cresceva solo su terrazze disadorne e spoglie.

La Bestia, rientrando, l’aveva scoperta a far piani di giardinaggio sulla sua terrazza e a dissertare sulla sconsideratezza di chi beve caffè non decaffeinato. E, nascosta dietro la porta, aveva iniziato una controffensiva seria, ringhiando, sbuffando e minacciando orribili rappresaglie.

La Bella non aveva fatto una piega. Se si esclude quella naturale e maliziosa dei suoi ricci chiari. Si era limitata ad ascoltare il trambusto con  espressione di seria concentrazione. Pacato lo sguardo azzurro, appena un accenno di ilarità nella curva tenera delle labbra.

La Bestia, abituata a ben altre reazioni, era sconcertata. Osservava nei minimi dettagli l’ospite imprevista per scoprire una traccia di timore, e restava delusa. Si innervosiva. Non sapeva che atteggiamento prendere. Inciampava nei mobili che sembravano aver cambiato posto. Per spiare le reazioni della Bella, si schiacciava il naso urtando nelle porte. Si svelava a metà, e subito si nascondeva negli angoli più bui. E l’unica cosa che riusciva ad ottenere era l’accentuarsi di allegria in uno sguardo sempre più azzurro e segnali di risata trattenuta su tenere, morbide labbra.

“Forse non si rende conto del pericolo” pensò, con poca convinzione, la Bestia, tentando l’ultima carta. Con un grande balzo saltò davanti alla Bella e con il suo tono più cupo ringhiò:

“Sono una Bestia!”

“Sei una Bestia tonta  – le sussurrarono tenere, ironiche labbra – Cosa ci farei io qua, se le Bestie non fossero la mia perversione preferita?”

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