L’ocarina magica

Nel mondo, non si sa quando, non si sa dove, viveva una strega. Le streghe sono sempre state bistrattate a causa della loro indisponente incapacità di adeguarsi agli usi e costumi cosiddetti normali, ma in realtà sono affidabili e piene di buon senso. Se decidono una cosa, buona o cattiva, la fanno. Se minacciano, si ha la certezza che sta per capitare qualche guaio serio. Se promettono, con altrettanta sicurezza si può predire una fortuna in arrivo. Al contrario delle fate, che godono di una fama conquistata a forza di pubblicità, del tutto immeritata, e che continuano a fare magie dimenticando dettagli e pasticciano con i destini di tutte le donne, soprattutto delle Principesse, a cui regalano bellezza, virtù, buoni trattamenti estetici rapidi e poi, distraendosi nel momento essenziale, condannano a sonni secolari, lavori forzati a vita nei castelli, o all’attesa di qualche principe da conquistare con prove ripugnanti.

La strega di cui si parla, al contrario, non interveniva nelle vite altrui, si limitava a qualche aiuto morale di pronto soccorso e considerava i sonni secolari, le prove iniziatiche per la conquista di un principe, le reclusioni presso focolari, cucine, fusi o affini un’indecorosa abitudine da cui sarebbe urgente emendarsi. Insomma, era una strega pacifica e tentava di rallegrare gli animi di chi incontrava sul suo cammino con il suono delicato di un’ocarina magica.

Quando la strega attraversava i villaggi e le città, le bambine le correvano incontro ammaliate da quel suono che svelava segreti, inventava linguaggi, regalava spavalderia e costruiva sogni possibili. La strega osservava lo stormo colorato delle bambine provarsi in un libero volo. Le bambine guardavano affascinate il suo strumento magico, l’ocarina panciuta, rotondetta, con i suoi piccoli buchini simmetrici e le sue variazioni di tono, che sembrava modificare forma e dimensione al tocco delle mani gentili.

Tra la strega e le bambine si instaurava una splendida complicità, e l’ocarina, panciuta, rotondetta, sembrava adeguare il suo ritmo ai tentativi di piccole labbra inesperte, di piccole dita impazienti.

Più le bambine e la strega si divertivano, più il mondo si irritava. I richiami dalle case diventavano pressanti. I rimproveri si sommavano ai rimproveri. Le bambine perdono tempo – mormorava la città – ascoltano il suono dell’ocarina e diventano ribelli, insofferenti, si perdono in fantasticherie vagabonde, dimenticano i loro doveri, non si preparano alla vita, si montano la testa. E poi perché? Per andar dietro ad uno strumento ridicolo e a una strega. Le abbiamo messe al mondo per cose serie.

Le bambine ascoltavano perplesse. Qualcuna rispondeva ai richiami, qualcuna esitava, qualcuna resisteva ostinata. La strega osservava, tacendo. Poi, all’improvviso, riprendeva a suonare, allontanandosi. E per la via, al suono dell’ocarina, modulato come una risata, calamitava fuori dalle case tutte le bambine del luogo, che si trasformavano in un corteo canterino e immemore, diretto verso una meta segreta. In un lampo sparivano.

Accadeva sempre. In un particolare giorno, in una data ora, con la città che protestava un po’ più violentemente. La strega perdeva la pazienza, cominciava a suonare l’ocarina e si portava via tutte le bambine. Poi, dato che era una strega saggia, considerando che il mondo così deprivato sarebbe diventato peggiore di quello che già era, che le lamentele e la cattiva coscienza delle madri le avrebbero turbato il sonno e che le sue attitudini da balia tendevano a smorzarsi con il tempo, in un sussulto – non sapeva se di generosità o di cattiveria – le riportava indietro.

Ma a qualcuna, magari un po’ particolare, un po’ troppo insofferente, o troppo ribelle, o troppo curiosa, o apparentemente troppo quieta, troppo saggia, qualcuna con un lampo malandrino che le restava insopprimibile nello sguardo, regalava una minuscola ocarina, rotondetta, panciuta, liscia, con piccoli buchini aggraziati per poggiarvi piccole bocche e soffiare. E, mentre porgeva il dono, la strega, soddisfatta, rideva.

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