Queer or not queer

MONIQUE WITTIG: QUEER OR NOT QUEER   [1]

Monique Wittig è sempre stata una figura controversa nel panorama culturale rivoluzionato in Europa e negli USA dal movimento delle donne. Osannata dalle lesbiche radicali, combattuta come un pericolo da eliminare dalle femministe etero (involontario omaggio alla forza delle sue intuizioni), viene di volta in volta oscurata o tirata fuori dalla dimenticanza, come un eterno boomerang che torna inevitabilmente a ricreare disturbo. Quando non si sa a che santa votarsi, perchè il panorama delle sante è inflazionato, ci si ricollega a Wittig. Percorso a ritroso affrontato da più di una generazione di lesbiche, oggi ripreso sia dalla teoria queer, sia da coloro che a tale teoria si oppongono.

Tra le opere di Wittig, la coperta tirata da tutte le parti è in gran parte rappresentata dalla raccolta dei saggi, The Straight Mind And Other Essays, edita negli USA nel 1991, che comprende riflessioni scritte tra il 1978 e il 1990, in parte pubblicate su Questions Féministes e, dopo la rottura avvenuta nel 1980 tra femministe etero e lesbiche radicali francesi, in Feminist Issues, rivista statunitense. Le opere letterarie, che pure rappresentano la maggiore produzione di Wittig e che esprimono, ben prima dei saggi, il suo pensiero politico, sembrano in questa disputa ereditaria passare in secondo piano, così come gli scritti, inseriti nella raccolta, che tracciano le linee di una ricerca che è simultaneamente politica e letteraria, anzi politica perchè letteraria.

Nei primi saggi Wittig, riallacciandosi al materialismo femminista, in particolare alle opere di Colette Guillaumin, Christine Delphy (inventora del termine) e all’antropologia dei sessi di Nicole-Claude Mathieu e di Paola Tabet, mette in discussione il concetto di gruppo naturale che designa le donne inchiodandole in un presunto destino biologico. Per Wittig, che rilancia l’analisi di Simone de Beauvoir “donne non si nasce ma lo si diventa”, donne e uomini sono categorie sociali, prodotto di relazioni che sono simultaneamente economiche e culturali, e nulla hanno a che fare con il destino biologico. La categoria di sesso è il prodotto di una struttura politica di dominio (la società eterosessuale) che impone il suo marchio sulle donne trasformando corpi e coscienze in oggetto di appropriazione. Come la categoria ‘schiavo’ non esiste senza quella di ‘padrone’, come il concetto di razza nasce solo con la colonizzazione, così ‘donna’, lungi dall’essere un dato immediato, dall’indicare un’essenza di derivazione biologica o di ordine naturale, identifica una particolare relazione tra dominante e dominata, e la formazione ideologica, immaginaria, attraverso la quale il sistema sociale, costruito appunto da chi domina, reinterpreta, riducendolo a oggetto, l’altro da sè su cui esercita il suo potere. Come non esiste lo schiavo biologico, ma solo lo schiavo in relazione al padrone che se ne appropria, non esiste la donna se non in relazione all’uomo che se ne appropria e la concepisce in quanto oggetto di appropriazione. Come gli schiavi, allevati per assolvere la funzione di schiavi, le donne fin dalla nascita sono sottoposte ad un regime di eterosessualizzazione che consiste nel programmarle alla riproduzione forzata della specie, al lavoro gratuito di cura, all’assunzione di sè come oggetto di appropriazione. L’eterosessualità, che poggia sullo sfruttamento e l’oppressione delle donne, è per Wittig un regime politico che sottende qualunque struttura di potere e investe ogni discorso sia politico, che scientifico, che antropologico. Tale onnipresenza fa sì che le donne interiorizzino l’appartenenza a un destino immutabile perchè biologicamente determinato.

Per Wittig la presenza stessa delle lesbiche – il cui desiderio non è funzionale all’uomo, né alla riproduzione forzata della specie – evidenzia come donna e uomo siano costruzioni sociali e ideologiche e come il contratto eterosessuale, con la sua pretesa universalità, impedisca il sorgere di un conflitto di interessi contrastanti tra classi sociali – la classe delle donne dominata e la classe degli uomini dominante -, nascondendo la realtà del dominio nella cortina di fumo della naturale divisione dei sessi. La lotta per abolire le classi di sesso, e quindi modificare le relazioni sociali che le sottendono, renderebbe inutili sia la costruzione socio-politica “donna” che la costruzione socio-politica “uomo”. Ma perchè il conflitto si sveli occorre che ogni donna assuma una coscienza di classe, cioè diventi consapevole che le sue condizioni di esistenza non rappresentano un problema privato ma un problema sociale (cioè sono condizioni prodotte dallo stesso regime di sfruttamento che colpisce tutti gli altri individui della sua classe), e si liberi dalla mentalità interiorizzata dell’oppressione ripensando a partire da sè tutta la realtà sociale.

Le lesbiche – scrive Wittig – fuggendo dal contratto eterosessuale ad una ad una, come gli schiavi neri dalle piantagioni, rendono visibile il carattere impositivo della cosiddetta sessualità naturale e, nello stesso tempo, inventano una nuova prospettiva sociale, un nuovo linguaggio, un diverso sistema di relazioni. In quest’ottica, le lesbiche non rappresentano più l’alterità dominata che il sistema di potere identifica come “donna”. Le lesbiche, quindi, non sono donne.

La radicalità di Wittig non si indirizza solo contro la cultura e le istituzioni eterodirette ma investe anche parte delle teorizzazioni femministe o lesbiche. Alle concezioni che tendono a enfatizzare, sia pure in termini di valorizzazione delle donne, la differenza sessuale, opponendo alla pretesa universalità del pensiero maschile una controcultura al femminile, Wittig ribatte che che il ricorso alle categorie biologiche, alla specificità strutturale del corpo femminile, significa di nuovo naturalizzare la storia e i fenomeni sociali che sottendono ogni forma di oppressione, quindi implicitamente ammettere l’impossibilità del cambiamento. Parallelamente Wittig critica il mito della controcultura femminile affermando che il matriarcato non è meno eterosessuale del patriarcato, perchè solo il sesso dell’oppressore muta, mentre si mantiene intatta la struttura di dominio fondata sulla medesima (anche se capovolta) categoria di sesso.

La queer theory rivendica di aver ripreso, attualizzandolo, il pensiero di Wittig. Ma queer theory è già una definizione che si presta a confusione, perchè il  pensiero queer si è diramato in rivoli contraddittori e che spesso utilizzano Wittig operando disinvolte riduzioni.

Il termine queer, utilizzato per indicare una persona stramba, non integrata, poi acquisito politicamente da militanti lesbiche, gay e trans, che ne capovolgono il significato spregiativo e lo assumono come orgogliosa autodefinizione e presa di distanza dalla norma eterosessuale (straight), viene  rilanciato provocatoriamente nel dibattito accademico da Teresa de Lauretis, che organizza nel 1991 un convegno intitolato, appunto: Queer Theory: Lesbian and Gay Sexualities. Con l’utilizzazione del termine queer de Lauretis polemizza con la produzione del discorso lesbico e gay che le sembra fossilizzarsi sulla difesa identitaria, ignorando i rapporti con le differenze di razza, classe, generazione, situazioni socio-politiche. Per de Lauretis la sessualità lesbica e quella gay non sono la stessa forma di sessualità, e non possono essere identificate solo in rapporto all’eterosessualità ma devono essere valutate in riferimento alle rispettive condizioni di esistenza storica, materiale, socio-simbolica in cui si strutturano. Queer Theory, in questa accezione, rappresenta la sfida ad analizzare il terreno comune in cui la sessualità lesbica e la sessualità gay si incontrano, ma anche l’ambito specifico che si sviluppa da pratiche, concezioni, autorappresentazioni diverse, a loro volta segnate da appartenenze di genere, di razza, di classe. Una sfida a misurare e confrontare nelle differenze sia le possibilità che i limiti di un’alleanza.

Gran parte del pensiero queer che si sviluppa successivamente mescola insieme, estrapolando dalla loro costruzione teorica complessiva, contributi di studiosi anche molto diversi: Wittig, ma anche Foucault, de Lauretis, Deleuze, Butler. Partendo, ad esempio, dall’idea comune che il genere è socialmente costruito, il pensiero queer equipara la definizione di Wittig sull’eterosessualità come struttura di dominio che spiega l’oppressione delle donne nella storia – e il suo conseguente appello as eliminare la classe “donna” – all’eterosessualità intesa da Foucault come dispositivo biopolitico per la produzione della sessualità e la gestione programmata dei corpi. Ma Wittig viene accusata di interpretare l’eterosessualità come un blocco rigido e immodificabile da cui si può solo fuggire, anche se non ci sono luoghi in cui fuggire, e opposta a  Foucault, che si guarda bene dal mettere in discussione la mascolinità. Distruzione delle categorie di sesso “donna” e “uomo” e ipotesi di un “fuori” dall’eterosessualità sono interpretate come utopie ingenue. Se i sessi sono prodotti dalla totalità granitica rappresentanta dal regime eterosessuale, non si capisce per il queer cosa resti della lesbica quando raggiunge il mitico “fuori”, nè come sia ipotizzabile una comunità lesbica, a meno di ritirar fuori vagina e cromosomi dopo aver teorizzato il genere come costruzione sociale.

Alla generazione queer, cresciuta nella subcultura lesbica e omosessuale, Wittig, legata all’ottica del femminismo materialista, sembra incapace di ipotizzare che ci si possa appropriare, capovolgendoli, dei meccanismi di rappresentazione controllati dal sistema etero. La cultura queer, al contrario, nel suo rifiuto della logica binaria del dentro/fuori l’eterosessualità, è interpretata come un sistema aperto, simultaneamente nè dentro nè fuori, una cultura di resistenza in cui il pensiero dominante viene costantemente sottomesso a processi di citazione, risignificazione, capovolgimento. Tali processi coinvolgono anche le identità non eterodirette, che vengono interpretate come “esclusioni escludenti” (B.Preciado[2]) di altre minoranze a loro volta escluse (di razza, di classe, di polimorfismo sessuale), e come portatrici di nuove gerarchie e categorie universalizzanti. Il pensiero queer si pone, quindi, come iper-identitario (o post-identitario), nel senso che analizza le modalità attraverso le quali l’opposizione etero-omo costruisce le gerarchie politiche di potere/sapere, e si appropria dei meccanismi della produzione performativa delle identità devianti: se la ripetizione ossessivamente martellata della norma etero produce ciò che nomina, cioè il soggetto universale etero, rendere visibile sempre e ovunque che soggetti del discorso sono lesbiche, gay, trans, neri, i soggetti devianti dei ghetti, significa fare di quei ghetti il luogo di produzione di identità resistenti alla normalizzazione. Ma resistere alla normalizzazione e alla universalizzazione comporta negare ogni identità fissa e assumere in sè l’intera gamma delle identità possibili. Se il genere è una performance (Butler) e il corpo il centro di una deterritorializzazione dell’eterosessualità (Deleuze), unica possibilità di combattere il sistema normativo è moltiplicare al suo interno le figure della devianza in un continuo divenire che, mentre le pone in essere, le ridiscute, le destabilizza: non ci si può relegare in un’identità fissa che impedisce l’accesso ad altre identità possibili. Le lesbiche non sono donne, ma nemmeno sono lesbiche perchè l’identità di oggi può essere abbandonata domani, e poi ripresa in un movimento all’infinito.

A chi studia Wittig l’analisi sembra quanto meno affrettata. Il pensiero queer accusa Wittig di ipervalutazione dell’eterosessualità e di ingenuità nelle strategie politiche che ipotizza. Può darsi. Ma ci si chiede quale alternativa strategica, oltre al delirio di onnipotenza, proponga un pensiero che ipotizza la scelta sessuale in termini meccanicistici e di volontarismo, come se il desiderio, le pulsioni, le autorappresentazioni avessero così scarsa influenza da permettere a un soggetto di transitare con estrema facilità da un’identità sessuale all’altra. E quale percorso cognitivo lo stesso soggetto sia in grado di effettuare. Perchè qui sta il punto.

Wittig non ignora che esistano altri soggetti oppressi – sparsi nei suoi testi vi sono continui accenni agli omosessuali, all’oppressione di razza, agli stessi uomini costretti nella categoria sociale “uomo” -, semplicemente, seguendo una pratica femminista in disuso, parla a partire da sè. Cioè parla a partire dal punto di vista di una lesbica e parla del punto di vista di una che è lesbica. Non ipotizza che la distruzione della categoria sociale “donna” porti alla nascita della categoria sociale “lesbica”, considera il matriarcato un incubo e non esclude che vi siano altri punti di vista. Si limita a dire che oggi, nelle situazioni socio-politiche e materiali date, la lesbica che sfugge al sistema di dominio eterosessuale rappresenta il punto di vista ineliminabile che permette di valutare l’oppressione di sesso – e il sistema degli innumerevoli sfruttamenti che ne conseguono -, così come il punto di vista dello schiavo nero fuggitivo permetteva di comprendere, e quindi destrutturare, l’istituzione politica, economica e sociale della schiavitù. Che tale punto di vista rappresenti un contro-codice definito e definitivo lo dice il pensiero queer, non Wittig.

Soprattutto nelle opere letterarie, felicemente ignorate o quasi dalla critica queer, Wittig va contro ogni clichés, anche lesbico. Le Guerrigliere sono l’epopea di una collettività che faticosamente si cerca e si trova e si smentisce. La stessa struttura circolare del testo, in cui il dopo, il transito e il prima si rincorrono, aldilà dei limiti spazio-temporali, fa da sottolineatura alla descrizione di pratiche che nella sperimentazione si smentiscono, mutano. Ne Il corpo lesbico è la materialità del rapporto che si rifiuta al codice e si smembra/rimembra in un percorso cognitivo che non ha fine e si inventa mentre inventa il suo linguaggio per dirsi, si ricostruisce in un altro – perennemente contraddetto – sistema di segni. Il “fuori” mitico di Wittig, sul quale polemizza il discorso queer, è la costruzione di un percorso di coscienza non riassorbibile in termini di codice nè di mercato e che smentisce proprio la fissità della politica identitaria chiusa nel ghetto delle sue sicurezze. Ci si chiede, invece, come sfugga alla logica del mercato il soggetto queer polisessuale che, non avendo punti di riferimento, e vagolando nella coscienza di sè come fra un tutto e un niente, non può che diventare l’utente privilegiato dell’apparato produttivo che incrementa il consumismo del sesso.

Simonetta Spinelli

marzo/maggio 2003

 

[1] In teoria 3, in Towanda!, n.9, marzo-maggio 2003; poi in http://www.tanianavarroswain.com.br/labrys/special/simonetta.htm

[2] B.PRECIADO, Manifeste Contra-sexuel, Paris, Balland, 2000 (trad.it. Milano, Il dito e la luna, 2002). La notorietà di Preciado in Italia è dovuta in gran parte al fatto che il suo è l’unico testo di teoria queer tradotto. [N.per il blog: ovviamente nel 2002]

Annunci