Lo spostamento di senso di Elena Gentili

«La lettera aerea» di Nicole Brossard. Lo spostamento di senso[1]  di Elena Gentili

Inizio subito dal contestare quanto detto nella presentazione del dibattito. «Lo spostamento di senso» – in realtà tutta la scrittura della Brossard[3] è questo – non è titolo mio. E’ titolo nostro perché quello che abbiamo fatto fino ad ora è stato cercare di spostare il senso delle parole e di guadagnare un senso a partire da soggetti femminili attraversati da una coscienza – e rivendico qui la parola – femminista. Quindi io non ho fatto altro che in qualche modo essere sintonizzata con la Brossard, ma rivendicando un’esperienza che è assolutamente collettiva e quindi rinnovandola. Non è un titolo dato a caso ma nemmeno personalizzato. Chi ha memoria di un percorso fatto non può che riconoscere un titolo di questo genere, perché in realtà l’ha fondato. Nessuna l’ha inventato. E’ un’invenzione collettiva delle donne che si sono spostate in uno spazio più immaginario, non sono state ridotte da una realtà che ha tentato di privarle di senso.

L’incontro con questa lettura è antico, è come se avessi fatto una grande traversata con una donna che parla una lingua che mi è familiare. Questo mi ha dato un enorme spazio, perché non avevo bisogno di guadagnare senso alle parole che lei diceva. Parole già iscritte nella mia esperienza, perché ogni volta che incontro una donna che declina il proprio desiderio là dove è stato interdetto, so che fonda un linguaggio che è quello della Brossard. La sua è una scrittura che chiede un grande ascolto, perché la Brossard è una donna che non chiede di essere ascoltata a titolo personale, ma chiede che si legga con l’ascolto ad un suono multiplo, di voci e di parole, perché crede in un fatto essenziale: quello di essere una donna e di esserlo solo grazie al fatto di stare in mezzo a donne, perché solo questo fonda una mediazione tra il reale e il simbolico, che è ciò che permette alle donne di significarsi al mondo. La sua è una scrittura essenziale, perché la Brossard ritiene che soltanto un soggetto femminile che fa pratica di coscienza – e per lei la scrittura è solo questo, fare pratica di coscienza – riesce a fondare una lingua che non sia la ripetizione di quel grande successo del patriarcato rappresentato dal fatto di aver fondato un simbolico che vale per tutto. Questo è un successo straordinario ma a cui lei si ribella con un ragionamento consequenziale, che ci pare logico perché parla alla voce che ognuna di noi ha dentro. Cioè dice che ogni donna è stata forzatamente messa in un luogo dove essere donna non costituisce senso. Fuori di questo luogo – in cui il fatto che l’essere donna non costituisca senso è essenziale alla pretesa universalità del costituirsi di un senso altro – essere una donna sembra un non senso. Ma alcune donne si sono ribellate a questo, hanno rifiutato di credere che fuori di quel luogo essere donna non costituisca senso. Questo è il femminismo, questa è la scrittura della Brossard. Per questo dico che l’incontro non è casuale. Non l’ho letta casualmente, in quanto un percorso comune non nasce mai casualmente, è faticato, è guadagnato perché mano a mano ha fondato il suo senso. Non è un incontro improvviso, è un incontro che mi ha dato spazio, ma nei confronti del quale non mi sento debitrice per un motivo fondamentale che, secondo me, sta nel rinnovamento della nostra politica. Perché io credo che tra le donne l’assumersi debiti voglia dire dar riconoscimento, ma anche che chi guadagna senso – insieme all’altra e attraverso l’altra – al nostro essere donne non abbia debiti perché si affianca ad un’altra donna per dirigere un progetto insieme. Che, rispetto al rinnovamento di desiderio nei confronti della politica, è cosa molto differente.

Che significa avere ascolto a un suono multiplo delle parole delle donne? Significa una cosa politicamente molto efficace, che comporta lo spostamento della modalità di scrittura e, quindi, fa interpretare in modo nuovo anche lo stile di scrittura. Ed è il fatto che la scrittura ha un oggetto così come ce l’ha la politica. In realtà l’oggetto è ritrovare un corso perduto, cioè quel femminile che è stato interdetto. Il desiderio di quel femminile interdetto motiva la scrittura: non si scrive, essendo una donna, se non si desidera. Non si scrive se non si ha memoria di un corpo. Non si può avere memoria di un corpo se questo non è un corpo goditivo ed estatico. Ed estatico non vuol dire qualcosa di immaginifico, ma qualcosa che è fuori del luogo che l’ha rimosso, quindi tratto fuori da ciò che l’ha interdetto. La forma che prende il corpo nella scrittura è il grande rischio che la Brossard affronta. La forma che prende il corpo nella politica e nel mondo è il grande rischio della politica delle donne. Questo parallelo di scrittura della Brossard e della nostra esperienza è perenne, altrimenti non si può leggere la Brossard, perché lei scrive per una donna che sappia leggere. Qualunque donna può leggere la Brossard a patto che si ricordi che è una donna. La difficoltà che abbiamo nei confronti del linguaggio nasce dal fatto che prendiamo le donne alla lettera, non prendiamo mai le donne in parola, e quindi non usiamo l’istinto come  una strategia della coscienza e manchiamo di senso dell’onore. Perché avere senso dell’onore tra le donne – cito Adrienne Rich – significa prendere in parola le donne. Questo sposta il significato delle cose, mette in atto uno scarto semantico, cioè pone altri significati.

Se, per esempio, stessi facendo qui un discorso troppo difficile, una gentilata, come la chiama questa guardiana (Simonetta), mi dispiacerebbe perché ci tengo che questa sia una conversazione e vorrei essere avvertita. Ma la difficoltà non deve nascere dal fatto che non si vuole fare sforzo, perché guadagnare il senso delle parole non sta a chi parla né a chi scrive, è un incontro. Per cui bisogna muoversi, superare anche l’interdizione all’intelligenza. Noi siamo abituate ad avere un tipo di intelligenza che è un insieme di funzioni razionali. Brossard suggerisce, ma in modo perentorio, che la nozione di intelligenza fra le donne è un’altra ed utilizza anche la percezione. L’insieme delle capacità di percezione, e non l’intendimento letterale, fonda l’intelligenza delle donne. E da questa lei fa discendere delle conseguenze. Al contrario, se noi fossimo relegate al luogo della realtà, così come fino ad adesso lo abbiamo vissuto, ricadremmo, in realtà, in quel non senso di cui parlavamo prima.

Con questo, però, Brossard non suggerisce con la sua scrittura – tutta di contenuto di coscienza – che dobbiamo passare ad una falsificazione, tutt’altro. Intanto precisa che non è vero che non siamo nella storia, dal momento che il desiderio – vero oggetto della scrittura e della politica delle donne – è desiderio di trasformazione del reale. Per avere un desiderio di trasformazione del reale bisogna scendere “nella mischia”, ma ‘essere nella mischia’ significa essere nella storia. Quindi chi identifica l’essere nella storia con lo stare nel luogo ove avviene l’induzione culturale e semantica patriarcale, a giudizio della Brossard, e certamente al mio, si sbaglia.

Il desiderio di trasformare la storia significa che noi non possiamo sottostare al limite che la realtà ci pone nelle modalità di ragionamento e di emozioni. Dobbiamo spingere le parole, e quindi il loro significato, in uno spazio che Brossard chiama uno spazio immaginario.Cosa significa spingere il pensiero e l’emozione in uno spazio immaginario per una donna lesbica, che rivendica una scrittura lesbica e che , per altro, si definisce urbana radicale? Brossard è una donna che crede che le esperienze dell’essere donna siano particolarmente significative quando si vivono in uno spazio urbano, in una città. Inoltre, essendo del Québec, è molto vicina a tutto un dibattito acceso sulla letteratura, sulla modernità della letteratura e su cosa significa la pratica della modernità. E questo di lei va detto, perché lei stessa parte dai suoi connotati, che declina, dice chi è. Oltre al fatto che è inutile non contestualizzare le donne a seconda del luogo in cui vivono, e quindi iloro corpi che sono determinati, che hanno una storia, un’esperienza, un insieme di relazioni.

Farsi una domanda sulla pratica della modernità nella letteratura significa farsi una domanda su una pratica di vita e, se chi decide che tale pratica di vita è nella storia, tutto ciò significa anche porsi il problema di quali rapporti abbiamo con la cultura dominante. Brossard dice che ci sono conseguenze diverse a seconda se questa cultura – con ciò intendendo linguaggio fondato – è conosciuta e male assimilata o se non è affatto assimilata. Mi spiego con un esempio che ha molte conseguenze sul piano politico. Se io dico «io sono una donna», e lo voglio significare, ho tanti modi a seconda della mia posizione nei confronti della cultura maschile e, quindi, del linguaggio fondato e, quindi, del senso delle parole. Se sono una che intende la lotta delle donne come partecipazione al rituale sociale che è maschile, posso dire «una donna è un uomo». Questa è un’aspirazione ad un rituale e può mettere in atto tutta una serie di pratiche di scrittura e di politica. Potrei voler dire «una donna sono io». Ma anche questo, per Brossard, non provoca nessuno scarto semantico nell’ambito di un soggetto femminile con coscienza femminista, perché si rifà semplicemente a quel senso di eguaglianza e libertà fondato concettualmente in astratto dal mondo maschile: potrebbe tradursi con «io faccio appello all’umanità libertaria del maschio per avere una partecipazione». Ma potrei anche dire «una donna è una donna». Questo mette in atto la necessità di uno scarto semantico che nessuna può attuare da sola. Se non c’è solidarietà storica fra le donne non si opera uno scarto semantico, che può essere attuato solo da un soggetto multiplo e collettivo. Solo il fatto di essere somiglianti determina il fatto che alle parole si guadagna senso. Solo il fatto di essere somiglianti fa scaturire tra noi differenze significative e solo l’essere somiglianti crea legami. Che è un modo più difficile di dire «dimmi con chi vai e ti dirò chi sei», che è proprio il senso del proverbio che lei, peraltro, cita. Guadagnare questo scarto semantico, e scegliere se si vuole avere un rapporto dipendente oppure di guadagno di libertà rispetto al linguaggio fondato, significa anche dipanare un equivoco. Significa far capire qualcosa ad un’altra donna per assonanza, per quell’intuito che la strategia della coscienza fa percepire. Brossard fa un esempio in francese, che in italiano, con un’altra sonorità, sembra più banale. Se io parlo con una donna davanti a un uditorio misto e dico «elle est comme on nomme», il pubblico che non ha percezione dello scarto semantico capisce «elle est comme un homme». Cioè capisce «lei è come un uomo», là dove io voglio dire «lei è come si definisce e si dice». Se non avessimo percezione e memoria di uno scarto semantico, la stessa cosa potrebbe accadere con un altro tipo di frase. Ad esempio «io sono una donna libera» vuol dire una cosa nel linguaggio fondato, magari storicamente datato, vuol dire ben altro per una donna che ha tutta una pratica politica, ben altro nella sua scrittura. Brossard non vuole ogni volta declinare il suo senso, chiede all’altra donna di avere uno sguardo che va oltre. E’ anche una donna lesbica e quindi sa di chiedere questo sguardo perché la politica e la scrittura cominciano sempre e per forza quando una donna incontra un’altra donna, perché in questo incontro nasce l’inedito del desiderio. Ed è convinta che, se non si vuol ricalcare una letteratura insensata per le donne, si deve cominciare da due sguardi di donne che sanno parlarsi ed operare questo scarto. Per questo dice che una donna lesbica ricomincia sempre una frase. Ogni volta che rinnova il desiderio – e nessuno più di una donna lesbica rinnova il desiderio nella scrittura, perché investe sulle altre un desiderio che si ripete e che comunque incontra un essenziale che è uguale per tutte e due.

Alludevo prima a questo spazio immaginario e al fatto che Brosard è canadese, è all’interno di una problematica di letteratura. Infatti ha una grandissima passione – che per lei va di pari passo con il fatto essenziale di essere una donna -, la passione di scrivere. Il suo godimento è scrivere, e scrivere per lei significa trovare forma al corpo di godimento del suo essere donna. Ripetutamente dichiara che questo è un godimento assoluto. Brossard ha il gusto di scrivere perché fonda la scrittura sul sapere – in realtà è la stessa cosa su cui fonda il gusto – e perché pensa che la scrittura fonda un linguaggio che dà volume ai pensieri femminili. Ridare questo volume significa accentuare il linguaggio delle donne e, quindi, operare lo scarto semantico di cui parlavo prima. Le due cose sono inscindibili. Lei accentua questa scrittura perché opera questo scarto e quindi guadagna senso alle parole.

Nella problematica canadese e nordamericana, si dibatte intorno al concetto di letteratura. Brossard fa suo questo dibattito, perché ritiene che la scrittura sia una pratica privilegiata e come tale debba essere geniale. Geniale è lo stesso aggettivo che usa per le donne lesbiche, perché per lei un genio precorre, inventa l’inaudito, e l’inaudito, una volta fondato, è ovvio, perché parla in realtà di qualcosa che esiste, che è facile scoprire. Brossard è una grande amante di molte devianze della cultura maschile. Dico devianze perché l’uomo si può permettere, avendo un grande soggetto simbolico, il lusso di una grande individualità frammentata. Le donne non si possono permettere individualità frammentate, per motivi storici, si possono solo permettere di operare fratture, perché in realtà la frattura è un po’ la scienza di un’immaginazione, e solo attraverso la frattura si arriva all’inaudito e all’ammissibile. Brossard ha un amore sviscerato – e da me molto condiviso – per Roland Barthes. Nel dibattito sulla letteratura sostiene che per le donne la pratica della modernità consiste nel dar conto nella scrittura del pensiero e delle emozioni delle donne negli ultimi trent’anni. Solo il fatto di legare pensiero ed emozione alla scrittura, e quindi al senso delle parole, è pratica della modernità. Questo sposta molto la concezione della letteratura e della scrittura. Citando Barthes, Brosard si riferisce a quello che è da lui considerato il testo feticcio. Cioè chi scrive – e devo dire anche chi fa politica – trova già dei fatti molto fondati per convenzione. Si può avere un ottimo testo anche restando nella convenzione e la passione di scrivere a volte è così forte che altrettanto forte si rivela, per chi scrive, la seduzione della convenzione. Tant’è vero che Barthes dice di desiderare un testo feticcio. Il testo convenzionale, e la letteratura improbabile che ne deriva, possono operare un fortissimo gioco di seduzione.

Perché si definisce una letteratura improbabile? Perché lo scrittore – non la donna che scrive – può essere coperto, rispetto alla propria soggettività, da formule precostituite ma seducenti che comunque ne misurano la capacità. Questo testo feticcio, che copre le origini ideologiche o «le impudicizie sessuali», rappresenta una convenzione che comunque permette l’affermazione di uno stile – e perfino il riconoscimento della genialità – riempie la letteratura. Che invece per Brossard dovrebbe essere chiaccherona, emotiva, eccessiva, perché deve essere impossibile. Cioè deve avere un testo che non è feticcio, che rompe con la convenzione, che non rende lo scrittore un semplice ‘scrivente’ togliendogli soggettività, ma parte dall’essenziale, dal suo essere soggetto. Per Brossard, a tutta questa convenzione che Barthes, sedotto anche se deviante, chiama testo feticcio si possono contrapporre i testi fittizi che le donne possono produrre. In questo senso il testo fittizio si riallaccia alla spinta in uno spazio immaginario. Un testo fittizio significa spostarsi dalla realtà con una serie di interpretazioni di senso e spingersi nello spazio immaginario delle parole. Cioè riguadagnare a queste parole il senso che nasce dall’essenzialità dell’essere donna. Significa anche avere un ascolto alla sonorità della parola che fa quasi vuoto, cioè togliere di scena i personaggi che appartengono a quel feticcio maschile. Riandare alla radice della parola, che in realtà è maschile. Perché se non ci sono gli indici grammaticali delle donne, ogni radice di parola è maschile, e quindi noi non ci siamo e non c’è senso né scarto semantico. Parlare di questo testo fittizio come spinta in uno spazio immaginario ha, per Brossard, una conseguenza: non è vero che c’è distanza – e finalmente trovo una donna che ne è certa – tra soggetto e oggetto. Perché se la scrittura è desiderio di trasformazione ma anche pratica di coscienza, non ci può essere distanza tra soggetto e oggetto, perché non ci può essere distanza tra me donna e me donna, fra me e una donna c’è – come posso dire? – una coincidenza di senso: è questo avvicinamento che debbo operare.

Questo spazio immaginario come lo raggiungo? Ho un desiderio di trasformazione, un desiderio di guadagnare il senso, di scendere da donna fra le donne. Questo desiderio può sembrare molto immediato, facile da raggiungere, ma se io non lo spingo il più lontano possibile da me, sul bordo, non in modo che sia altro da me, ma nel senso che il mio percorso per realizzarlo non lo riduca, e che io non mi accontenti, il mio desiderio non lo incontro. Ma c’è un rischio, perché spingere il desiderio sul bordo, come spingere sul bordo lo stile di una scrittura, può generare un equivoco e, soprattutto, richiede una serie di energie interiori. Non c’è scarto semantico che venga dato gratuitamente. C’è sofferenza nell’essere donna e nel guadagnare percorso di scrittura e di senso collettivo, e con questa sofferenza va fatto un conto serio.

Testo fittizio significa quindi che una si può assumere il fatto di essere donna, ma anche che deve cercare uno stile. Brossard lo cerca giustamente nella scrittura perché è la sua pratica politica, ma in realtà allo stile attribuisce un senso più ampio. Lo stile è un modo di essere: può trovarsi in una scrittura che, appunto, mette a fuoco il suo desiderio, come può trovarvisi un po’ meno. E uno stile – come modo d’essere – chiede un modo di pensare, di guardare. Un modo di guardare è una prospettiva, così come un modo di pensare è un ordinamento. Ho voluto ripeterlo perché c’è un dibattito molto acceso su cosa vuol dire fondare delle regole essendo una donna. Oggi molto stiamo dibattendo su cosa significhi avere regole proprie e non di altri. Qui sono io, da lettrice, che spingo verso lo spazio immaginario e dico che trovo giusto che questo ordinamento nasca da noi e che, come Brossard spinge la scrittura quasi sognando il testo, così noi dobbiamo spingere l’immaginario sognando il nostro ordinamento. Il che non vuol dire essere utopiche, perché l’immaginario e il fittizio sono ancora molto ancorati alla nostra contestualità storica. Non c’è modo di avere una scrittura da soggetto femminile o di fare politica di donne se non si è ancorate ad una storia delle donne. Senza costruire insieme questo legame non credo a un soggetto femminile – nemmeno lei ci crede. Se non si ha un’idea di una possibile pluralità, non si ha coscienza dell’individualità. Brossard – per farvi un esempio – di cosa significa utilizzare in modo autonomo e libero una cultura – cita Piaget, che certamente è un uomo, ma lo attraversa, si fa lei titolare del senso. C’ è un ampio dibattito su cosa significa sottrarsi, essere fuori da questa corsa per raggiungere altro che è altro da sé, ma senza diventare estranee a sé. Essere nella storia per poterla trasformare significa avere memoria, una memoria che si radica fra le donne, una memoria che fa passare da un cervello antico ad un cervello moderno, dove moderno significa un pensiero che fa capo al percorso collettivo delle donne. Per la Brossard che scrive, la memoria garantisce il testo fittizio, perché il testo fittizio stesso non è che quello che lei riesce ad immaginare stando con le donne, frequentando le donne, approfondendo legame. Per noi, politicamente, significa la stessa cosa, perché c’è comunque un testo che vige tra le donne un testo sognato, comunque sia. Che lei abbia questa favolosa possibilità di un testo che nasce da lei non significa che le altre non abbiano un testo nel momento in cui leggono con intenzione, nel momento in cui comunque fanno politica a partire da sé e quindi costruiscono questo legame di linguaggio. Ma Brossard dice anche che per avere memoria, perché questo testo sia fittizio, non basta essere un soggetto femminile, bisogna essere un soggetto favoloso, ma nel senso di parlante, che stabilisce senso, quindi un soggetto operante.

Tornando al fatto di accentare il nostro linguaggio, Brossard pone un’altra scansione e parla di  intensità. L’intensità è ciò in cui mi radico, mi inizio alle donne. In realtà senza accento e senza intensità non si fonda lingua femminile come pratica di coscienza. Quindi mi serve quello scarto che è collettivo, mi serve una radice fra le donne. E il termine è molto esemplificativo, perché «la radice è ciò che cresce inversamente allo stelo», quindi sembra inesistente, insignificante, ma in realtà è significante, è quello che produce. Nei saggi – di cui non seguo l’ordine, ma solo il filo di senso che vi ho trovato e che ho utilizzato – Brossard dopo aver parlato della fondazione di linguaggio e di senso, dei paralleli tra le scrittrici e la politica, e del testo fittizio, arriva a porsi il problema dei rapporti con le altre. Che per lei, in quanto scrittrice, passano dalla critica e, in quanto donna lesbica, passano dall’incontro con un’altra donna (e qui divido impropriamente, cosa che, sia chiaro, Brossard non fa ). Rispetto alla critica femminista dice che non può fare di più di quanto facciano i testi. La critica femminista deve fare un’opera di avvaloramento, scegliere i testi che le piacciono – Brossard dà molta importanza al piacere in quanto ritiene che, dal momento che scrive solo perché trova un corpo desiderante e un desiderio, il proposito di ogni esistenza stia nell’avere pensiero e godimento. Anche la critica deve muoversi là dove attraverso un godimento, che significa incontrare una scrittura femminile e di coscienza, riesce a stabilire valore. La coincidenza tra le donne e la coincidenza tra letteratura femminile di senso e pubblico sta in questo avvaloramento. Rispetto al rapporto tra scrittura e ricerca di senso [al tentativo di sostituire il testo fittizio al testo feticcio, N.d.R.] le donne «lesbiche di scrittura» hanno forse – diciamo così – un più. Brossard non fa una scala di valori rispetto all’essenzialità dell’essere donna, ma attribuisce certamente qualche cosa al fatto di essere una donna lesbica. Per lei, lesbica di scrittura significa ritenere essenziale essere una donna, avere insoddisfazione per il discorso maggioritario, operare per lo scarto semantico e avere una profonda necessità, ineliminabile, rispetto a quella essenzialità. E questo significa qualcosa. Significa che c’è un corpo parlante di una donna anche là dove la parola non ha la sonorità necessaria a rendere l’esperienza lesbica, un’esperienza che sta tutta nel significato che si attribuisce all’incontro con l’altra. In realtà, la nostra politica non è nata se non attraverso il fatto che una donna ha incontrato un’altra donna. Il significato prodotto da questo incontro certamente si è moltiplicato nel momento in cui una donna lesbica incontra un’altra donna, lesbica o no. Perché comunque il valore che una donna lesbica attribuisce all’altra donna, che è vista non più come oggetto ma – come dire? – come soggetto rispondente ai propri desideri e investimenti, non può lasciare indifferenti le altre donne se la loro ricerca va nel senso dell’indagine dei pensieri quanto delle emozioni. Chi fa pratica politica di coscienza non può pensare di operare uno scarto semantico se non sa leggere ciò che produce quello che Brossard chiama il genio lesbico come accento del linguaggio delle donne. Se è vero che la politica delle donne non si può muovere se non ha desiderio verso ciò che era interdetto, il lesbismo è una pratica politica in qanto è un desiderio meno rimosso, è ciò che tenta l’inammissibile e l’inaudito, perché, in realtà, è impensabile – che oggi storicamente sia più o meno tollerato, concesso o legittimato (e ci sarebbe da aprire un lungo discorso) – il fatto di amare un’altra donna. Perché amare un’altra donna può significare simbolicamente che Dio è una donna e che sta all’onnipotenza femminile stabilire ciò che esiste e ciò che non esiste. Fare i conti con questa onnipotenza – in cui la Brossard ha certamente un più perché la scrittura significa stabilire ciò che esiste e ciò che non esiste, essere padrona di una sintesi, fare una grande trasformazione di realtà rispetto al proprio testo -, sia nella vita che nella politica, non significa vivere o non vivere direttamente un desiderio, ma voler capire il senso che ha tutto lo spazio desiderante di una donna. Dobbiamo capire, confrontandolo, quale spazio desiderante è più ridotto o riduttivo, quale è più ampio e più spinge verso lo spazio dell’immaginario.

Si possono dire molte altre cose rispetto a quanto suggerisce Brossard, ma vorrei lasciare spazio anche alle domande. Un’ultima cosa. Brossard definisce la scrittura femminile come una manovra manifesta del pensiero per avvicinarsi all’evidenza. E’ anche un po’ il nostro percorso, però bisogna soffermarsi un attimo su cosa lei intende per pensiero. Noi siamo state abituate culturalmente a dividere i pensieri dalle emozioni, a dire che esiste – e che solo quello può essere provato – tutto ciò che è razionalmente decifrabile, tutto ciò che non è ascritto al campo delle emozioni. Brossard, usando la scrittura, sostiene che solo l’emozione  lega il testo alla sua intelligenza. Io dico che solo l’emozione di un pensiero lega la donna al proprio senso. Se noi continuiamo a dividere, anche nella nostra pratica politica – e questo è il nesso tra le nostre teorie e le nostre vite – pensiero ed emozione, così come lei non potrebbe fare quel testo che sogna, noi egualmente non potremmo fare una politica che abbia senso. Cioè che sappia che si fa perché parte da una donna. In realtà questo è – come dire? – un libro detto. Io dalla Brossard ho avuto un libro letto e a voi ho dato un libro detto. Ma lei, essendo una che ha padronanza del proprio senso e dell’essere donna, va molto sottobraccio a Roland Barthes, e cita da lui il concetto che due sguardi che si incontrano hanno tutti e due responsabilità: si legge con responsabilità, si ridà con responsabilità. Ora ridare non significa riassumere, significa la preoccupazione di dare lo stesso volume ai pensieri, ma anche, da parte di chi ascolta un testo detto, avere la libertà di andare oltre la lettura. Brossard dice che questo è il suo desiderio e la sua speranza. Io, però, vorrei chiudere questa prima parte leggendo una piccola frase che mi ha molto colpito, anche per l’ambivalenza semantica in italiano di una parola che è àncora ma anche ancòra. E’ la fine di un saggio in cui si dice: «Si fa tardi. E’ spesso quello che diciamo all’alba e allora tutta la nostra presenza diventa come un corpo che si appresta alla magia di vivere come in realtà. Ci sono parole per questo. Ancora».

[1]La conversazione tenuta da Elena Gentili il 19 aprile 1991, fa parte di un ciclo organizzato dal Centro Internazionale di documentazione «Alma Sabatini» di Roma, che ne ha gentilmente concesso la pubblicazione. Trascrizione a cura di Tilde Capomazza e di Simonetta Spinelli. In “DWF”, Riconoscersi nei progetti, 1993,4 (20), pp.55-68

[2]Nota aggiunta per il blog: Periodico autogestito dei collettivi femministi di Roma. V. in particolare «Differenze. Sessualità e Denaro» gestito da un gruppo del Movimento Femminista Romano (MFR) di Via Pompeo Magno

[3]Nota aggiunta per il blog.  NicoleBrossard (1943), una delle maggiori voci poetiche del Québec francofono, scrittora e saggista (più di trenta opere tra raccolte di poesia, saggi sulla letteratura del Québec in lingua francese, opere di teatro e prose di innovazione linguistica), lesbica (per sua definizione: “la lesbica è l’intuizione della più grande lucidità”). Ha vinto due volte il Prix du Governeur Général (1974 e 1984) per la poesia, il Prix Athanase-David (1991), la maggiore onoreficenza letteraria del Québec (1991) e  per due volte il Gran Premio del Festival Internazionale della poesia di Trois-Rivière. Nominata accademica nella Académie des Lettres del Québec,  insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Pléiade e nominata membro della Société Royal del Canada (1994).

Per la traduzione di alcune sue poesie consultare: www.filidaquilone.it/num006brossard.html. Per la sua vasta bibliografia consultare: www.fuoricampo.net/brossard/bross_home.htlm

Opere tradotte in Italiano: La lettera aerea (trad. di L.Muraro e C.Fischer), Firenze, Estro,1990;  Amantes (trad. di Ana Cuenca), Bologna, Prod. autogestita del collettivo Lesbacce Incolte, 1997.

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