Una luce. Anzi tre.

di Simonetta Spinelli

La luce, felicemente trinitaria, proviene da un evento che si è tenuto a Lecce il 14 aprile, promosso dalle Officine Culturali Ergot, dal titolo “Il corpo generativo delle donne”, in particolare dai contributi di Pina Nuzzo (La madre frantumata), Marisa Forcina (Come va ripensatala maternità), Irene Strazzeri (La griglia della libertà femminile), tutti pubblicati nel blog Laboratorio Donnae il 27 aprile, e che vanno oltre al dibattito specifico sulla maternità per altri. Dibattito che, peraltro, si è arricchito di significative riflessioni da parte di moltissime altre donne, note o meno note., sia sulla stampa che sui blog.

Mi aveva già colpito la frase di Strazzeri nella brevissima presentazione che dava notizia dell’iniziativa: “E’ un argomento “tosto” la maternità surrogata, difficile, duro, che divide piuttosto che unire nel desiderio di conoscere”, e il suo richiamo a “farne intelligenza libera, per evitare lo spreco dell’invisibilità del sapere femminile”. Frase che avevo letto come un invito a riprendere in mano soprattutto la serietà di una metodologia.

Non mi interessa qui discutere punto per punto i tre contributi, che ognuna può leggere senza bisogno di riassunti parziali che ne svilirebbero la portata, ma analizzare la singolare sintonia e profondità che li lega e che mette in discussione le approssimazioni attraverso le quali il tema, “tosto” appunto, viene ridotto a rissa contingente, a muro contro muro, come se fosse una parzialità che non attiene profondamente al sentire e al vissuto di ogni singola donna e potesse essere analizzato come un frammento, una tessera staccata, e non in una trama di pensieri, di storie, di riappropriazioni di sé e dei propri corpi faticosamente conquistate. Ancora una volta un conflitto non sviscerato, nel senso di non analizzato nella sua interiorità e interezza, ma teso solo  a rafforzare appartenenze e sistema di alleanze, senza valutarne i costi e le perdite. Perdite di memoria e di senso.

Soprattutto di senso. E lo dimostra la confusione funzionale che è stata inserita nel dibattito sulla maternità per altri gettando in un unico calderone indifferenziato: tecniche di procreazione assistita, diritti dei gay e delle lesbiche, omogenitorialità, adozioni, decreto legge Cirinnà, il tutto condito con la richiesta prioritaria di un sistema di norme che regolino le potenzialità dei corpi, le rendano adeguate al mercato e chiudano la faccenda. Tanto che della discussione si è perso ogni filo logico, salvo la considerazione che dalla libertà femminile siamo passate ai corpi a perdere.

Tutti e tre i contributi citati richiamano ad una metodologia che tenga presente la realtà modificata dell’oggi ma anche le scelte che in passato si sono fatte con sforzo e sofferenze. Non considerandole intoccabili ma attualizzandole, senza perderne le potenzialità e la coscienza. Consapevoli di quanto fossero dettate dall’emergenza (la criminalizzazione e le morti per aborto per dirne una), ma anche dal desiderio di capire quali erano le nostre necessità più profonde- Percorso che non è risolto, e che deve essere continuamente indagato e spinto in avanti. Non abbandonato come inessenziale ma rielaborato dall’origine, da quella che Nuzzo chiama “potenza del corpo generativo”, che crediamo di saper gestire ma  è mancato tra noi – e ancora manca – il confronto su come coniarla con la responsabilità. Compito che rappresenta oggi l’emergenza di fronte alla “madre frantumata” che la scienza moderna ci propone. Ma ripensare la maternità come scelta libera – si chiede Forcina – deve essere gestito da un sistema normativo o da una politica delle relazioni che di per sé esclude la riduzione dell’altro/a, compresi la figlia o il figlio, a oggetto di consumo? Forse il discorso, e il confronto, su cosa consideriamo oggi libertà femminile è prioritario rispetto ad ogni altro discorso.

Sono le domande da mettere in circolo non le soluzioni prefabbricate. Ma le domande non sono neutre, né possono tendere alla ricerca di soluzioni contingenti e emergenziali quando il problema è ben oltre. Anche Strazzeri sembra condividere questa impostazione quando segnala la mancata risposta a interrogativi che non discendono dalla maternità per altri ma necessariamente la precedono, perché non riguardano un evento, che sia statuito o meno dalla norma, o dalle possibilità aperte dalla scienza, ma dal senso che ognuna ha di se stessa e dalla corrispondenza che esige per quel senso. E gli interrogativi che abbiamo lasciato cadere, o di cui abbiamo accettato risposte parziali, riguardano essenzialmente se sia aderente al senso che vogliamo dare alla nostra esistenza delegare al mercato, alla medicina, alla norma quella che Strazzeri chiama “la competenza delle donne a farsi carico “direttamente” della vita. E se tale competenza non vada confrontata con i fantasmi, la volontà di potenza, il rifiuto del senso del limite che ne  sono l’inevitabile contrappeso.

Grazie a Nuzzo, Forcina e Strazzeri per aver ricondotto il dibattito alle sue necessarie priorità

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2 thoughts on “Una luce. Anzi tre.

  1. Posso essere d’accordo con te: i figli possono essere generati come conseguenza di stupri, distrazione, ignoranza, ma anche perché ci sono donne che li vogliono, alcune disperatamente. Ma il tuo ragionamento non fa che confermare le argomentazioni di Nuzzo. Prima di quello della maternità per altri c’è un problema lasciato irrisolto e non a sufficienza confrontato. La maternità, appunto.

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  2. Devo essere onesta: non l’ho mai compresa questa cosa della “potenza del corpo generativo”, “il potere di generare”, “il potere del corpo gravido”.
    Se per “potere” intendiamo la possibilità di agire, beh, la donna non ha nessun potere sulla sua gravidanza, una volta che il suo corpo è gravido. Tecnicamente la donna non ha neanche il potere di generare, perché senza il contributo dell’uomo non c’è nessuna gravidanza. E’ molto facile ingravidare una donna senza il suo consenso: gli uomini lo fanno da sempre, si chiama stupro. Le leggi impediscono alle donne di interrompere le gravidanze indesiderate, accade anche in Italia.
    Se poi andiamo a guardare la legge che regola il rapporto fra i genitori (che sono due, perché bisogna essere almeno due e di sesso opposto per generare), la responsabilità genitoriale è condivisa, almeno sulla carta, al 50% fra madre e padre. Una conquista recente, era il 1975, quando ancora si parlava di potestà. Questo 50% a me ha sempre lasciato un certo amaro in bocca: sono le donne che si fanno 9 mesi di gravidanza, con le caviglie gonfie, le nausee mattutine, le smagliature, i prelievi mensili, le continue visite ginecologiche, per non parlare di complicanze come la pressione alta o il diabete, e quella enorme pancia che ti fa essere sempre stanca, ti fa camminare come un pinguino e ti preme sulla vescica. Sono le donne che lasciano il lavoro, o subiscono mobbing quando tornano a lavorare, sono le donne le prime ad essere licenziate anche se non sono mamme, perché potrebbero esserlo. Poi c’è il parto, e no, non è piacevole, neanche un po’. Io giuro che non ci potevo credere, e durante il travaglio pensavo “ma che ho fatto di male per meritarmi tutto questo?”, e mi sono spiegata la storia di Eva e della mela. Poi mi sono vista con uno specchietto le emorroidi e c’ho quasi creduto, alla storia del peccato originale. Sono le donne che muoiono di parto. Io non ho mai sentito di un uomo morto di parto. Poi arriva l’allattamento, che porta con sé le simpatiche ragadi al seno e la sindrome da stress post traumatico causata dal trovarsi nel mezzo del conflitto fra quelli che “l’Oms dice che devi allattare fino a due anni” e quelli che “è morboso, i bambini non crescono normali”. Trovarsi la maglietta sporca di latte mentre sei fuori casa e imbarazzante tanto quanto sprofondare in un divano all’ottavo mese e dover chiamare qualcuno per tornare in piedi. E in tutto questo siamo alla pari, la mamma e il papà: 50 e 50. Lui dieci minuti di orgasmo, lei seduta sul cuscino imbottito coi punti dell’episiotomia e i capezzoli che gridano pietà. La paternità è importante. Stanno tutti piangendo l’evaporazione del padre. Almeno nel pub dove vado di solito, lì sono dei grandi fan di Recalcati: di calcio e di Recalcati. Giuro 🙂
    Tornando alla potenza del corpo gravido, al potere di generare: francamente, se oggi mi chiedessero “tu che potere vuoi” chiederei di volare, o sollevare un auto con una mano… mi accontento anche della telecinesi. Allora potrei dirmi “potente”. Anche se forse poi non mi interessa più di tanto.
    Amo mio figlio, sono contenta di essere quella che sono, e di certo la gravidanza mi ha reso la persona che sono oggi, insieme ad un sacco di altre esperienze, ma non mi rende biologicamente più potente di chi, in virtù del suo sesso o della sterilità, non può partorire.
    Se davvero noi donne avessimo il “potere di generare la vita” terremmo in scacco il genere umano, e invece siamo quelle sotto scacco,più o meno da sempre.
    Siamo biologicamente vulnerabili. E io partirei da questo, perché credo che abbia contribuito allo stato delle cose attuali. Essere fisicamente vulnerabili non può e non deve impedirci di liberarci dalla schiavitù del patriarcato. Il potere dell’autodeterminazione, ce lo possiamo guadagnare, ma non credo che un buon punto di partenza sia il nostro apparato riproduttore. Piuttosto, mi rimbocco le maniche.
    Le donne gravide non sono potenti. Sono fragili. E dovrebbero avere altre donne tutte intorno a proteggerle, come fanno le balene quando una femmina deve partorire. Le donne che non sono gravide, che non sono doloranti e stanche e non debbono portarsi addosso il peso di una vita che si nutre di te e ti consuma, prima e dopo la nascita. Il potere della solidarietà, quello si, lo comprendo. La sorellanza 🙂 Ma il potere del pancione, proprio non riesco a capirlo.

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