Certificato di garanzia

La gente ha sulle Principesse delle idee balzane. Guarda le Principesse attraversare lo spazio con la loro andatura controllata e tranquilla, l’espressione autorevole e sicura e osserva, tra l’ammirazione e l’invidia, che, certo, fanno una bella vita, sono riconosciute, omaggiate, corteggiate. Soprattutto corteggiate. Insomma sono viste. Il che capita solo a pochi eletti e a una minoranza infinitesimale di elette.

Quello che la gente ignora, o finge di ignorare, è l’esistenza del certificato di garanzia. Del diploma, attestato, timbro ufficiale, o altra diavoleria, che garantisce che quella specifica Principessa è, appunto, una Principessa.  Che non è un’imitazione, una fotocopia, un falso d’autrice, ma effettivamente una Principessa. Anzi una Principessa d.o.c.

Per ottenere il certificato di garanzia le Principesse sono vessate con ogni tipo di prova, dalla più ragionevole (dimostrazione di saggezza) alla più inconsulta (presenza di lividi dopo una notte insonne passata a tentar di dormire su cento materassi poggiati su un pisello [sic]). Non bastando la difficoltà delle prove, che aumenta in progressione geometrica con l’andare del tempo, il certificato di garanzia è ottenuto come il brevetto di volo: una volta ottenuto, bisogna continuare a volare per mantenerlo. Il che rende la vita presunta facile e soddisfacente delle Principesse, forse piena di soddisfazioni, ma sicuramente faticosa, complicata e, talvolta, esasperante.

Una volta una Principessa, dotata di collaudato certificato di garanzia, che aveva superato un mucchio di prove, dalle più ragionevoli (con punteggio altissimo) alle più inconsulte (con punteggio un po’ meno brillante), venne convocata – proprio mentre pensava di potersene stare tranquilla a godersi il meritato ultimo alloro, che peraltro le aveva garantito, al suo passaggio, un pubblico folto, partecipe e plaudente – dal Comitato di valutazione per le Principesse.

Ora, si sa come funzionano i Comitati di valutazione: chi chiacchera, chi si distrae, chi si occupa dei fatti suoi e della sua carriera. Insomma una confusione poco seria che dovrebbe autenticare certificati di serietà e, invece, diventa la palestra di qualche bello spirito in vena di eccentricità e spiritosaggini che, tra l’altro, risultano divertenti solo per chi le produce.

Fu così che la Principessa, dedita a studi profondi del profondo, si trovò tra le mani – letteralmente – una rospa freddolosa e l’immane compito di riscaldarla. Pena la revoca immediata del certificato di garanzia.

Che la rospa fosse freddolosa era evidente a prima vista: la buffa bufonide se ne andava in giro con espressione disperata, occhi gonfi e bronchite incipiente, attrezzata con una serie di scaldini opportunamente disseminati sulla superficie corporea. Uno scaldino di rame, accuratamente mimetizzato sotto il maglione. Uno scaldino da pescatore, a carburo, infilato nella tasca dei pantaloni a sgelare le terga. Uno scaldino circolare, camuffato da aureola, infilato nel bordo del berrettone di lana. Una borsa calda, mobile, freneticamente spostata nei punti critici. E strati sovrapposti di materiale termico che aumentavano una mole non precisamente filiforme. Se, scavando tra stracci e scaldini, si riusciva a toccare la superficie palmata delle sue estremità, si individuavano due blocchi di ghiaccio uniti da una membrana smozzicata di spessore marmoreo.

La Principessa si sentì morire. Per quanto fosse una Principessa di primo livello, il compito impostole le sembrava al di fuori di ogni possibile realizzazione. Già l’animale non era dei più seducenti. Non evidenziava un carattere pacifico e tollerante, ma anzi una certa propensione all’ira fulminea e alla polemica.  In più, con quel suo armamentario di scaldini, contrastava con ogni elementare regola di natura. E non sembrava disposta a collaborare. Da escludere che si potesse realizzare qualcosa di accettabile.

La Principessa prima si scoraggiò e pensò seriamente di mandare al diavolo la Commissione di valutazione e le prove iniziatiche. Poi – si sa come sono le Principesse: non si arrendono mai, almeno le Principesse veraci – tentò un approccio per gradi e, resistendo alla repulsione, agguantò il fagotto infreddolito per baciarlo. E lì scoprì, con assoluta e totale indignazione – c’è un limite a tutto – che la rospa, che avrebbe dovuto essere gratificata, onorata e felice del tentativo, trovava, lei, affettuosità di tal fatta del tutto repellenti e, con spudorata, cafonissima mancanza di tatto, rifiutava di adeguarvisi.

La Principessa – si sa come sono le Principesse, almeno quelle d.o.c., l’indifferenza le irrita, il rifiuto le indigna – se ne andò a riposare da sola, lasciando che la rospa andasse alla malora, ma dormì con un occhio solo, meditando vendette.

La sera dopo, mentre osservava la rospa impunita con malcelata irritazione – soprattutto i suoi tentativi di guadagnare velocemente l’uscita – e disperava di poter ottenere il famigerato certificato, la Principessa si accorse di un complicato armeggio che pareva impegnare particolarmente l’anfibia. Armeggio reso difficoltoso dalla serie di stracci e scaldini che, come d’abitudine, si portava dietro. Indagando sulla natura dell’attività in corso, la Principessa notò che la rospa si era organizzata due microscopici scaldini da orecchio e, mimando le attrici di Almodòvar sull’orlo di una crisi di nervi, se li era orgogliosamente pizzati, a mo’ di orecchini, sulle sporgenze auricolari, e li scuoteva con aria soddisfatta del risultato.

Per quanto irritata, la Principessa non aveva potuto fare a meno di scoppiare a ridere. E la risata aveva prodotto due effetti, praticamente immediati: aveva reso – sembrava – più malleabile la rospa indisponente e indisponibile e aveva fatto nascere nell’osservatrice una consapevolezza nuova. Essendo edotta sulla legge di natura per cui, se un esemplare di qualunque specie riesce a farti ridere, è probabile che, inserita in ambiente adatto e confortevole, sia adeguata anche a sperimentazioni di altra natura, la Principessa decise di riprovare, senza preliminari – a brutto muso, insomma – di portarsi la rospa freddolosa a letto. Pur restando scettica sulle capacità di combustione dell’esemplare in questione.

In un primo momento la faccenda si presentò – come prevedibile – difficoltosa. Ambedue le specie restando fermamente attaccate alle proprie sovrastrutture esteriori, la propagazione del calore veniva inesorabilmente bloccata. Allora la Principessa, ostinata a conquistare il suo certificato di garanzia con ogni mezzo, al grido di “Chi ben comincia è a metà dell’opera”, sgusciò fuori dai suoi vestimenti notturni, depauperò la rospa restia di tutti i suoi scaldini e se la poggiò con piglio deciso sulla pancia. Che era come la pancia di ogni Principessa, se la Principessa è verace: liscia, morbida, tenera, calda.

La rospa – che se non si parlava di baci era più possibilista e sperimentale – non sembrò particolarmente turbata e le sue appendici palmate, incuranti dei brividi – di freddo, ovvio!- che procuravano alla Principessa iniziarono a esplorare il territorio. E lì si produsse l’insperato miracolo.

L’anfibia gelida e rugosa si trasformò, nello spazio di un lampo, in una superficie praticamente incandescente. Divenne un increspato vulcano travestito da rospa, con lapilli liquidi che circolavano per tutto il letto. Assistendo al fenomeno, al quale era del tutto impreparata, la Principessa riscoprì un’altra legge fisica dimenticata: il calore si propaga. E si ricordò di certe lezioni di biologia aliena, ascoltate con assoluta disattenzione, sulla pericolosità intrinseca delle rospe, ampiamente trattata anche da miti, favole e tradizioni popolari. Più tardi – molto più tardi – cercando di riportare a dimensione solida una massa calda inesorabilmente ondeggiante verso lo stato liquido, la Principessa – si sa come sono le Principesse, che devono sempre tenere il punto – lanciò come una sfida: “Ho ottenuto anche questo certificato di garanzia!”

“Anche io! – rilanciò la rospa – si sa come sono le rospe altrettanto impunite quanto le Principesse – e, cercando di riprendere uno stadio, se non proprio solido, almeno semi-liquido, aggiunse sorniona “Mica crederai che i Comitati di valutazione funzionino solo per le Principesse?”

Poi, essendo il calore difficile da ottenersi, ma molto più difficile da attenuare e praticamente impossibile da sconfiggere, dei certificati di garanzia se ne dimenticarono. Sia la Principessa che la rospa.

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