L’agnella e la lupa

Simonetta ha voluto che le “Sfavole per Te“, scritte nel 1996, fossero pubblicate qui dopo la sua morte come ultimo saluto. “L’agnella e la lupa” è  una, per le altre visita la pagina dedicata.

 

La versione nota della storia – di cui è inutile dare qui resoconto – evidenzia, già dal titolo, traccia di rimaneggiamenti successivi che ne hanno travisato il senso. Non si capisce, infatti, perché debba destare interesse in qualcuna/o una storia di ordinaria violenza sui minori, per quanto correlata da giustificazioni più o meno pretestuose. Più credibile appare l’ipotesi che amanuensi di varia provenienza e impostazione culturale, ma analogamente abituati ad occuparsi del genere più ovvio, abbiano compiuto una serie di pasticciati traslati, al solo fine di rendere accettabile al senso comune – del solito genere ovvio – una vicenda altrimenti incomprensibile.

Il calcolo delle probabilità, unito all’osservazione di alcuni indicatori precisi, fa piuttosto ipotizzare che la versione orale della storia si riferisse ad una lupa e un’agnella. Anzi, considerando la preminenza, nascosta ma intuibile, del soggetto in primo piano, a un’agnella e una lupa.

In quest’ottica appare chiaro che l’eccesso di sintesi, dovuto alla preoccupazione di interpretare in maniera univoca una vicenda non del tutto lineare, ha reso sfumate le caratteristiche dei soggetti rappresentati e ha confuso un po’ le acque. Occorre, quindi, prioritariamente, restituire spessore alle figure in questione.

L’agnella. Il termine non sembra qui utilizzato in riferimento ad un’età anagrafica, perché il tutto risulterebbe inconsulto, quanto piuttosto a una tipologia psico-fisica e a vezzi comportamentali accentuati. Negandosi la possibilità che con ‘agnella’ si individui una pecora giovanissima e impubere, non resta che accettare l’interpretazione di chi individua nella categoria di riferimento un esemplare con caratteristiche femminili accentuate, morbidezza di movenze, attitudine a suscitare tenerezza, taglia piccola ma proporzionata e del tutto priva di spigoli, ricci chiari e curati, bocca distraente, sguardo serio e pensoso con pretese di innocenza.

La lupa. Analogamente, un’iconografia accreditata – se pur rovinata da iperfetazioni successive demenziali, tipo appendici gemelliformi – propaganda la lupa femmina come una scapigliata selvaggia, dal pelame folto e disordinato, non incline alla mondanità, dedita  a isolate pazzie al chiaro di luna, di stazza robusta per niente delicata, incapace di smancerie come di serietà comportamentale, con lo sguardo perennemente orientato tra il sarcasmo (lupa etrusca) e la pretesa ferocia (lupa appenninica).

Se si accetta l’ipotesi proposta – che si sia in presenza di due esemplari di genere femminile -, possono però considerarsi come non contraddittori due punti di riferimento: l’appartenenza delle due a tipologie del tutto asimmetriche e l’indicazione, sottolineata, che un esemplare rappresenti il cibo naturale dell’altro.

Poste queste premesse, la storia probabilmente si dipanava in altro modo.

L’agnella che, pur individuabile nelle caratteristiche sopra descritte, era abbondantemente provvista dell’ostinata tenacia della specie e, una volta identificato un desiderio, lo perseguiva con determinazione anche a costo di finire in un burrone, ogni tanto, sul far del tramonto, recandosi a bere nel ruscello, intravedeva la lupa. Tra il lusco e il brusco, perché la lupa, selvatica e scontrosa, beveva in tutta fretta e, ignorando la pratica del chiacchiericcio serale, scappava via in faccende tutte sue solitarie.

L’agnella ascoltava pettegolezzi sulle scorribande notturne della lupa, si incuriosiva, tentava approcci più o meno velati, ma non riusciva ad attirarne l’attenzione. Ogni volta che studiava un nuovo espediente per trattenerla, il tentativo cadeva nel vuoto. La lupa non si accorgeva dei suoi maneggi. Si limitava a risolvere le faccende per cui era venuta e, senza porsi alcun problema di forma, spariva per qualche suo incontro segreto sotto la luna.

L’agnella non era abituata all’indifferenza e non intendeva subirla. Le sembrava un’onta intollerabile. Si arrotolava un riccio pensosamente e, senza parere, si organizzava. Con metodi indiretti, visto che l’approccio frontale non sembrava produrre risultati. E studiava come contrastare le lupesche manie lunari con strategie mirate a lungo termine.

In un primo tempo si era limitata ad aumentare la frequenza dei passaggi vicino al ruscello. Poi, con un sussulto di intolleranza, che aveva rischiato di distruggere la sua facciata di controllo e riservatezza, era passata ad un approccio più ravvicinato, piazzandosi quasi stabilmente a portata di sguardo della lupa.

La lupa, che non era una volpe, non aveva capito niente. La prima volta si era detta: “Guarda, vicino al ruscello c’è un’agnella”. Ed era un’osservazione distratta.

L’agnella si era data da fare, spazzolandosi i ricci, accentuando la calma e il controllo – per non turbare la lupa con gesti inconsulti – e sfruttando la complicità del tramonto e dello sguardo innocente.

La lupa se l’era trovata davanti, sulla roccia più alta a picco sul torrente. Composta, seria, tenera, nella cornice di un tramonto languente. E si era detta: “Guarda, la solita agnella”. E non era un’osservazione distratta.

L’agnella si era trattenuta a stento dal perdere la pazienza. Aveva guardato la lupa scapparsene via con la sua falcata goffa, ululando di scherzi con la luna, di corse isolate, di risse, di amori, e le era venuta la tentazione di occuparsi d’altro. Per un attimo un guizzo incontrollato di insofferenza le aveva mutato lo sguardo, velandone l’innocenza. Poi aveva deciso che ne andava del suo orgoglio e si era pazientemente costretta a intessere una nuova strategia.

E la lupa, arrivando al torrente, aveva avuto la visione, sfumata dalle ombre serali, di un morbido intreccio di malinconia pensosa e di arrendevolezza. Aveva scontrosamente distolto lo sguardo e si era chinata verso l’acqua per bere. E, bevendo, si era trovata a fissare, scomposta e ricomposta in mille frammenti imprecisi e ammiccanti, una malinconica, pensosa, morbida, immagine d’acqua. E si era perduta. “Presa – disse l’agnella con divertita malizia, impacchettandole nella rete – la caccia alle lupe sta diventando così elementare che quasi mi annoio”.

Morale: l’innocenza presunta nasconde insospettate simulazioni e tra agnelle e lupe è chiarissimo quale sia la specie pericolosa.

 

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Simonetta ci ha lasciate

Chi vuole dare un ultimo saluto a Simonetta, può farlo domani, domenica 19 febbraio, dalle ore 8 alle ore 18, Santa Maria della Pietà, centro ANTEA, Piazza Santa Maria della Pietà, 5 Padiglione 22, Roma. La famiglia non sarà presente perché con la madre in una cerimonia religiosa presso l’istituto dove è ricoverata.

Maternità aliena

di Simonetta Spinelli

La maternità, o meglio le relazioni con il materno e le scelte, le riflessioni che ne conseguono, torna sempre di prepotenza nel dibattito tra donne. soprattutto oggi che inevitabilmente incrocia  le analisi sulle modifiche sociali apportate dalle biotecnologie, sul rapporto tra responsabilità, libertà e diritti, sulle differenze, e altri temi che mettono ognuna di noi  di fronte  alle nostre incertezze e ambiguità, acuite dal rumore disturbante di sottofondo che incita alla rissa ideologica e veicola un clima culturale e sociale già abbondantemente inquinato dalla violenza. Mentre riflettevo che dovremmo riconquistare un po’ di ironia mi è improvvisamente tornata in mente Daydanda.

Daydanda non è un personaggio è una figura mitica, eccessiva, debordante, ma anche empatica, rivoluzionaria, avvolgente, curiosa di quanto non conosce, pronta a sconvolgere i ritmi della sua esistenza affrontando il diverso da sé,  ed è nata dalla fantasia di una grande scrittrice, Judith  Merril.

La fantascienza scritta da donne negli anni che abbracciano il ventennio tra il 1968 e il 1988 si è imposta di prepotenza al pubblico, non solo femminile, per la forza delle sue invenzioni e per il fatto di stravolgere il panorama del genere, veicolato all’inizio in riviste specializzate, e dominato dai canoni imposti dagli scrittori: la diversità pericolosa dell’alieno, la lotta per la conquista di altri mondi, la saga dell’esplorazione spaziale con i suoi eroi e il mito della tecnologia impersonato dai robot. Le donne capovolgono i canoni: giocano con un ironico ribaltamento dei ruoli che nasconde la critica al maschismo imperante, ripropongono il confronto tra razze aliene attraverso i riti sociali, la quotidianità, il rapporto dei sessi, il reciproco spaesamento dei diversi ma anche il loro involontario rispecchiamento, e le loro distopie sono spesso la rappresentazione impietosa, pur traslata in un futuro a venire, delle discrasie insite nei rapporti sociali di un riconoscibilissimo oggi.

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Una luce. Anzi tre.

di Simonetta Spinelli

La luce, felicemente trinitaria, proviene da un evento che si è tenuto a Lecce il 14 aprile, promosso dalle Officine Culturali Ergot, dal titolo “Il corpo generativo delle donne”, in particolare dai contributi di Pina Nuzzo (La madre frantumata), Marisa Forcina (Come va ripensatala maternità), Irene Strazzeri (La griglia della libertà femminile), tutti pubblicati nel blog Laboratorio Donnae il 27 aprile, e che vanno oltre al dibattito specifico sulla maternità per altri. Dibattito che, peraltro, si è arricchito di significative riflessioni da parte di moltissime altre donne, note o meno note., sia sulla stampa che sui blog.

Mi aveva già colpito la frase di Strazzeri nella brevissima presentazione che dava notizia dell’iniziativa: “E’ un argomento “tosto” la maternità surrogata, difficile, duro, che divide piuttosto che unire nel desiderio di conoscere”, e il suo richiamo a “farne intelligenza libera, per evitare lo spreco dell’invisibilità del sapere femminile”. Frase che avevo letto come un invito a riprendere in mano soprattutto la serietà di una metodologia.

Non mi interessa qui discutere punto per punto i tre contributi, che ognuna può leggere senza bisogno di riassunti parziali che ne svilirebbero la portata, ma analizzare la singolare sintonia e profondità che li lega e che mette in discussione le approssimazioni attraverso le quali il tema, “tosto” appunto, viene ridotto a rissa contingente, a muro contro muro, come se fosse una parzialità che non attiene profondamente al sentire e al vissuto di ogni singola donna e potesse essere analizzato come un frammento, una tessera staccata, e non in una trama di pensieri, di storie, di riappropriazioni di sé e dei propri corpi faticosamente conquistate. Ancora una volta un conflitto non sviscerato, nel senso di non analizzato nella sua interiorità e interezza, ma teso solo  a rafforzare appartenenze e sistema di alleanze, senza valutarne i costi e le perdite. Perdite di memoria e di senso.

Soprattutto di senso. E lo dimostra la confusione funzionale che è stata inserita nel dibattito sulla maternità per altri gettando in un unico calderone indifferenziato: tecniche di procreazione assistita, diritti dei gay e delle lesbiche, omogenitorialità, adozioni, decreto legge Cirinnà, il tutto condito con la richiesta prioritaria di un sistema di norme che regolino le potenzialità dei corpi, le rendano adeguate al mercato e chiudano la faccenda. Tanto che della discussione si è perso ogni filo logico, salvo la considerazione che dalla libertà femminile siamo passate ai corpi a perdere.

Tutti e tre i contributi citati richiamano ad una metodologia che tenga presente la realtà modificata dell’oggi ma anche le scelte che in passato si sono fatte con sforzo e sofferenze. Non considerandole intoccabili ma attualizzandole, senza perderne le potenzialità e la coscienza. Consapevoli di quanto fossero dettate dall’emergenza (la criminalizzazione e le morti per aborto per dirne una), ma anche dal desiderio di capire quali erano le nostre necessità più profonde- Percorso che non è risolto, e che deve essere continuamente indagato e spinto in avanti. Non abbandonato come inessenziale ma rielaborato dall’origine, da quella che Nuzzo chiama “potenza del corpo generativo”, che crediamo di saper gestire ma  è mancato tra noi – e ancora manca – il confronto su come coniarla con la responsabilità. Compito che rappresenta oggi l’emergenza di fronte alla “madre frantumata” che la scienza moderna ci propone. Ma ripensare la maternità come scelta libera – si chiede Forcina – deve essere gestito da un sistema normativo o da una politica delle relazioni che di per sé esclude la riduzione dell’altro/a, compresi la figlia o il figlio, a oggetto di consumo? Forse il discorso, e il confronto, su cosa consideriamo oggi libertà femminile è prioritario rispetto ad ogni altro discorso.

Sono le domande da mettere in circolo non le soluzioni prefabbricate. Ma le domande non sono neutre, né possono tendere alla ricerca di soluzioni contingenti e emergenziali quando il problema è ben oltre. Anche Strazzeri sembra condividere questa impostazione quando segnala la mancata risposta a interrogativi che non discendono dalla maternità per altri ma necessariamente la precedono, perché non riguardano un evento, che sia statuito o meno dalla norma, o dalle possibilità aperte dalla scienza, ma dal senso che ognuna ha di se stessa e dalla corrispondenza che esige per quel senso. E gli interrogativi che abbiamo lasciato cadere, o di cui abbiamo accettato risposte parziali, riguardano essenzialmente se sia aderente al senso che vogliamo dare alla nostra esistenza delegare al mercato, alla medicina, alla norma quella che Strazzeri chiama “la competenza delle donne a farsi carico “direttamente” della vita. E se tale competenza non vada confrontata con i fantasmi, la volontà di potenza, il rifiuto del senso del limite che ne  sono l’inevitabile contrappeso.

Grazie a Nuzzo, Forcina e Strazzeri per aver ricondotto il dibattito alle sue necessarie priorità